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Fisco spietato e inefficace: il dossier che smonta il mito dei record

Un documento redatto da dirigenti e funzionari AdER smonta la narrazione. Le Entrate stanno diventando sempre più aggressive e rischiano di far male

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Il modello di amministrazione finanziaria basato sul sospetto sistematico e sull’accertamento punitivo ha mostrato definitivamente la corda. Per anni la gestione del fisco è stata orientata da una visione dirigistica in cui il contribuente non è un partner dello Stato o un creatore di ricchezza, ma un presunto evasore da perquisire attraverso banche dati ed esecuzioni coattive.

Un’impostazione ideologica incarnata dall’era di Ernesto Maria Ruffini, la cui eredità continua a condizionare l’operato dell’amministrazione finanziaria nonostante il cambio di governo. Perché è qui il punto che i comunicati istituzionali non dicono: gli sforzi dell’esecutivo di centrodestra per virare verso cooperazione e concordato si scontrano con un apparato che ricava forza dalla permanenza in ruoli apicali degli uomini di Ruffini, rimasti fedeli a una filosofia della riscossione fondata sulla presunzione di colpevolezza più che sull’adesione volontaria. I nodi di questa impostazione sono venuti tutti al pettine, travolti dalla cruda realtà dei numeri e da una protesta che serpeggia ormai dall’interno dello stesso apparato tributario.

La denuncia interna: i veri numeri del “record”

A svelare le crepe di questo sistema è un documento redatto da funzionari e dirigenti AdER scontenti della gestione dell’ente, esasperati da una macchina organizzativa inceppata anche perché i «ruffiniani» sono rimasti quasi tutti in ruoli apicali. Nel dossier interno si smonta il tanto sbandierato record di 101 miliardi recuperati in tre anni, dietro cui si celerebbe un’aggressività burocratica che produce poco.

A fronte di un gettito spontaneo di 595,8 miliardi di euro, la riscossione coattiva dei ruoli da parte di AdER si è fermata nel 2025 a soli 16,8 miliardi, di cui appena 12,3 miliardi da riscossione ordinaria. E di quei 16,8 miliardi, ben 9,7 derivano da contribuenti con debiti superiori a 100.000 euro: la dimostrazione, secondo gli estensori del dossier, che l’attività esecutiva e coattiva di AdER produce risultati modesti in proporzione all’enorme mole amministrativa dispiegata, lasciando lievitare un magazzino dei crediti non riscossi che ha già superato i 1.300 miliardi di euro.

L’illusione dei controlli

Che la narrazione del fisco punitivo nasconda un fallimento sistemico lo conferma l’ultima Relazione sul Rendiconto generale dello Stato della Corte dei Conti. La magistratura contabile certifica che la presunta forza dissuasiva dell’accertamento muscolare è una pura illusione contabile: su 72,3 miliardi di imposte accertate a seguito dei controlli, nelle casse dello Stato sono entrati solo 12,8 miliardi, un tasso di riscuotibilità diretta di appena il 17,7%. Un crollo della resa effettiva accompagnato dal fatto che la frequenza dei controlli sostanziali ordinari condotti dall’Agenzia delle Entrate si attesta a un mero 1,4% rispetto alla platea dei contribuenti, una quota che la stessa Corte giudica «del tutto insufficiente a svolgere una reale funzione dissuasiva contro l’evasione fiscale».

Il tutto a fronte di costi enormi, con i trasferimenti del MEF per convenzioni e servizi informatici che assorbono tra i 3,5 e i 4 miliardi di euro all’anno, mentre la Corte segnala come i ritardi del contenzioso e l’infruttuosità della riscossione riducano ulteriormente la resa finale delle risorse investite. A questi va aggiunto il miliardo circa per il funzionamento di AdER.

Va detto, per onestà, che l’amministrazione rivendica con orgoglio l’efficacia dei suoi strumenti di controllo preventivo: 5,62 miliardi di euro tra minori spese e minori rimborsi bloccati, di cui 1,2 miliardi di crediti fittizi da bonus edilizi congelati preventivamente e oltre 4 miliardi di indebite compensazioni in F24 stoppate; l’11% degli accertamenti su Iva e imposte dirette realizzato incrociando le banche dati dell’Archivio dei Rapporti Finanziari; la chiusura d’ufficio di 12.000 partite Iva “apri e chiudi” (+105% sull’anno precedente) e di altre 57.000 riconducibili a soggetti non residenti. Numeri veri, che nella lettura istituzionale sono un successo antifrode.

Ma è proprio qui che il dossier dei funzionari AdER e la lettura liberale coincidono: la stessa pervasività dei controlli, la stessa centralizzazione delle indagini finanziarie che l’amministrazione del fisco esibisce come trofeo, per un tessuto produttivo fatto in larghissima parte di partite Iva individuali e piccole imprese si traduce in una pressione che precede persino l’accertamento, colpendo per presunzione prima che per prova.

Un apparato vecchio, lento e costoso

C’è poi un problema che raramente finisce nei comunicati stampa: chi materialmente fa girare questa macchina, e a che prezzo. I dati sul personale raccontano una frattura generazionale netta. L’Agenzia delle Entrate conta 36.662 dipendenti con un’età media di 49 anni, e può almeno vantare un piano di ringiovanimento concreto: 14.257 assunzioni tra il 2021 e il 2025, con un’età media di 38 anni e il 91% di laureati tra i nuovi ingressi.

Agenzia delle Entrate-Riscossione, invece, è rimasta bloccata: 7.045 dipendenti, età media di 56 anni, e appena 275 assunzioni nel 2025, il primo bando concorsuale dal 2017. Un ente che deve inseguire un magazzino da 1.300 miliardi con un organico che invecchia senza ricambio è già, sulla carta, un ente che ha perso la partita prima di giocarla. E costa: la sola macchina della riscossione assorbe circa un miliardo di euro l’anno, un costo che dal 2022 – abolito l’aggio sui carichi affidati, misura fortemente voluta proprio dall’ex direttore Ruffini – grava non più su chi evade, ma sulla collettività intera. Sono cioè i contribuenti onesti a finanziare, con le proprie tasse, il recupero dei crediti lasciati insoluti da altri: un paradosso che nessuna narrazione sul “record” riesce a nascondere.

Il contribuente esasperato

La riprova di quanto la pressione del fisco e l’impostazione sanzionatoria abbiano superato il livello di guardia risiede nel comportamento dei cittadini di fronte a pretese erariali che evidentemente considerano insostenibili. Oltre il 27% degli accertamenti viene definito per semplice inerzia o mancata risposta del contribuente, un fenomeno che la Corte dei Conti reputa indice di un altissimo rischio di infruttuosità delle successive azioni di recupero coattivo.

E quando la riscossione funziona, funziona solo se offre una via d’uscita concordata: su 16,8 miliardi incassati da AdER, 4,5 miliardi – circa il 27% – derivano da Rottamazione-quater e riammissioni. È l’ammissione implicita, contenuta negli stessi numeri ufficiali, che senza definizioni agevolate e strumenti di pacificazione il fisco non riuscirebbe a recuperare quanto dovuto, per la semplicissima ragione che le tasse sono troppo alte rispetto alla capacità contributiva reale di famiglie e imprese. Uno Stato che deve sistematicamente scontare i propri crediti per incassarli sta certificando, da solo, il fallimento della propria pressione fiscale.

Pignoramento lampo e indagini a strascico

È qui che il dossier arriva al punto più delicato, quello che meno si concilia con l’immagine di un governo amico delle imprese. Tra gli strumenti più controversi denunciati dai funzionari AdER c’è il cosiddetto pignoramento lampo, collegato ai dati della fatturazione elettronica e già oggetto di forti riserve da parte delle associazioni di categoria. Il meccanismo rischia di incidere direttamente sulla liquidità necessaria all’ordinaria operatività aziendale, sottraendo risorse che dovrebbero pagare stipendi, fornitori e canoni di locazione, con effetti che vanno ben oltre il rapporto tra debitore e amministrazione finanziaria. C’è di più: lo strumento coinvolge direttamente clienti e committenti, chiamati a versare all’Erario le somme dovute al proprio fornitore, con un danno reputazionale che trasmette al mercato un segnale di difficoltà economica capace di compromettere rapporti commerciali consolidati. È uno strumento che sposta l’equilibrio tra esigenze del fisco di riscuotere e tutela dell’attività economica nettamente a favore della prima, quasi a voler compensare con l’inasprimento delle procedure esecutive l’incapacità del sistema di recuperare i crediti con gli strumenti ordinari.

A questo si somma il ricorso sempre più esteso alle indagini finanziarie previste dagli articoli 32 del Dpr 600/1973 e 51 del Dpr 633/1972, che rischia di comprimere in modo significativo la riservatezza di cittadini e imprese: ogni movimentazione bancaria non immediatamente giustificabile finisce per trasformarsi in un elemento a sfavore del contribuente, un tema su cui è intervenuta più volte anche la giurisprudenza europea. E quando dall’accertamento si passa alla riscossione coattiva, il blocco pressoché immediato delle disponibilità sui conti correnti può avere conseguenze devastanti per imprese e professionisti già alle prese con margini ridotti e incertezza economica: non una sanzione per chi evade, ma il rischio concreto di trasformare una difficoltà di cassa in una crisi aziendale vera e propria, con danni a dipendenti e collaboratori che nulla hanno a che fare con il debito fiscale contestato. È difficile immaginare una misura più distante dalla cultura liberale del rapporto fisco-impresa che il centrodestra dice di voler costruire: colpisce la liquidità prima ancora di accertare la colpa, e lo fa proprio mentre l’apparato che la applica resta guidato dagli stessi uomini che l’hanno concepita.

La necessità di una svolta liberale

Il fallimento dell’impostazione punitiva si riflette anche nella paralisi dell’apparato operativo, come denuncia lo stesso dossier interno: 23 milioni di contribuenti iscritti a ruolo, di cui il 61% per almeno dieci annualità diverse, e un magazzino ingestibile in cui i crediti su cui si può concretamente provare un recupero ammontano ad appena 93,1 miliardi, cioè il 7% dello stock totale. È per questo che si è resa necessaria la norma sulla riconsegna anticipata e il discarico dei carichi inesigibili trascorsi 24 mesi dalla presa in carico: un’ammissione implicita di resa, non una riforma.

I numeri dimostrano che per liberare le energie del Paese occorre rottamare definitivamente la filosofia giustizialista, rimuovere la burocrazia ruffiniana ancora al comando del fisco e sostituire la vessazione tributaria – pignoramenti lampo compresi – con la riduzione delle aliquote e un vero patto di fiducia con i contribuenti. Non basta cambiare direttore in cima all’organigramma se chi scrive le procedure, decide i controlli e firma i pignoramenti resta lo stesso di sempre.

Enrico Foscarini, 19 settembre 2026

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