Economia

L'ANALISI

Pil: Calabria davanti a tutti, Veneto in affanno

I dati di Bankitalia ridisegnano la mappa economica del Paese. Ma il vero problema è la crescita bassa

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La fotografia scattata da Banca d’Italia sull’andamento delle economie regionali nel 2025 racconta un Paese che sta cambiando pelle. A sorprendere è soprattutto il dato che arriva dal Mezzogiorno: la Calabria registra la crescita più elevata d’Italia con un aumento del Pil dell’1,1%, mentre il Veneto, storicamente tra i motori produttivi del Paese, si ferma a un modesto +0,1%.

Il dato conferma una tendenza ormai consolidata. Per il quarto anno consecutivo il Sud cresce più del Centro-Nord, riducendo almeno in parte il tradizionale divario territoriale. Tuttavia, il quadro generale resta poco incoraggiante: l’economia italiana nel suo complesso si è fermata a un incremento dello 0,5%, un ritmo insufficiente per colmare il ritardo accumulato rispetto ai principali partner europei.

Calabria e Campania in testa

I numeri evidenziano una dinamica territoriale molto diversa rispetto al passato. Le regioni meridionali mostrano una capacità di tenuta superiore rispetto ad alcune aree industriali del Nord, penalizzate dal rallentamento della manifattura e dalla debolezza della domanda internazionale.

La Calabria guida la classifica con +1,1%, seguita dalla Campania (+0,9%). La Lombardia, pur mantenendosi sopra la media nazionale, rallenta a +0,6%. Piemonte e Puglia si attestano entrambi allo 0,4%, mentre il Veneto chiude la graduatoria con appena lo 0,1%.

Più che di un vero sorpasso strutturale, si tratta però di una convergenza determinata da due fenomeni paralleli: da un lato la crescita di alcune regioni del Sud, dall’altro la perdita di slancio di diversi territori tradizionalmente trainanti.

Calabria, crescita diffusa tra export, turismo e occupazione

La performance calabrese non è il risultato di un singolo settore, ma di una crescita che coinvolge diversi comparti dell’economia regionale. Il commercio con l’estero continua ad aumentare per il quinto anno consecutivo, superando il miliardo di euro di scambi. Anche il mercato immobiliare mostra segnali di vitalità grazie all’effetto dei cantieri collegati al Pnrr, con compravendite e prezzi delle abitazioni tornati a crescere.

Un contributo importante arriva inoltre dal turismo. Le presenze, in particolare quelle straniere, sono aumentate in modo significativo e gli aeroporti regionali hanno superato la soglia dei 4 milioni di passeggeri. A sostenere il quadro positivo è anche il mercato del lavoro. L’occupazione è cresciuta del 3,8%, un risultato particolarmente rilevante in una regione che continua a fare i conti con criticità strutturali di lungo periodo.

Il ruolo della Zes Unica e del porto di Gioia Tauro

Tra i fattori che hanno favorito il buon andamento dell’economia calabrese spicca la Zes Unica, che ha incentivato nuovi investimenti produttivi attraverso crediti d’imposta destinati all’acquisto di macchinari e impianti. Secondo i dati disponibili, gli incentivi hanno mobilitato circa 240 milioni di euro, contribuendo a rafforzare il tessuto imprenditoriale locale e a sostenere la modernizzazione di molte attività produttive.

Determinante anche il contributo del porto di Gioia Tauro, che continua a rappresentare una delle infrastrutture strategiche più importanti del Mezzogiorno. Nel 2025 lo scalo ha registrato un incremento del traffico del 14%, consolidando il proprio ruolo nel sistema logistico del Mediterraneo. Nonostante questi risultati, restano aperte numerose sfide. La dimensione media delle imprese rimane ridotta, mentre gli indicatori legati all’innovazione e alla capacità brevettuale continuano a collocare la Calabria nelle ultime posizioni delle classifiche nazionali.

Veneto, la frenata della manifattura pesa sulla crescita

Se la Calabria rappresenta la sorpresa positiva, il Veneto è il caso che più preoccupa gli osservatori economici. La regione ha chiuso il 2025 con una crescita praticamente nulla, risentendo delle tensioni internazionali e della debolezza del settore manifatturiero. I numeri mostrano chiaramente le difficoltà attraversate dal sistema produttivo: fatturato industriale in calo del 2%, export in diminuzione dell’1%, prestiti alle imprese in flessione del 2,9% e occupazione in discesa dell’1,3%.

La situazione alimenta interrogativi sulla capacità del modello industriale nord-orientale di affrontare una fase caratterizzata da forte incertezza internazionale, aumento dei costi e minore disponibilità di investimenti. Come ha osservato Michele Benvenuti, direttore della sede veneta di Banca d’Italia: «Siamo in un momento di grande incertezza, con la conclusione del Pnrr e il forte bisogno di investimenti privati».

Il caso Vicenza e l’allarme sulla competitività industriale

Particolarmente significativa è la situazione della provincia di Vicenza, uno dei territori simbolo dell’industria esportatrice italiana. Secondo i dati diffusi da Confindustria Vicenza, la produzione industriale è in calo da tre anni consecutivi, mentre il primo trimestre del 2026 ha registrato un ulteriore arretramento dell’1,7%.

Numeri che hanno spinto la presidente degli industriali vicentini, Barbara Beltrame Giacomello, a lanciare un allarme sulle prospettive del sistema produttivo locale. «Questi numeri dicono una cosa semplice: in queste condizioni le nostre imprese e la nostra occupazione non reggeranno ancora per molto. Bisogna intervenire subito sulle condizioni che rendono possibile produrre, investire e competere», ha dichiarato. Parole che riportano al centro del dibattito il tema della competitività industriale e della necessità di creare condizioni favorevoli agli investimenti, soprattutto in una fase in cui molte imprese stanno riducendo produzione e capacità di espansione.

Un Paese che cresce troppo poco

Al di là delle differenze territoriali, il dato che emerge con maggiore forza dal rapporto è la debolezza della crescita italiana nel suo complesso.

La maggiore vivacità mostrata da alcune regioni del Sud rappresenta certamente un segnale positivo, ma non basta a compensare il rallentamento delle grandi aree industriali del Nord. Quando la regione più dinamica cresce appena dell’1,1%, il problema non è soltanto il divario territoriale, ma la scarsa velocità dell’intero sistema economico nazionale.

La sfida dei prossimi anni sarà dunque duplice: consolidare i progressi registrati nel Mezzogiorno e, allo stesso tempo, rilanciare gli investimenti produttivi nelle aree che per decenni hanno rappresentato il principale motore della crescita italiana.

Enrico Foscarini, 21 giugno 2026

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