Economia

IL FATTO

Giustizia civile a passo di lumaca

Processi sempre più lenti e arretrati in crescita: il sistema resta inefficiente mentre la magistratura continua a decidere senza controlli

giustizia civile lenta Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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La fotografia della giustizia civile italiana conferma un problema strutturale che va ben oltre i numeri: tempi che si allungano, arretrati che tornano a crescere e un sistema che continua a funzionare senza reali responsabilità verso i cittadini. I dati della relazione sull’amministrazione della giustizia 2025 del ministero della Giustizia mostrano che, nonostante gli investimenti del Pnrr, la macchina giudiziaria resta in difficoltà soprattutto dove manca la pressione degli obiettivi europei.

Il risultato è una giustizia che migliora solo quando è costretta a farlo, mentre torna rapidamente a peggiorare negli altri ambiti.

Arretrati in aumento e uffici fuori controllo

I procedimenti civili pendenti hanno raggiunto quasi 2,9 milioni, con una crescita rispetto agli anni precedenti trainata soprattutto dagli uffici del giudice di pace, dove le cause sono aumentate di oltre il 23% in tre anni. Anche nei tribunali si registra una risalita, mentre solo corti d’appello e Cassazione mostrano un calo delle pendenze.

In altre parole, il sistema regge solo nei segmenti più monitorati, mentre altrove continua ad accumulare ritardi.

Tempi ancora troppo lunghi

L’obiettivo europeo prevedeva una riduzione del 40% della durata dei procedimenti civili rispetto al 2019. Il calo effettivo si ferma al 27,8%, quindi sotto il target. Nei tribunali, addirittura, i tempi medi risultano aumentati rispetto al 2022, mentre peggiorano sensibilmente negli uffici non coperti dagli obiettivi Pnrr.

Questo conferma un punto politico evidente: non è solo un problema di risorse, ma di organizzazione e incentivi. Dove mancano controlli e responsabilità, l’efficienza non arriva.

Inefficienza senza conseguenze

La relazione sostiene che «l’ufficio per il processo (…) ha avuto un ruolo fondamentale nel ridurre gli arretrati e la durata dei procedimenti», ma l’analisi dei dati mostra che l’impatto sulla produttività complessiva dei magistrati è stato limitato. Il rischio, come evidenziato nel rapporto, è che dopo la scadenza degli obiettivi europei si verifichi un nuovo rallentamento.

Ed è qui che emerge il vero nodo: un sistema che non riesce a garantire tempi ragionevoli ai cittadini continua comunque a esercitare un potere enorme, spesso senza contrappesi effettivi.

Referendum decisivo

Il tema diventa ancora più evidente quando la magistratura interviene su strumenti democratici come i referendum. Anche se le questioni riguardano ambiti diversi – penale per la consultazione, civile nella nostra analisi – il principio resta identico: una corporazione che decide in autonomia, mentre il servizio che dovrebbe garantire continua a funzionare male.

Il messaggio che passa è semplice e preoccupante: la giustizia può permettersi inefficienze croniche senza pagarne il prezzo, ma mantiene comunque la capacità di incidere sulle scelte politiche del Paese.

In questo contesto, le riforme annunciate dal ministro Carlo Nordio rischiano di restare insufficienti senza interventi strutturali profondi, dalla gestione del personale alla responsabilizzazione degli uffici.

Perché il punto non è solo quanto durano i processi, ma chi controlla davvero chi amministra la giustizia. E oggi, in Italia, la risposta appare ancora troppo sbilanciata.

Enrico Foscarini, 24 febbraio 2026

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