Economia
ITALIA PAESE DELLE TASSE

I Paperoni preferiscono Atene al fisco italiano. Bravo, Giorgetti!

La Grecia attira grandi patrimoni con regimi fiscali agevolati. L’Italia, tra impatriati meno incentivati ed exit tax, rischia di perdere capitali

C’è un Paese europeo che ha capito come si fa a conquistare la fiducia dei grandi investitori internazionali: la Grecia. Proprio quella Grecia che appena una decina di anni fa era sull’orlo del collasso finanziario, costretta a chiedere aiuto ai creditori internazionali e a sottoporsi a una durissima stagione di austerità. Oggi Atene prova a trasformare la propria fiscalità in un vantaggio competitivo, contendendo agli altri Paesi europei imprenditori, investitori, professionisti e grandi patrimoni. E mentre la Repubblica ellenica affina le proprie offerte, l’Italia rischia di percorrere la strada opposta.

Il confronto è particolarmente significativo perché arriva in una fase nella quale il nostro Paese sta progressivamente ridimensionando alcuni degli strumenti che avevano contribuito ad attrarre contribuenti dall’estero. Il regime degli impatriati è diventato meno generoso rispetto al passato e la nuova exit tax sulle plusvalenze finanziarie non realizzate introduce un ulteriore elemento di incertezza per chi valuta di trasferire altrove la propria residenza fiscale. Il risultato è un quadro nel quale l’Italia continua a presentarsi come destinazione per i grandi patrimoni, ma rischia di non offrire più le condizioni necessarie a convincerli a restare.

La ricetta greca: 100mila euro per i redditi esteri

Il modello greco è interessante proprio per la sua capacità di differenziare il trattamento fiscale in funzione dei contribuenti che intende attrarre. Dal 2020 Atene ha messo a disposizione dei nuovi residenti facoltosi un regime particolarmente competitivo. Chi non è stato fiscalmente residente in Grecia per almeno sette degli otto anni precedenti e trasferisce la propria residenza può beneficiare di un’imposta sostitutiva annuale di 100mila euro sui redditi prodotti all’estero, indipendentemente dalla loro entità. Per accedere al regime occorre però effettuare un investimento di almeno 500mila euro in immobili, imprese, titoli o partecipazioni in società greche. Il beneficio può durare fino a quindici anni e può essere esteso ai familiari con un versamento aggiuntivo.

Non è l’unico incentivo. I pensionati stranieri che trasferiscono la residenza in Grecia possono usufruire di un’aliquota sostitutiva del 7% sui redditi di fonte estera per un massimo di quindici anni. Per lavoratori e imprenditori che soddisfano i requisiti previsti, invece, è contemplata una riduzione del 50% della base imponibile sui redditi prodotti in Grecia, per un periodo fino a sette anni.

Il messaggio è piuttosto esplicito: chi porta ricchezza, competenze e attività economiche nel Paese trova un sistema disposto a offrirgli condizioni prevedibili e vantaggiose. Non si tratta di una politica priva di vincoli, perché gli incentivi sono subordinati a requisiti di residenza e, in alcuni casi, a investimenti effettivi. Ma la direzione è chiara: la fiscalità viene utilizzata come strumento per attrarre capitali, non soltanto come mezzo per prelevarli.

Anche i gestori di fondi trovano condizioni favorevoli

La Grecia ha ulteriormente rafforzato questa strategia intervenendo sul trattamento fiscale dei professionisti dell’industria finanziaria. Dal 2026 è previsto un regime agevolato per il carried interest riconosciuto a determinate figure impiegate da società greche che forniscono servizi ai gestori di fondi d’investimento internazionali. Per i professionisti che trasferiscono la residenza fiscale in Grecia e soddisfano le condizioni previste, l’aliquota può scendere al 5%, a fronte di spese annuali sostenute in Grecia dalla società datrice di lavoro per almeno tre milioni di euro.

È un incentivo mirato, che punta a costruire un ecosistema finanziario e non semplicemente a importare contribuenti facoltosi. L’obiettivo è portare nel Paese attività di gestione, competenze, professionisti e spesa privata. Secondo i dati riportati dal Financial Times, il programma per i non domiciliati ha raccolto circa 500 domande, mentre altri regimi hanno attirato circa 1.500 pensionati e 10mila tra dirigenti, dipendenti, liberi professionisti e imprenditori.

Il segretariato generale per la politica fiscale del ministero delle Finanze greco ha descritto il fenomeno come «un flusso costante di persone». Non è detto che tutte queste richieste si traducano automaticamente in trasferimenti stabili e investimenti produttivi, ma il dato testimonia l’interesse suscitato dall’offerta fiscale ellenica.

Il boom immobiliare e gli investimenti stranieri

La strategia ha effetti visibili anche sul mercato immobiliare. Dopo il crollo seguito alla crisi del debito sovrano, quando tra il 2008 e il 2017 i prezzi delle abitazioni greche persero oltre il 40%, il settore ha conosciuto una ripresa particolarmente intensa. Dal minimo del 2017, le quotazioni sono cresciute di circa l’85% e nel 2025 avevano già superato i precedenti massimi del 2008.

Ad Atene e lungo la costa si moltiplicano i progetti residenziali di fascia alta. Nei complessi più esclusivi si raggiungono quotazioni di 15-20mila euro al metro quadrato, con punte ancora superiori per alcune proprietà di lusso. Gli acquirenti internazionali, provenienti soprattutto dalla Cina e dal Medio Oriente, hanno contribuito a sostenere la domanda.

Naturalmente il fenomeno pone anche questioni relative all’accessibilità delle abitazioni per i residenti e alla trasformazione dei quartieri. Ma, dal punto di vista della competizione tra sistemi economici, è difficile ignorare un elemento: la Grecia sta cercando di intercettare una quota crescente della ricchezza internazionale e di trasformarla in domanda, investimenti e attività sul proprio territorio.

L’Italia, invece, restringe il regime degli impatriati

È qui che il confronto con l’Italia diventa scomodo. Il nostro Paese aveva costruito un regime per i lavoratori impatriati decisamente più generoso di quello attuale. Con la riforma entrata in vigore nel 2024, il beneficio è stato ridimensionato: oggi, in presenza dei requisiti richiesti, soltanto il 50% dei redditi di lavoro dipendente o autonomo prodotti in Italia concorre alla formazione del reddito imponibile, entro un limite annuo di 600mila euro. La percentuale di reddito esclusa dalla tassazione sale al 60% in presenza di determinate condizioni familiari.

La misura ha inoltre requisiti stringenti: almeno tre anni di precedente residenza fiscale all’estero, un impegno a mantenere quella italiana per almeno quattro anni e il possesso di qualifiche professionali elevate o specializzazioni previste dalla normativa. Per chi rientra nello stesso gruppo aziendale o torna a lavorare per il precedente datore di lavoro, i periodi di permanenza all’estero richiesti possono essere ancora più lunghi.

Non si tratta di un’agevolazione scomparsa, ma di uno strumento diventato più selettivo e meno conveniente rispetto alla disciplina precedente. E mentre la Grecia offre ai pensionati stranieri un’aliquota del 7% sui redditi esteri, l’Italia deve interrogarsi sulla propria capacità di convincere lavoratori qualificati, imprenditori e professionisti a scegliere il nostro territorio.

La nuova exit tax complica ulteriormente il quadro

A questo si aggiunge la nuova exit tax introdotta dalla manovra. Come già evidenziato, il meccanismo può assoggettare a imposizione le plusvalenze finanziarie maturate ma non ancora realizzate quando determinati contribuenti trasferiscono la residenza fiscale all’estero. Per le persone fisiche, le società semplici e gli enti non commerciali interessati, la disciplina scatta al ricorrere di specifiche condizioni, tra cui una permanenza fiscale in Italia di almeno sei degli ultimi dieci periodi d’imposta e un valore complessivo dei beni interessati pari ad almeno 800mila euro.

La questione non è soltanto tecnica. Un investitore che valuta l’Italia come possibile nuova residenza fiscale deve considerare anche l’eventualità che, qualora in futuro decida di trasferirsi nuovamente, possa trovarsi a dover anticipare imposte su guadagni che non ha ancora incassato. Il differimento del versamento, laddove ammesso, non elimina il problema: comporta comunque un acconto e la prestazione di garanzie.

È un elemento che incide sulla prevedibilità del sistema. E la stabilità delle regole è uno dei fattori che pesano nelle decisioni di investimento, soprattutto quando si tratta di patrimoni mobiliari e attività che possono essere trasferiti con relativa facilità.

La cultura del «Tax the rich» e il rischio di impoverire tutti

In questo contesto si inserisce anche il dibattito riacceso dall’inchiesta di Milena Gabanelli e Francesco Tortora sul Corriere della Sera, dedicata alle proposte di tassazione aggiuntiva dei super ricchi. Il servizio presenta, tra le altre, la proposta di Oxfam Italia di introdurre un prelievo patrimoniale progressivo per le ricchezze superiori a 5,4 milioni di euro, con un gettito stimato di circa 13 miliardi annui. Gli autori sostengono che i grandi patrimoni beneficino di un trattamento fiscale effettivo più favorevole rispetto a quello riservato ai redditi da lavoro e considerano ridimensionabile il rischio di fuga dei capitali.

Il confronto internazionale dimostra che la mobilità dei patrimoni è un elemento concreto con cui qualsiasi politica fiscale deve fare i conti. Anche ammettendo che soltanto una frazione dei contribuenti più facoltosi decida di trasferirsi, occorre domandarsi quali investimenti, consumi e attività economiche accompagnino quella scelta e quali opportunità vengano perse dal Paese che li lascia partire.

La ricchezza non è una risorsa immobile che lo Stato può tassare a piacimento senza conseguenze. Un imprenditore può spostare la holding, un investitore può trasferire la residenza, un professionista può scegliere dove esercitare la propria attività. E quando una giurisdizione diventa meno conveniente, non è affatto scontato che il contribuente resti per contribuire a finanziare la spesa pubblica nazionale.

Il capitale va attratto, non perseguitato

Il punto fondamentale è che la concorrenza fiscale esiste e ignorarla non la fa scomparire. Se la Grecia offre condizioni migliori per trasferire patrimoni e attività finanziarie, un Paperone che sta valutando dove stabilirsi può legittimamente preferire Atene a Milano. Non c’è nulla di scandaloso: è il normale funzionamento di un’economia nella quale persone, imprese e capitali possono scegliere tra ordinamenti differenti.

La risposta non può essere quella di rincorrere ogni contribuente facoltoso con nuove imposte, né quella di rendere più costosa la possibilità di cambiare Paese. Bisognerebbe piuttosto costruire un ambiente nel quale investire in Italia sia conveniente: una fiscalità competitiva, norme stabili, una giustizia civile efficiente, meno burocrazia e maggiore certezza del diritto. Soprattutto, occorrerebbe abbandonare l’idea che ogni agevolazione destinata a un grande contribuente rappresenti automaticamente un privilegio da cancellare.

Un capitale che arriva può generare investimenti, occupazione, consumi e gettito. Un capitale che non arriva non finanzia nulla. E lo stesso vale per quello che decide di andarsene.

L’idea che la prosperità possa essere costruita facendo pagare sempre di più chi ha accumulato risorse rischia di rivelarsi controproducente. Se l’Italia e l’Europa si trasformano in ordinamenti nei quali l’obiettivo prioritario diventa ridurre le differenze patrimoniali anziché creare le condizioni per produrre nuova ricchezza, il risultato potrebbe essere una progressiva perdita di competitività. Non una società più prospera e più equa, ma un’economia nella quale le opportunità diminuiscono per tutti.

La Grecia, uscita da una crisi che sembrava irreversibile, ha deciso di giocare la partita internazionale dei capitali. L’Italia dovrebbe almeno chiedersi se vuole parteciparvi oppure lasciare che siano altri Paesi a raccogliere i frutti della ricchezza che non siamo stati capaci di trattenere.

Enrico Foscarini, 3 novembre 2026

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