In Italia è in discussione una proposta di legge che prevede reclusione da tre mesi a tre anni e multe fino a 100mila euro per chi alleva cavalli destinati alla macellazione, dunque un divieto di consumo di carne equina. Il trucco giuridico passa dal riconoscimento degli equidi come animali d’affezione con dicitura obbligatoria “Non Dpa – non destinato alla produzione alimentare”. Le iniziative parlamentari sono firmate, tra gli altri, da Susanna Cherchi (M5S), Luana Zanella (Avs) e Michela Vittoria Brambilla (Nm) e sono state incardinate in commissione Ambiente a Palazzo Madama.
Per i promotori si tratta di civiltà. Per chi guarda all’economia reale, invece, il provvedimento assomiglia molto di più a una fesseria sesquipedale con effetti collaterali prevedibilissimi: distruzione di filiere produttive, aumento dei costi e, soprattutto, creazione di un mercato nero senza controlli sanitari.
Il direttore esecutivo di Animal Equality Italia, Matteo Cupi, ha parlato di “passaggio politico rilevante e atteso” sostenendo che il Parlamento avrebbe deciso di affrontare “una pratica crudele e opaca”. Il punto è che, quando lo Stato proibisce una domanda che esiste, non la elimina: la sposta altrove.
La scelta diventa reato
Il nodo politico vero non è il cavallo in sé, ma il principio. Una legge che stabilisce per decreto cosa puoi o non puoi mangiare non è tutela: è paternalismo coercitivo. Equiparare tutti gli equidi ad animali da compagnia cancella con un colpo di penna tradizioni gastronomiche radicate e attività economiche legittime.
In regioni come Puglia (35% del consumo nazionale), Veneto (20%) ed Emilia-Romagna (13%) la carne equina non è un capriccio esotico ma parte della cultura alimentare locale. Vietarla significa colpire imprese, macellerie specializzate, allevatori e lavoratori. Altro che progresso: è una politica industriale al contrario.
In fumo 500 milioni
Il mercato italiano della carne equina vale circa 500 milioni di euro e conta circa 16mila tonnellate di consumo annuo. È una nicchia, certo, ma economicamente rilevante. L’Italia è anche il primo importatore mondiale, perché la produzione interna non copre la domanda.
Gran parte dell’import arriva da Paesi europei come Polonia, Francia e Spagna, oltre che da fornitori extra Ue come Canada, Messico e Stati Uniti. E qui arriva il primo paradosso: se vieti la produzione interna ma non il consumo, aumenti le importazioni. Se vieti anche il consumo, spingi tutto nell’illegalità.
Il mercato nero conseguenza inevitabile
La storia economica è piena di esempi: proibizionismo significa criminalità. Gli stessi promotori del divieto citano criticità nei Paesi extra Ue segnalate da organizzazioni come Italian Horse Protection e World Horse Welfare, tra problemi di tracciabilità e benessere animale. Ma la soluzione proposta è ancora più contraddittoria: eliminare il mercato legale della carne equina.
Quando la filiera è regolata, esistono controlli sanitari, registri e tracciabilità. Quando diventa clandestina, spariscono. Il risultato probabile è più rischi per i consumatori, non meno. Senza contare il destino degli animali a fine carriera: mantenere un cavallo anziano costa migliaia di euro l’anno. Senza sbocco economico, aumentano abbandoni e traffici illegali.
Ideologia contro realtà
Il cuore del problema è l’approccio ideologico. Si vuole risolvere una questione etica con il diritto penale. Ma l’economia non funziona per decreto morale. Una politica pubblica sensata dovrebbe migliorare benessere animale e controlli sanitari, non cancellare interi settori produttivi. Qui invece si sceglie la scorciatoia simbolica: proibire, punire, criminalizzare.
Con un esito prevedibile: meno libertà, meno imprese, più illegalità. E la sensazione che qualcuno abbia scambiato il Parlamento per un gruppo Telegram animalista.
Enrico Foscarini, 16 febbraio 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


