
Il via libera di ieri al decreto Carburanti da parte del Consiglio dei ministri, con un plafond che sfiora i 600 milioni di euro per tamponare l’emergenza prezzi per venti giorni, solleva una questione di principio che va ben oltre la contingenza economica. Mentre la premier Giorgia Meloni e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti rivendicano la tempestività dell’intervento per calmierare benzina e diesel, emerge con chiarezza una contraddizione strutturale nella gestione delle risorse pubbliche. Si riescono a trovare centinaia di milioni di euro per taglio delle accise e crediti d’imposta, ma nello scorso autunno si è dichiarata l’impossibilità tecnica di reperire circa 1,5 miliardi per un’operazione di vera libertà fiscale: l’estensione del taglio Irpef fino a 60.000 euro di reddito lordo. È la conferma che, anche sotto un governo di centrodestra, la logica del “cittadino-assistito” prevale prepotentemente su quella dell’individuo libero di gestire il proprio guadagno.
Il paradosso del ceto medio tartassato
I numeri parlano chiaro e sono spietati nella loro evidenza contabile. Consolidare l’aliquota al 33% fino alla soglia dei 60.000 euro, anziché fermarsi ai 50.000 attuali, avrebbe permesso a quasi un milione di contribuenti – la spina dorsale del Paese composta da quadri, professionisti e funzionari – di beneficiare di un sollievo fiscale fino a 1.440 euro annui. Invece, si è preferito restare ancorati a quella che appare come un’elemosina di 440 euro per i redditi inferiori, sprecando poi risorse equivalenti in interventi emergenziali e micro-bonus. Eppure, con mille euro in più in busta paga ogni anno, ogni cittadino avrebbe avuto le risorse necessarie per assorbire autonomamente i rincari alla pompa, senza dover attendere il decreto di turno. Lo Stato continua a comportarsi come una sanguisuga che preleva forzosamente la ricchezza prodotta per poi restituirne una minima frazione sotto forma di mancia, decidendo persino la destinazione d’uso di quei pochi spiccioli.
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La scelta individuale contro il dirigismo dei bonus
In un’ottica autenticamente liberale, non spetta al governo stabilire come un lavoratore debba mitigare gli effetti dell’inflazione o delle crisi geopolitiche. Se il prezzo del diesel sale, un individuo libero deve poter scegliere se continuare a usare l’auto pagando di più, ottimizzare i propri spostamenti o risparmiare su altri consumi. Invece, la logica dei bonus ribalta questo paradigma: “lo Stato ti aiuta se fai quello che dico io”. È un approccio paternalistico che umilia chi paga regolarmente le tasse, spesso per finanziare sussidi a chi non contribuisce affatto al gettito nazionale. “Non ti fregare i miei soldi e poi deciderò io se spenderli o risparmiarli” dovrebbe essere il mantra di un esecutivo che si professa liberale. Invece, si preferisce la logica del cittadino-servo, grato per lo sconto di 25 centesimi alle accise, piuttosto che quella del cittadino sovrano del proprio reddito.
Verso una vera sovranità del contribuente
Sebbene il decreto in discussione contenga misure condivisibili per settori strategici come l’autotrasporto e la pesca, resta l’amaro in bocca per l’ennesima occasione persa sul fronte della riforma dell’Irpef. La politica dei piccoli passi e dei tamponi temporanei non fa che alimentare un sistema burocratico e assistenziale che soffoca la crescita. La vera sfida per Meloni e Giorgetti non è firmare decreti d’urgenza ogni volta che il Brent oscilla, ma avere il coraggio di tagliare strutturalmente il peso dello Stato sulle spalle di chi produce. Dare ossigeno a quel milione di contribuenti incastrati tra i 50 e i 60mila euro di reddito non sarebbe un privilegio, ma un atto di giustizia verso chi oggi subisce un’aliquota marginale del 43%. Solo restituendo ai cittadini la facoltà di decidere come spendere il proprio denaro si potrà parlare di una vera svolta liberale, uscendo finalmente dalla spirale dei bonus che comprano il consenso ma non la libertà.
Enrico Foscarini, 19 marzo 2026
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