Il dibattito seguito alla sconfitta referendaria del governo Meloni ha generato l’ennesima diagnosi superficiale: il centrodestra avrebbe perso perché incapace di parlare ai giovani, troppo distante dai nuovi linguaggi e poco competitivo sul terreno simbolico dei cosiddetti diritti civili. Ma questa lettura confonde il sintomo con la malattia. Il vero problema non è stata la mancanza di adattamento alla grammatica culturale progressista, bensì il progressivo cedimento a quella stessa grammatica.
Un governo di centrodestra non può pensare di vincere adottando il vocabolario ideologico costruito dalla sinistra. Quando una forza politica rinuncia al proprio lessico, ai propri valori e alla propria visione del mondo per rincorrere parole d’ordine altrui, non amplia il consenso: certifica la propria subalternità culturale.
Il caso Biennale è un fallimento
Le recenti vicende legate alla Biennale di Venezia e al ruolo del Ministero della Cultura hanno reso evidente una contraddizione sempre più difficile da ignorare. La destra italiana era arrivata al governo promettendo la fine dell’egemonia culturale progressista, ma troppo spesso si è limitata a gestire l’esistente, adottandone linguaggi, strutture e persino riflessi burocratici.
La sindrome di Stendhal verso l’universo culturale della sinistra, quando non una vera sindrome di Stoccolma politica, impedisce a molti dirigenti conservatori di costruire un’alternativa reale. Invece di ridefinire radicalmente il rapporto tra Stato e cultura, si tenta di ottenere riconoscibilità da ambienti che resteranno comunque ostili.
Questa impostazione produce un paradosso evidente: chi avrebbe dovuto smantellare un sistema ideologicamente monopolistico finisce per amministrarlo, talvolta replicandone perfino i meccanismi.
La cultura di Stato è una contraddizione
Il punto centrale, troppo spesso rimosso, è che un’autentica visione liberale non dovrebbe puntare alla conquista politica della cultura statalizzata, ma alla sua progressiva privatizzazione. Se la cultura è davvero libera, non può dipendere strutturalmente dalla fiscalità generale né da apparati pubblici che selezionano, finanziano e orientano la produzione artistica.
L’esempio argentino di Javier Milei, pur in un contesto diverso, ha riportato al centro una questione fondamentale: lo Stato deve finanziare cultura o deve garantire libertà affinché la cultura si sviluppi autonomamente?
Per un liberale classico la risposta è chiara. Tutto ciò che può essere sottratto alla gestione pubblica e restituito alla società civile dovrebbe essere privatizzato, inclusi ampi settori della produzione culturale. Questo non significa distruggere l’arte, ma liberarla dalla dipendenza politica, dal clientelismo e dalla burocratizzazione.
La libertà non è un desiderio trasformato in diritto
Uno degli equivoci più profondi del dibattito contemporaneo riguarda la nozione stessa di libertà. Negli ultimi anni, una parte rilevante del discorso pubblico ha confuso il liberalismo con un progressismo antropologico fondato sull’espansione illimitata di nuovi diritti soggettivi.
Ma la tradizione liberale classica non si fonda sulla continua moltiplicazione dei desideri individuali elevati a pretese giuridiche. Si fonda invece sullo stato di diritto, sulla responsabilità personale, sulla libertà economica e sul riconoscimento di limiti normativi coerenti con un ordine sociale stabile. Quando il centrodestra rincorre il linguaggio della sinistra su temi simbolici, smette di rappresentare un’alternativa culturale e diventa una copia meno credibile dell’originale.
La battaglia non si combatte occupando ministeri
L’errore strategico più grave è pensare che la risposta all’egemonia progressista consista semplicemente nel sostituire dirigenti o occupare istituzioni culturali mantenendo intatto l’impianto statalista. La vera svolta liberale consiste nel ridurre il perimetro del potere pubblico, favorendo pluralismo, mercato, mecenatismo privato e concorrenza culturale.
Scuola, università, media e industria culturale hanno per decenni formato generazioni dentro un paradigma spesso ostile al mercato, all’Occidente e alla responsabilità individuale. Ma il rimedio non può essere una versione speculare del medesimo controllo pubblico. Deve essere una radicale apertura.
Restaurazione burocratica o rivoluzione liberale
Oggi il nodo politico è questo: il centrodestra vuole davvero rappresentare una discontinuità o preferisce essere accettato da quell’establishment culturale che per anni ne ha delegittimato l’esistenza? I liberali non possono limitarsi a gestire la cultura statale con volti diversi. Devono affermare con chiarezza che la libertà culturale passa attraverso meno Stato, meno sussidi, meno burocrazia e più società.
Continuare a usare la grammatica della sinistra significa accettarne il primato morale e simbolico. Una vera politica liberale deve invece issare le proprie bandiere: mercato, pluralismo, responsabilità e privatizzazione. Perché senza una rivoluzione culturale autenticamente liberale, il centrodestra resterà soltanto amministratore provvisorio di un sistema costruito dai propri avversari.
Enrico Foscarini, 2 maggio 2026
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