Economia

IL FATTO

Byoblu chiude: i conti in rosso travolgono il modello proto-grillino

Il fondatore Claudio Messora lascia mentre il canale sospende le trasmissioni tv. Le scie chimiche non tirano

Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI
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Claudio Messora lascia Byoblu nel momento più difficile della storia del canale. Il fondatore della piattaforma nata nell’orbita del grillismo delle origini ha rassegnato le dimissioni da presidente del consiglio di amministrazione, amministratore delegato e consigliere di Media Pluralisti Europei S.p.A., la società benefit che controlla il progetto editoriale. La decisione arriva mentre il segnale sul digitale terrestre è già stato sospeso dal fornitore a causa del mancato pagamento del canone mensile.

È il punto di arrivo di una crisi economica che i numeri raccontano con chiarezza. E che, al netto della retorica sulla “controinformazione censurata”, sembra soprattutto il risultato di un modello di business incapace di reggersi sul mercato.

I conti di Media Pluralisti Europei certificano la crisi

I bilanci di Media Pluralisti Europei mostrano una crescita rapida seguita da un crollo altrettanto netto. Il fatturato era passato dai 422.862 euro del 2020 ai 2,58 milioni del 2021, fino ai 3,64 milioni del 2023. Una crescita impressionante che però non si era trasformata in solidità economica: l’utile del 2023 si fermava infatti a soli 15.534 euro, segnale di costi ormai fuori controllo rispetto ai ricavi.

Nel 2024 il sistema si è definitivamente inceppato. Il fatturato è sceso a 2,87 milioni di euro e il bilancio si è chiuso con una perdita di 1.074.993 euro. Una voragine sufficiente a far scattare l’applicazione dell’articolo 2447 del codice civile, quello previsto quando il capitale sociale scende sotto il minimo legale, segno che il 2025 si è chiuso con una perdita ancor peggiore.

Entro il 30 maggio l’assemblea straordinaria dei soci dovrà decidere il futuro della società e dei diciannove lavoratori coinvolti, tra giornalisti e tecnici. Ma il dato politicamente più interessante è forse un altro: in una consultazione online promossa presso il pubblico di Byoblu, il 99% dei partecipanti si è detto favorevole alla prosecuzione delle trasmissioni, mentre il 45% ha dichiarato di non voler contribuire economicamente.

In altre parole, il consenso identitario attorno al progetto non si è trasformato in sostegno finanziario sufficiente. Ed è qui che emerge il limite strutturale di un modello basato quasi interamente su crowdfunding, donazioni e fidelizzazione ideologica della community.

Dal Movimento 5 Stelle alla tv della “controinformazione”

Per capire cosa rappresenti oggi il ridimensionamento di Byoblu bisogna tornare agli anni dell’ascesa del Movimento 5 Stelle. Tra il 2013 e il 2014 Messora fu responsabile della comunicazione del gruppo M5S al Senato, scelto personalmente da Gianroberto Casaleggio per gestire la strategia mediatica del Movimento appena entrato nelle istituzioni.

Il suo stile comunicativo, aggressivo e fortemente polarizzante, contribuì a definire una stagione politica costruita sul conflitto permanente con giornali e televisioni tradizionali. In quel clima maturò anche l’episodio della sagoma di Laura Boldrini pubblicata sul blog di Beppe Grillo, che alimentò una lunga scia di commenti sessisti e violenti contro l’allora presidente della Camera.

Il rapporto con i vertici pentastellati si deteriorò rapidamente e nell’ottobre 2014 il contratto non venne rinnovato. Da quella rottura nacque il progetto televisivo di Byoblu, trasformato progressivamente in una vera emittente nazionale sul digitale terrestre, finanziata attraverso azionariato popolare e donazioni.

Il modello editoriale che ha vissuto di post-verità

Byoblu si è costruita negli anni una nicchia fedele proponendosi come alternativa ai media mainstream. Il palinsesto mescolava talk show sovranisti, contenuti euroscettici, campagne contro vaccini e Green Pass, temi come il “signoraggio bancario”, il 5G, le scie chimiche e altre narrazioni tipiche della galassia complottista.

La forza del progetto era soprattutto narrativa: ogni critica esterna veniva reinterpretata come conferma dell’esistenza di un sistema ostile deciso a silenziare la “vera informazione”. Una dinamica che ha funzionato particolarmente bene durante la pandemia e negli anni dell’esplosione del movimento no vax.

Non è probabilmente un caso che il picco di fatturato del 2023 coincida con la coda lunga di quella stagione politica e culturale. Quando l’emergenza sanitaria si è progressivamente allontanata e l’attenzione pubblica è cambiata, anche il flusso di contributi economici si è ridotto. Il mercato, alla fine, ha fatto ciò che il mercato fa: ha misurato quanto quella domanda fosse realmente sostenibile fuori dalla mobilitazione permanente.

La redazione prende le distanze da Messora

Dopo le dimissioni dell’editore, la redazione di Byoblu ha diffuso un comunicato dai toni duri ma prudenti. “La redazione di Byoblu ha appreso con stupore delle dimissioni dell’editore Claudio Messora da tutti i ruoli ricoperti finora all’interno di Media Pluralisti Europei”, scrivono i giornalisti.

Nel testo viene escluso che la crisi dipenda da un calo dell’interesse del pubblico. “Riteniamo invece che siano state effettuate scelte gestionali discutibili prese nel corso degli ultimi anni senza che la redazione sia mai stata coinvolta e di cui oggi paghiamo le conseguenze”.

La redazione rivendica inoltre numeri ancora significativi, parlando di oltre 3mila soci, 200mila follower Instagram, 87mila iscritti Telegram e 30mila iscritti YouTube. Ma anche in questo caso emerge il nodo centrale della vicenda: visibilità e engagement non bastano automaticamente a sostenere economicamente una struttura televisiva nazionale.

Il tramonto della stagione della “controinformazione” grillina

La crisi di Byoblu non riguarda soltanto un’azienda editoriale. Segna anche il ridimensionamento di una precisa stagione culturale italiana, quella della “controinformazione” cresciuta all’ombra del primo grillismo e alimentata dalla sfiducia radicale verso istituzioni, media tradizionali e comunità scientifica.

Per anni quel mondo ha prosperato grazie a una miscela di rabbia anti-establishment, algoritmi social e mobilitazione identitaria. Ma quando la spinta emotiva si attenua, restano i bilanci. E i bilanci raccontano una realtà molto meno epica della narrazione costruita attorno alla “resistenza dell’informazione libera”.

Qualunque sarà la decisione dei soci a fine maggio, una cosa appare già evidente: il progetto che voleva sfidare il sistema mediatico tradizionale si è scontrato con una regola elementare dell’economia di mercato. Senza una base economica solida, anche la controinformazione finisce fuori onda.

Enrico Foscarini, 8 maggio 2026

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