C’è una nuova tassa nella manovra che merita di essere guardata con particolare attenzione. Non tanto per il gettito che promette di portare nelle casse dello Stato, quanto per il principio che introduce: chi decide di trasferire la propria residenza fiscale all’estero può essere chiamato a pagare le imposte anche su guadagni finanziari che non ha ancora realizzato. È la cosiddetta exit tax, disciplinata dall’articolo 17 della legge di Bilancio, e rappresenta una scelta difficilmente conciliabile con la libertà di circolazione dei capitali e con l’ambizione di rendere l’Italia una destinazione competitiva per gli investitori internazionali.
Il paradosso è evidente. Da una parte il governo cerca di attrarre contribuenti facoltosi attraverso il regime agevolato per i neo residenti, dall’altra introduce un meccanismo che rende fiscalmente più oneroso lasciare il Paese. Il messaggio che arriva ai grandi patrimoni è piuttosto contraddittorio: siete benvenuti quando entrate, ma se decidete di uscire potreste dover pagare un conto salato anche senza avere venduto un solo titolo.
Come funziona la nuova exit tax
La disposizione inserisce nel Testo unico delle imposte sui redditi il nuovo articolo 307-bis. La norma riguarda le persone fisiche, le società semplici e gli enti non commerciali che trasferiscono la residenza fiscale fuori dall’Italia, a condizione che siano stati residenti nel nostro Paese per almeno sei degli ultimi dieci periodi d’imposta.
C’è una seconda condizione: il trasferimento deve comportare la perdita della potestà impositiva italiana e il valore normale complessivo dei beni e dei diritti interessati deve raggiungere almeno 800mila euro. Nel perimetro rientrano le attività finanziarie e i redditi diversi di natura finanziaria individuati dalla normativa, tra cui partecipazioni e strumenti finanziari.
Il punto più controverso è il criterio di calcolo. L’imposta viene determinata sulle differenze positive tra il valore normale dei beni alla fine dell’ultimo periodo d’imposta prima della perdita della residenza e il relativo costo o valore di acquisto fiscalmente riconosciuto. In altre parole, si tassano le plusvalenze maturate, anche quando non sono state realizzate attraverso una vendita. L’aliquota è quella ordinaria del 26%, mentre per determinate obbligazioni pubbliche la base imponibile viene ridotta al 48,08%.
Non si tratta dunque di un’imposta patrimoniale in senso stretto, ma di un prelievo sui guadagni finanziari latenti che scatta in occasione del trasferimento all’estero. Una distinzione tecnica che non cambia la sostanza economica: il contribuente può trovarsi a dover pagare il Fisco italiano per un incremento di valore che esiste soltanto sulla carta e che potrebbe anche ridimensionarsi successivamente.
Se te ne vai, devi prima fare i conti con il Fisco
Il versamento deve avvenire entro 180 giorni dalla perdita della residenza fiscale. Per chi si trasferisce in un altro Paese dell’Unione europea oppure in uno Stato terzo con cui esistono accordi adeguati di scambio di informazioni e assistenza nella riscossione, è prevista la possibilità di differire il pagamento fino alla cessione dei beni.
Ma non è una vera esenzione. Per ottenere il differimento occorre versare comunque un acconto del 50% dell’imposta e prestare un’idonea garanzia. Il differimento dura cinque periodi d’imposta per i trasferimenti all’interno dell’Unione europea e dieci negli altri casi ammessi.
Soltanto se i beni non vengono ceduti entro il periodo previsto l’imposta non è dovuta. Lo stesso vale, a determinate condizioni, in caso di successione o di ritorno della residenza fiscale in Italia senza aver ceduto i beni.
Il meccanismo, quindi, non impedisce materialmente di trasferirsi, ma introduce un costo e una serie di adempimenti che possono condizionare una scelta personale e patrimoniale. La libertà di trasferire capitali e residenza finisce per essere accompagnata da una penalizzazione fiscale potenziale.
Una norma che sembra scritta da Ilaria Salis
Viene inevitabilmente in mente la campagna della sinistra contro la flat tax per i neo residenti. Sul palco di Milano con lo slogan «Tax the rich», l’eurodeputata di Avs Ilaria Salis aveva invocato la necessità di «impedire che i ricchi possano trasferire la loro residenza fiscale». Una posizione che esprime una concezione del rapporto tra cittadino e Stato nella quale la mobilità dei patrimoni diventa un problema da contrastare anziché una libertà da tutelare.
La nuova exit tax non arriva a tanto, ma si muove nella stessa direzione culturale. Se un contribuente ritiene che il sistema fiscale di un altro Paese sia più conveniente, dovrebbe poter trasferire liberamente la propria residenza e i propri investimenti, rispettando gli obblighi tributari maturati durante la permanenza in Italia. Non dovrebbe invece essere scoraggiato attraverso un prelievo su plusvalenze che non ha ancora incassato.
È la vecchia ricetta del «Tax the rich» che rischia di trasformarsi in «Don’t let them leave»: se i ricchi possono spostarsi dove il fisco è meno vorace, bisogna rendere più difficile la loro partenza. Una logica che ha molto in comune con la tradizione dirigista e redistributiva della sinistra radicale, non certo con un’economia aperta e competitiva.
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Un paradosso per chi vuole attrarrre i Paperoni
La contraddizione diventa ancora più evidente se si considera la politica fiscale italiana nei confronti dei grandi patrimoni stranieri. Il regime dei neo residenti, introdotto nel 2017, consente a chi trasferisce la propria residenza in Italia dopo almeno nove degli ultimi dieci anni all’estero di optare per un’imposta sostitutiva sui redditi prodotti fuori dal territorio nazionale. Dal 2026 il forfait per il contribuente principale è salito a 300mila euro annui, mentre per ciascun familiare incluso nell’opzione è previsto un versamento di 50mila euro.
È un regime che ha una sua precisa logica economica: offrire condizioni fiscali competitive per convincere imprenditori, investitori e grandi contribuenti a portare in Italia la propria residenza, i consumi e una parte delle proprie attività. Non è un regalo, ma un prezzo concordato per attrarre ricchezza che altrimenti potrebbe restare altrove.
Eppure il messaggio rischia di essere compromesso dalla nuova disposizione. Un potenziale neo residente potrebbe domandarsi che cosa accadrebbe se, dopo qualche anno, decidesse di trasferirsi nuovamente a Londra, Dubai, Montecarlo o in un’altra giurisdizione fiscalmente più interessante. Il forfait italiano, già meno competitivo rispetto a quello di altri Paesi per alcuni profili patrimoniali, viene così affiancato da una norma che rende meno agevole l’uscita.
Il problema non riguarda soltanto i miliardari. La soglia di 800mila euro è sufficientemente ampia da coinvolgere anche imprenditori, professionisti e investitori con patrimoni finanziari importanti, ma certamente lontani dalle dimensioni dei grandi Paperoni internazionali.
Gettito irrisorio ma danno quasi certo
C’è un altro elemento che dovrebbe far riflettere il legislatore. La relazione tecnica stima un gettito annuo di appena 6,74 milioni di euro, che scende a 3,37 milioni nel 2027 per effetto dei tempi di versamento. La stessa relazione ipotizza che una parte degli acconti possa essere successivamente restituita, qualora le plusvalenze non vengano effettivamente realizzate.
È una cifra davvero modesta, soprattutto se rapportata al potenziale costo reputazionale di una simile scelta. La relazione tecnica, peraltro, costruisce la stima ipotizzando che il 73,1% della ricchezza finanziaria delle famiglie si collochi sopra la soglia individuata e applicando poi i dati sulle migrazioni internazionali. Ma il gettito contabilizzato non misura l’eventuale perdita di attrattività del sistema italiano, né il rischio che alcuni investitori scelgano di non trasferirsi affatto.
Il costo di una norma fiscale non si misura soltanto con quanto incassa l’Erario, ma anche con gli investimenti che scoraggia e con i contribuenti che decide di non attrarre. E se l’obiettivo è rendere l’Italia una piattaforma internazionale per capitali, imprese e talenti, introdurre un’imposta in uscita appare una scelta quantomeno miope.
La libertà economica non è a senso unico
Il governo Meloni ha più volte rivendicato la volontà di ridurre la pressione fiscale e di rendere il Paese più attrattivo per gli investimenti. È una direzione condivisibile, ma dovrebbe essere perseguita con maggiore coerenza. Non basta offrire un trattamento agevolato a chi arriva se poi si costruiscono ostacoli fiscali per chi decide di partire.
La mobilità dei capitali è una componente essenziale di un’economia di mercato. Gli Stati possono e devono riscuotere le imposte sui redditi prodotti durante il periodo di residenza, ma non dovrebbero trasformare il trasferimento all’estero in un’occasione per anticipare la tassazione di guadagni non realizzati, soprattutto quando esistono strumenti meno invasivi per tutelare le legittime pretese erariali.
Una fiscalità competitiva deve saper attrarre, ma anche rispettare la libertà di andarsene. Altrimenti il rischio è quello di avvicinarsi proprio a quella cultura del controllo dei patrimoni e della mobilità personale che la destra liberale dovrebbe contrastare, non imitare.
Enrioco Foscarini, 1 novembre 2026
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