Economia
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Manovra: il Dpfp mette pensioni e Irpef sotto esame

Nel 2027 non ci sono margini per una legge di Bilancio espansiva. Tutte le misure dovranno trovare coperture integrali

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Il Dpfp 2026 mette un punto fermo sulla prossima legge di Bilancio: nel 2027 il governo non avrà spazio per una manovra espansiva. Il confronto fra la spesa netta programmata e quella tendenziale, una volta considerato l’utilizzo della clausola di salvaguardia nazionale per difesa ed energia, «non emergerebbe la necessità di una correzione di bilancio per il 2027», mentre soltanto nel 2028 e nel 2029 «si renderebbero disponibili spazi di bilancio per una manovra moderatamente espansiva». Il problema politico è evidente: le richieste della maggioranza per la manovra arrivano in un anno nel quale i conti pubblici non consentono di aggiungere nuovo deficit. Ogni misura che non sia già coperta dovrà quindi trovare una compensazione attraverso maggiori entrate o minori spese. E proprio il Dpfp aiuta a capire perché alcune delle ipotesi circolate nelle ultime settimane rischiano di diventare molto più difficili da finanziare. Una bella gatta da pelare per il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.

Nel 2027 lo spazio di bilancio è già tutto impegnato

Il parametro decisivo è la spesa netta, il nuovo indicatore al centro delle regole europee. Escludendo le spese finanziate attraverso la clausola di salvaguardia nazionale, il governo programma una crescita della spesa netta dell’1,9% nel 2027, dell’1,7% nel 2028 e dell’1,5% nel 2029, esattamente in linea con i limiti raccomandati dal Consiglio.

Questo significa che il 2027 è l’anno più difficile per costruire una manovra aggiuntiva. Carlo Cottarelli lo ha spiegato leggendo i numeri del documento: «Non ci sono margini nel 2027, ma nel 2028 ci sono circa 3,5 miliardi, lo 0,3% di spesa netta in più, e nel 2029 6,5 miliardi, lo 0,5% in più».

Sono numeri che ridimensionano necessariamente il menù delle richieste politiche. Se si vuole introdurre una nuova agevolazione, rendere strutturale una misura temporanea o aumentare una prestazione, la copertura deve essere trovata all’interno del bilancio. Non c’è, almeno secondo il quadro del Dpfp, un assegno aggiuntivo da finanziare semplicemente aumentando il deficit.

Le pensioni è il conto più pesante

Il capitolo delle pensioni è ancora più significativo. Nel 2026 la spesa pensionistica è prevista a 352,4 miliardi di euro e nel 2027 salirà a 365,9 miliardi, con un incremento di circa 13,5 miliardi, pari al 3,8%. Una parte decisiva di questa crescita è legata alla perequazione degli assegni all’inflazione. Con l’inflazione acquisita al 2,9%, la rivalutazione secondo i criteri oggi in vigore potrebbe costare circa 10 miliardi di euro lordi nel 2027.

Il dato aiuta a capire meglio quanto siano stretti i margini della prossima manovra: quasi tre quarti dell’aumento complessivo della spesa pensionistica previsto per il 2027 sarebbero assorbiti dalla rivalutazione degli assegni. Non si tratta quindi di una nuova misura discrezionale decisa dal governo, ma di una spesa che deriva dal meccanismo di indicizzazione previsto dalla legge e che deve essere incorporata nel quadro di finanza pubblica. Il Dpfp prevede infatti che la crescita della spesa per pensioni.

Il Dpfp prevede che la crescita della spesa corrente primaria resti mediamente al 2% nel triennio 2027-2029, sotto il 2,8% della crescita del Pil nominale. Ma alcune componenti risentiranno con ritardo dell’inflazione registrata nel 2026. Fra queste ci sono proprio le prestazioni sociali: la loro crescita raggiungerà il massimo nel 2027, al 3,6%, «anche per effetto dell’indicizzazione delle pensioni alle variazioni osservate nell’anno precedente dall’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), al netto dei tabacchi», con una spesa per pensioni in aumento del 4,2%.

Il punto è cruciale per la manovra. La rivalutazione non è una misura che il governo può semplicemente decidere di non finanziare: è l’effetto della perequazione prevista dalla legislazione vigente. Secondo le stime circolate con il dossier sulla manovra, mantenere anche per il prossimo anno criteri di rivalutazione analoghi a quelli adottati quest’anno comporterebbe un costo nell’ordine dei 10 miliardi di euro. Una somma che assorbe una parte consistente degli spazi che si potrebbero teoricamente aprire sul fronte della spesa.

Questo spiega perché il capitolo previdenziale rischia di essere molto più ingombrante di quanto suggeriscano le sole proposte di pensionamento anticipato. Prima ancora di finanziare nuove uscite, il bilancio deve assorbire l’adeguamento delle pensioni all’inflazione. E con margini pari a zero nel 2027, il problema diventa quello di reperire risorse altrove.

Irpef e agevolazioni: ogni miliardo va coperto

Lo stesso ragionamento vale per il fisco. L’ipotesi di portare da 50.000 a 60.000 euro la soglia di reddito per l’aliquota Irpef del 33% avrebbe un costo indicativo di 2,5 miliardi. La misura si aggiungerebbe alle altre ipotesi di intervento sull’imposta sul reddito e alle agevolazioni fiscali già presenti nel sistema.

Il punto, però, non è stabilire oggi quali misure verranno effettivamente inserite nella legge di Bilancio. Il dato politico-finanziario emerso dal Dpfp è un altro: nel 2027 non c’è spazio per finanziarle attraverso un maggiore deficit.

Il documento mostra infatti un percorso di progressivo consolidamento dei conti. Il deficit scende al 2,9% del Pil nel 2026 e continua a ridursi negli anni successivi, mentre il saldo primario si rafforza progressivamente. La pressione fiscale è indicata al 43% nel 2026, in aumento di appena 0,1 punti rispetto al 2025.

Per una politica economica orientata alla riduzione della pressione fiscale, il vincolo è quindi particolarmente significativo: non basta individuare una riduzione delle tasse desiderabile, bisogna prima costruire lo spazio finanziario necessario per renderla sostenibile.

La clausola per difesa ed energia non è un salvadanaio

Un altro punto da chiarire riguarda la clausola di salvaguardia nazionale. Il governo intende utilizzarla per finanziare maggiore spesa per la difesa e interventi di resilienza energetica. La flessibilità richiesta arriva fino a 0,3 punti di Pil per la difesa e altri 0,3 punti per l’energia nel 2027 e nel 2028.

Non significa però che quelle risorse possano essere utilizzate liberamente per qualsiasi voce della manovra. Il Dpfp precisa che la definizione finale degli interventi dovrà passare dal dialogo tecnico con la Commissione europea per verificarne l’ammissibilità e successivamente dal Parlamento.

È proprio questa la ragione per cui la NEC non può essere considerata una scorciatoia per finanziare genericamente tagli fiscali o nuove prestazioni. Le risorse liberate dalla clausola sono legate alle finalità per cui viene attivata. Eventuali spazi aggiuntivi per la manovra dovranno quindi essere individuati attraverso il rispetto delle regole di spesa oppure attraverso una diversa allocazione delle risorse disponibili.

Il conto degli interessi supera i 100 miliardi

A rendere ancora più prudente il quadro c’è poi il costo del debito. Il Dpfp prevede che la spesa per interessi continui a crescere rapidamente nel prossimo triennio: la crescita media è stimata al 6,6% nel 2027-2029, prima di rallentare nel 2029. Il miglioramento del deficit sarà ottenuto soprattutto grazie al progressivo rafforzamento del saldo primario, che arriverà al 2,5% del Pil a fine periodo.

È questo uno dei motivi per cui la prudenza invocata dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti trova una precisa spiegazione nei numeri del documento. Con un debito che resta sopra il 138% del Pil nel 2027 e un costo degli interessi destinato a superare i 100 miliardi, il margine per finanziare nuove spese attraverso il disavanzo è estremamente ridotto.

Il Dpfp non descrive tuttavia una situazione fuori controllo. Al contrario, il percorso del saldo primario e quello della spesa netta consentono di mantenere la finanza pubblica dentro gli obiettivi europei. Il problema è che questa stabilizzazione ha un prezzo: nel breve periodo il governo deve scegliere con attenzione dove concentrare le risorse.

Il vero margine arriva dopo

La fotografia del Dpfp è dunque meno drammatica di quella di una manovra semplicemente «senza soldi», ma anche meno permissiva di quanto lasci intendere il dibattito politico sulle singole misure. Il 2027 è un anno di consolidamento, non di espansione: nessuna correzione aggiuntiva è richiesta, ma non esiste neppure spazio per una politica di bilancio più generosa.

La prospettiva cambia dal 2028. Il Dpfp indica infatti che, rispetto allo scenario tendenziale corretto per l’utilizzo della clausola, si aprirebbero spazi per una manovra moderatamente espansiva.

È un elemento importante anche in chiave liberale: prima viene la stabilizzazione dei conti, poi la possibilità di utilizzare i frutti del consolidamento per ridurre la pressione fiscale o finanziare priorità economiche. Ma il passaggio non è automatico. I 3,5 miliardi indicati per il 2028 e i 6,5 miliardi per il 2029 non costituiscono una disponibilità immediata per il 2027.

La conclusione del Dpfp è quindi piuttosto chiara. Il governo può mantenere una traiettoria di deficit sotto il 3%, spesa netta sotto controllo e debito destinato a tornare a scendere, ma deve fare i conti con una serie di spese già incorporate nel quadro tendenziale. Fra queste, l’indicizzazione delle pensioni pesa in modo particolare. Per questo la prossima manovra sarà soprattutto una questione di priorità e coperture: nel 2027 non ci sono margini per fare tutto e la partita delle risorse dovrà essere giocata euro per euro.

Enrico Foscarini, 4 ottobre 2026

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