Economia

DESERTIFICAZIONE

Electrolux: la crisi è colpa di tasse alte e prezzi dell’energia

La crisi dell'industria degli elettrodomestici è causata dalla scarsa competitività del Paese: imposte, costi energetici e burocrazia allontanano gli investimenti

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La vertenza Electrolux è soltanto l’ennesimo segnale di un declino industriale che va avanti da anni e che ormai non dovrebbe sorprendere nessuno. Il problema non è soltanto la decisione del gruppo svedese di tagliare circa 1.700 posti di lavoro in Italia, con la chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi e il ridimensionamento degli altri siti produttivi. Il punto è che il nostro Paese continua a pretendere di competere sui mercati globali con costi energetici fuori scala, una pressione fiscale soffocante e una burocrazia che scoraggia qualsiasi investimento industriale.

Il segretario della Fiom, Michele De Palma, ha parlato di una situazione “di disperazione” e ha chiesto che “Electrolux ritiri il piano di licenziamenti di 1700 lavoratrici e lavoratori”. Una posizione comprensibile dal punto di vista sindacale, soprattutto considerando l’impatto sociale che queste chiusure avranno su interi territori. Ma il problema è che da anni si affrontano queste crisi come se fossero episodi isolati, quando invece sono la conseguenza inevitabile di un sistema che ha progressivamente perso competitività.

Il costo Italia rende inevitabili le delocalizzazioni

Electrolux non sta facendo nulla di diverso rispetto a quanto già visto con Beko Europe, la società nata dall’acquisizione di Whirlpool EMEA da parte della turca Arçelik. Anche lì il copione è identico: migliaia di esuberi, stabilimenti ridimensionati o destinati alla chiusura e produzione spostata verso aree molto più convenienti.

La ragione è brutale nella sua semplicità. Produrre in Italia costa troppo. Nel settore degli elettrodomestici, dove i margini sono ridotti e la competizione globale è feroce, una differenza del 25-40% nei costi produttivi decide chi resta sul mercato e chi chiude.

Il costo del lavoro manifatturiero italiano oscilla tra i 35 e i 38 euro l’ora, contro i 15-17 euro della Polonia, gli 11-13 euro della Romania e i 6-8 euro della Turchia. A questo si aggiunge un cuneo fiscale che sfiora il 47%. Sul fronte energetico, le imprese italiane pagano circa 270-280 euro per megawattora, molto più dei concorrenti europei e quasi il triplo rispetto alla Cina. È semplicemente impossibile pensare di reggere una competizione internazionale in queste condizioni.

Per questo motivo indignarsi ogni volta che una multinazionale taglia personale serve a poco. Le aziende non sono enti caritatevoli e spostano inevitabilmente la produzione dove il sistema è più favorevole. Il vero scandalo non è che Electrolux riduca la presenza in Italia. Il vero scandalo è che l’Italia continui a essere uno dei Paesi meno competitivi d’Europa per fare industria.

La fascia media è stata travolta dalla concorrenza asiatica

Il settore del “bianco” vive una trasformazione globale. La fascia media del mercato è stata completamente aggredita dai produttori asiatici, capaci di offrire prodotti tecnologicamente avanzati a prezzi impossibili da replicare in Europa occidentale.

Electrolux e Whirlpool/Beko producono elettrodomestici “buoni ma non esclusivi”. E questo oggi rappresenta il problema principale. Se una lavatrice costa 400 euro, la concorrenza cinese vincerà quasi sempre grazie a costi produttivi enormemente inferiori. Soltanto i prodotti di alta gamma riescono ancora a difendere margini sufficienti per giustificare una produzione italiana.

Il risultato è che gli impianti progettati per la produzione di massa diventano economicamente insostenibili. E infatti l’Italia è passata dai circa 30 milioni di pezzi prodotti nel 2002 ai 12 milioni del 2023, con il rischio di scendere sotto i 10 milioni nei prossimi anni.

Ridurre le tasse e abbassare i prezzi dell’energia

Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha definito il piano Electrolux “inaccettabile” sostenendo che “i lavoratori vanno tutelati e ogni impianto industriale va preservato”. Ha inoltre spiegato che “l’azienda è in crisi da anni” e che “non riesce a contrastare la concorrenza cinese”.

Il problema, però, è che la politica continua a concentrarsi sugli effetti anziché sulle cause. Golden power, tavoli ministeriali e decreti anti-delocalizzazione possono rallentare alcune operazioni, ma non cambiano il nodo centrale: nessuna impresa continuerà a investire stabilmente in un Paese dove energia, tasse e burocrazia erodono qualsiasi margine industriale.

La verità è che non esiste una soluzione semplice per invertire rapidamente questa tendenza. Eventuali dazi contro la Cina, che dovrebbero essere decisi dall’Ue, rischierebbero di provocare ritorsioni commerciali e aumenti dei prezzi per i consumatori europei. Inoltre, molte produzioni italiane dipendono ormai da componentistica asiatica, dalle schede elettroniche ai motori inverter. Una guerra commerciale totale finirebbe probabilmente per bloccare le stesse fabbriche europee.

Per questo motivo la strada più realistica non è il protezionismo ma il recupero di competitività interna. Ridurre drasticamente la pressione fiscale sulle imprese e abbattere il costo dell’energia rappresentano ormai l’unica leva concreta per evitare una desertificazione industriale ancora più ampia.

Il rischio è un’Italia ridotta a semplice mercato di consumo

La sensazione è che il Paese stia lentamente trasformandosi in una “scatola vuota”, dove i marchi storici sopravvivono ma ricerca, progettazione e produzione vengono progressivamente trasferite altrove. Candy è già finita sotto il controllo di Haier, Whirlpool EMEA è passata ai turchi di Beko e anche Electrolux viene periodicamente indicata come possibile preda dei gruppi asiatici.

Quando se ne va l’industria, però, non spariscono soltanto gli operai delle grandi fabbriche. Saltano anche migliaia di piccole imprese dell’indotto, dai produttori di componenti alle aziende della logistica. Interi territori rischiano la desertificazione economica.

Per questo la crisi Electrolux non dovrebbe essere letta come un’emergenza improvvisa, ma come la conseguenza di vent’anni di immobilismo economico. E continuare a stracciarsi le vesti senza affrontare il tema centrale della competitività significa soltanto prepararsi alla prossima crisi industriale.

Enrico Foscarini, 13 maggio 2026

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