La fotografia dell’economia italiana a cavallo tra il 2025 e il 2026 cambia sensibilmente a seconda dell’osservatorio utilizzato. I dati macroeconomici sono gli stessi, ma l’interpretazione diverge. Da un lato, il Centro Studi Confindustria restituisce un quadro improntato alla cautela, sottolineando fragilità strutturali e rischi esogeni che continuano a comprimere il potenziale industriale del Paese. Dall’altro, il Centro Studi Unimpresa individua segnali di stabilizzazione e ripartenza, leggendo il rimbalzo ciclico come una base concreta su cui costruire una fase di crescita più duratura.
Non si tratta di una contrapposizione ideologica, ma di una diversa gerarchia delle priorità: chi guarda all’intero sistema manifatturiero resta prudente, chi osserva i flussi congiunturali coglie i primi segnali di inversione.
Confindustria: economia quasi ferma
Secondo Confindustria, l’economia italiana resta sostanzialmente stagnante. Il quadro delineato dal rapporto “Congiuntura Flash” parla di “economia quasi ferma”, con consumi frenati dal risparmio precauzionale e un’industria ancora caratterizzata da forte volatilità. La debolezza dell’export, penalizzato da un dollaro fortemente svalutato sull’euro, e il permanere di un clima di incertezza geopolitica continuano a pesare sulle decisioni di spesa di famiglie e imprese.
A preoccupare maggiormente è il contesto industriale. La produzione mostra recuperi intermittenti, ma gli indicatori di fiducia segnalano un andamento a singhiozzo, con il PMI manifatturiero tornato in area recessiva a dicembre. Confindustria richiama inoltre l’attenzione su fattori strutturali irrisolti: costi dell’energia ancora elevati, produttività stagnante, crisi del comparto automotive e tensioni sulle filiere internazionali. In questo scenario, il mancato via libera all’accordo Ue-Mercosur viene letto come un’occasione persa, una potenziale “boccata di ossigeno” per un export già sotto pressione.
La principale leva di sostegno al Pil resta quella degli investimenti, trainati dall’accelerazione del Pnrr e dalla tenuta del credito, pur in un contesto di costi di finanziamento che non scendono più per le imprese.
Unimpresa: segnali di ripartenza
La lettura di Unimpresa è diversa. Pur riconoscendo un contesto internazionale complesso, il Centro Studi evidenzia come il 2025 si chiuda “con segnali complessivamente positivi e migliori delle attese”. Il dato simbolo è il rimbalzo della produzione industriale di novembre, pari a +1,5% su base mensile, che riporta la variazione annua in territorio positivo al +1,4%, il livello più alto degli ultimi tre anni.
Secondo Unimpresa, la crescita non è episodica ma diffusa, con una dinamica particolarmente robusta dei beni strumentali, sostenuti dagli investimenti e dagli incentivi fiscali della manovra 2026. Anche i servizi mantengono un’intonazione espansiva, mentre i consumi mostrano segnali di recupero graduale, nonostante l’elevata propensione al risparmio.
Sul fronte estero, l’export viene giudicato resiliente. Le esportazioni tengono, il saldo commerciale migliora sensibilmente grazie al calo del deficit energetico e l’inflazione resta sotto controllo, creando un contesto macro favorevole. Come sottolinea il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi, “osserviamo un’economia italiana che rafforza la crescita, con un’industria in ripresa, servizi resilienti, export solido e inflazione contenuta”, a condizione che il miglioramento venga accompagnato da “scelte politiche coerenti e di medio periodo”.
Due letture, una sfida comune
La distanza tra Confindustria e Unimpresa non è tanto nei numeri, quanto nella prospettiva. Confindustria guarda al potenziale industriale complessivo e vede nodi strutturali ancora irrisolti, Unimpresa osserva la dinamica congiunturale e individua segnali di rimbalzo che meritano fiducia. In mezzo c’è la vera sfida della politica economica: trasformare una ripresa ciclica ancora fragile in crescita strutturale, intervenendo su fisco, lavoro, semplificazione e competitività.
In questo senso, l’ottimismo prudente non è una forma di negazione dei problemi, ma la consapevolezza che i segnali positivi, se sostenuti da politiche liberali, stabilità normativa e apertura ai mercati, possono diventare un punto di svolta reale. Il pessimismo, a sua volta, resta un monito utile: senza affrontare i costi dell’energia, la bassa produttività e i vincoli all’export, nessuna ripresa potrà dirsi davvero consolidata.
Enrico Foscarini, 27 gennaio 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


