Economia

L'ANALISI

Bonus giovani: Schlein prepara un altro flop miliardario

Il Pd ripropone una logica già fallita: la Decontribuzione Sud è costata 15 miliardi senza effetti su occupazione, salari e investimenti

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«Partire non deve essere mai una costrizione, deve essere una scelta fatta per arricchire i propri percorsi professionali e di vita». Con queste parole Elly Schlein ha presentato la nuova proposta del Partito Democratico sul cosiddetto “diritto a restare”, che prevede un bonus da 200 euro mensili destinato ai giovani per contrastare l’emigrazione verso l’estero.

L’idea richiama da vicino quella sostenuta alcuni anni fa da Peppe Provenzano, quando da ministro per il Sud dichiarava: «Dobbiamo mettere insieme gli strumenti per sancire il diritto a restare. Non faccio la retorica dell’emigrazione, i giovani devono essere liberi di andare e liberi di tornare». Allora l’obiettivo era trattenere i giovani nel Mezzogiorno; oggi la proposta viene estesa agli under 35 di tutto il Paese. Proprio perché parole d’ordine e finalità sono sostanzialmente le stesse, prima di immaginare nuovi incentivi sarebbe opportuno chiedersi che fine abbiano fatto quelli precedenti e quali risultati abbiano realmente prodotto.

Quindici miliardi spesi senza risultati

La coincidenza temporale è particolarmente significativa. Proprio in questi giorni uno studio della Banca d’Italia ha analizzato gli effetti della Decontribuzione Sud, misura simbolo della strategia meridionalista sostenuta da Provenzano durante il governo Conte.

Il meccanismo era semplice: uno sgravio contributivo del 30% per le imprese del Mezzogiorno, applicato sia ai lavoratori già assunti sia ai nuovi ingressi, senza alcun vincolo relativo ad investimenti aggiuntivi o incremento dell’occupazione. In pratica, una consistente riduzione del costo del lavoro per le aziende localizzate nel Sud.

Nata come misura emergenziale durante la pandemia, la decontribuzione avrebbe dovuto trasformarsi nelle intenzioni dei promotori in uno strumento strutturale capace di attrarre investimenti, creare occupazione e favorire la crescita economica. Il costo, però, è stato tutt’altro che marginale: tra il 2021 e il 2024 la misura è arrivata a pesare tra i 3 e i 3,7 miliardi di euro all’anno, per un conto complessivo vicino ai 15 miliardi.

Occupazione ferma, investimenti assenti

I risultati evidenziati dagli economisti di Via Nazionale sono difficili da interpretare in modo positivo. Lo studio conclude che la Decontribuzione Sud ha avuto «un effetto pari a zero sull’occupazione e sui salari medi».

Non solo. L’analisi rileva anche l’assenza di qualsiasi effetto sugli investimenti, uno degli obiettivi principali della misura. Le imprese beneficiarie non hanno utilizzato il vantaggio fiscale per ampliare la capacità produttiva o programmare nuovi progetti industriali. Al contrario, la riduzione del costo del lavoro ha generato benefici soprattutto sul fronte dei bilanci aziendali.

Secondo Bankitalia, infatti, si è registrato «un effetto positivo sui ricavi», accompagnato da un miglioramento della redditività e della liquidità delle imprese. In altre parole, lo sgravio ha consentito alle aziende di rafforzare la propria situazione finanziaria nel breve periodo senza produrre gli effetti strutturali che ne avevano giustificato l’introduzione.

Una misura che ha aumentato la marginalità delle imprese

Il punto centrale è proprio questo. La Decontribuzione Sud non ha modificato le dinamiche del mercato del lavoro, non ha fatto crescere i salari e non ha attratto nuovi investimenti. Ha invece contribuito a ridurre il costo del lavoro per le imprese, migliorandone la marginalità.

Non c’è nulla di scandaloso nel fatto che un’azienda utilizzi una riduzione fiscale per rafforzare i propri conti. Anzi, è una reazione perfettamente razionale. Il problema nasce quando la politica promette occupazione, crescita e sviluppo territoriale e poi scopre che il risultato concreto è stato semplicemente un trasferimento di risorse pubbliche senza gli effetti annunciati.

Per questo motivo appare difficile sostenere che l’esperimento abbia funzionato. Se dopo oltre 10 miliardi di euro spesi non si registrano miglioramenti significativi nei principali indicatori economici, il bilancio non può che essere negativo.

L’errore è nella logica dell’intervento

La proposta del nuovo bonus per il “diritto a restare” sembra riproporre la stessa impostazione. Di fronte al problema della fuga dei giovani italiani all’estero, la risposta continua ad essere quella di introdurre nuovi trasferimenti pubblici e nuovi incentivi finanziati dalla fiscalità generale.

Eppure il nodo di fondo resta un altro. I giovani non lasciano l’Italia perché manca un bonus da 200 euro al mese, ma perché salari netti e opportunità professionali risultano spesso meno competitivi rispetto ad altri Paesi. Se il problema è rappresentato da un’eccessiva pressione fiscale e contributiva che comprime retribuzioni e crescita economica, rispondere con nuova spesa pubblica significa affrontarne gli effetti senza intervenire sulle cause.

Risorse che oggi vengono distribuite sotto forma di bonus dovranno infatti essere reperite altrove, inevitabilmente attraverso maggiore debito o una pressione fiscale più elevata. Esattamente il contrario di ciò che servirebbe per aumentare salari, investimenti e produttività.

Una lezione che il Pd continua a non imparare

La vicenda della Decontribuzione Sud avrebbe potuto rappresentare un’occasione di riflessione. Dopo anni di interventi costosi e risultati deludenti, sarebbe lecito attendersi una revisione dell’approccio basato su incentivi, sussidi e trasferimenti.

Invece il Partito Democratico sembra continuare a muoversi all’interno della stessa cornice culturale: utilizzare la leva fiscale per perseguire obiettivi redistributivi o di presunta giustizia sociale, senza interrogarsi sufficientemente sull’efficacia degli strumenti adottati.

Dopo la retromarcia sulla patrimoniale, il nuovo bonus per il “diritto a restare” rischia così di trasformarsi nell’ennesimo autogol politico. Prima di lanciare nuove misure finanziate dai contribuenti, sarebbe forse più utile fare i conti con ciò che resta delle vecchie. E il bilancio della Decontribuzione Sud, numeri alla mano, appare tutt’altro che incoraggiante.

Enrico Foscarini, 6 giugno 2026

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