C’è un palco a Milano, una scritta gigante, «Tax the rich», e una platea di europarlamentari della sinistra convinti di aver scoperto la pietra filosofale della giustizia sociale. Tra loro Ilaria Salis, che in quell’occasione ha chiesto di «impedire che i ricchi possano trasferire la loro residenza fiscale». Il problema è che la ricetta ha ora un alibi da Nobel: sei economisti hanno firmato una lettera a favore della Proposition 40, la tassa sui miliardari californiana, una patrimoniale su cui si voterà il 3 novembre 2026. Vale, perciò, la pena fare quello che gli slogan evitano: guardare i numeri.
Davos, dove il vitello applaude il macellaio
Ogni gennaio, mentre a Davos si aprono i lavori del World Economic Forum, Oxfam pubblica il proprio rapporto sulla disuguaglianza. Quello del 2026 è stato presentato il 19 gennaio: nel 2025 i miliardari sono diventati più di 3.000 e il loro patrimonio complessivo è salito a 18,3 mila miliardi di dollari, con un aumento di 2,5 mila miliardi in un anno. Sempre secondo Oxfam, le dodici persone più ricche del mondo possiedono insieme 2.635 miliardi di dollari, più della metà più povera dell’umanità, cioè circa 4,1 miliardi di persone. La ricetta è dichiarata: imposte progressive sul patrimonio, limiti all’influenza dei grandi patrimoni sulla politica, difesa dei diritti sindacali e norme antitrust.
Il paradosso è tutto nella scenografia. Il messaggio più esplicitamente ostile ai super-ricchi dell’anno va in scena nel salotto dei super-ricchi, davanti a una platea di amministratori delegati e leader politici che ascolta, annuisce e passa al buffet. Nessuno paga pegno: è il rito annuale con cui il capitalismo di rappresentanza mette in vetrina la propria coscienza, e lo slogan «Tax the rich» diventa un evento a inviti.
Sui numeri, invece, la vetrina è meno solida di come appare. Quel confronto tra i dodici Paperoni e mezza umanità usa la ricchezza netta, che include i debiti: nella metà più povera figurano anche persone con più debiti che beni, dunque con patrimonio zero o negativo, per cui il paragone misura più l’indebitamento che la povertà. I 18.300 miliardi dei miliardari, poi, sono in gran parte valutazioni di Borsa di società che continuano a operare, non un tesoro fermo da redistribuire: un prelievo del 5% varrebbe 915 miliardi di dollari solo sulla carta, da incassare vendendo quote o indebitandosi. Non a caso gli stessi rapporti raccontano una ricchezza cresciuta dell’81% in termini reali dal 2020, un dato che in buona parte fotografa l’andamento dei listini.
Dallo slogan di Milano ai Nobel
Il ragionamento è sempre lo stesso: i ricchi pagano poco, quindi vanno tassati di più. È la logica del «sempre dalla parte degli ultimi», il pacchetto di valori che sulla stessa piattaforma tiene insieme la patrimoniale, le bandiere di ogni causa e la bandiera di Gaza, segno di “appartenenza” per antonomasia. Anche Elly Schlein, dopo essersi detta favorevole, ha preso le distanze dalla patrimoniale, ricordando che non è tra le cose già condivise nel programma dell’alleanza progressista. Matteo Renzi ha riassunto il punto in una frase: «La patrimoniale funziona come slogan», spiegando che nella realtà spinge i ricchi ad andarsene.
Per tassare bisogna impedire la mobilità
Il cuore della proposta di Salis è impedire ai ricchi di trasferire la residenza, cioè limitare la libertà di movimento di chi non sopporta il prelievo. È un’ammissione: sanno che i miliardari possono muoversi, e la soluzione è chiudere le frontiere fiscali. La California ci prova con un altro metodo, la retroattività: la tassa colpisce chi risultava residente al primo gennaio 2026, una norma che ha richiesto lunghe battaglie legali e che pone un problema di certezza del diritto.
Che cos’è la Proposition 40
La misura prevede un’imposta patrimoniale una tantum del 5% sui patrimoni superiori al miliardo di dollari. Il gettito servirebbe soprattutto a finanziare la sanità pubblica dopo i tagli al Medicaid del 2025, con una quota minore per assistenza alimentare e istruzione. A promuoverla è il sindacato SEIU-UHW, con oltre 120mila iscritti, e il suo presidente Dave Regan la presenta come una soluzione da cinque anni per compensare i tagli federali. Per i sei Nobel sarebbe la prima tassa sui miliardari mai varata al mondo, un «passo storico».
La lettera dei Nobel e il fattore sorpresa
Daron Acemoglu, Abhijit Banerjee, Peter Diamond, Esther Duflo, Paul Krugman e Joseph Stiglitz sostengono che i miliardari non abbiano avuto il tempo di scappare. Tra la comparsa dell’iniziativa a fine novembre 2025 e il primo gennaio 2026, scrivono, «è improbabile che un numero significativo di miliardari sia riuscito a recidere i legami con il Golden State in un periodo di tempo così ristretto».
I fatti raccontano un’altra storia. Sei dei circa 214 miliardari californiani avrebbero lasciato lo Stato prima o intorno alla scadenza, tra cui Peter Thiel, Travis Kalanick, Larry Page e Sergey Brin. Page, Brin e Zuckerberg hanno criticato apertamente la misura e, secondo l’articolo di partenza, hanno trasferito la residenza fuori dalla California «forse in tempo». Gli economisti scommettono su una fuga impossibile, e i miliardari avevano già fatto le valigie.
Cento miliardi? Il gettito che divide
Il calcolo dei sei economisti è semplice: 250 miliardari con un patrimonio di 2.300 miliardi di dollari, tassati al 5%, darebbero circa 100 miliardi di dollari, l’equivalente di un’imposta sul reddito del 5% per tutti i contribuenti californiani. La cifra però è quella dei promotori. L’Ufficio dell’analista legislativo della California stima un aumento temporaneo del gettito fino a decine di miliardi in totale, incassati in più anni: un ordine di grandezza diverso.
C’è poi un problema di concentrazione. Calcolando il 5% dei patrimoni indicati dall’articolo, Page (298 miliardi) varrebbe circa 14,9 miliardi di imposta, Brin (277) circa 13,9 e Zuckerberg (236) circa 11,8: oltre 40 miliardi su 100 da tre soli contribuenti, proprio quelli che hanno criticato la misura. Per Brin Bloomberg stima un conto vicino ai 13 miliardi, e basterebbe la contestazione della residenza di uno solo di loro a far saltare le previsioni. Solo Jensen Huang, con un patrimonio stimato in 184 miliardi (circa 9,2 di imposta), l’ha presa con filosofia: «Abbiamo scelto di vivere nella Silicon Valley e qualunque siano le tasse che vorranno applicare, così sia. Mi sta benissimo».
E si tratta di ricchezza non liquida: sarebbero tassate le plusvalenze non realizzate sulle azioni, la ricchezza di carta, e per pagare 13 miliardi bisogna vendere quote o indebitarsi.
Quanto rischia di perdere la California
I Nobel sostengono che i super-ricchi contribuiscano troppo poco: nel periodo 2019-2025 l’imposta sul reddito versata dai miliardari californiani sarebbe stata pari all’1,6% del loro guadagno patrimoniale di 1.400 miliardi, molto meno di quanto paghino i lavoratori sugli stipendi. Facciamo i conti: l’1,6% di 1.400 miliardi è circa 22 miliardi in sette anni, cioè oltre 3 miliardi l’anno. Una stima giornalistica parla di 3-6 miliardi annui di imposte statali sul reddito, cifra destinata a ridursi a ogni miliardario che passa il confine.
Il confronto con gli stipendi, poi, è mele e pere. Il guadagno dei miliardari è quasi tutto plusvalenza latente sulle azioni delle proprie società: non è reddito finché non viene realizzato, quindi non è imponibile. Uno Stato che già applica l’aliquota massima del 13,3% dovrebbe chiedersi che cosa perde se una parte di quel flusso annuale prende la strada del Nevada o del Texas, per incassare una volta sola una cifra incerta.
Il precedente europeo: le patrimoniali abolite
L’idea che la California inventi qualcosa di nuovo dimentica la storia. Secondo l’Ocse, nel 1990 dodici Paesi ad alto reddito avevano un’imposta patrimoniale sulle persone fisiche, ridotti a quattro nel 2017. Hanno rinunciato Austria (1994), Danimarca e Germania (1997), Paesi Bassi (2001), Finlandia, Islanda e Lussemburgo (2006) e Svezia (2007), per costi di efficienza e rischio di fuga dei capitali. La Francia, ultima a cedere, nel 2018 ha ridotto l’imposta al solo immobiliare.
Quanto rendono quelle rimaste? Nel 2023 la Svizzera ha incassato 9,5 miliardi di euro (4,3% delle entrate fiscali), la Spagna 3,1 miliardi (0,6%), la Norvegia 2,7 miliardi (1,5%) e la Francia 2,3 miliardi, appena lo 0,2%. Briciole rispetto alle promesse.
Il fallimento della Global minimum tax
Anche la proposta di Gabriel Zucman, allievo di Piketty, è sul tavolo: un’imposta annua di almeno il 2% sui patrimoni oltre i 100 milioni di euro. La stima è un gettito tra 5 e 15 miliardi di euro per una Francia con un deficit stabilmente sopra il 5% e un debito oltre il 110% del Pil, a fronte di una manovra da 44 miliardi che è costata la fiducia al governo Bayrou. Bernard Arnault l’ha giudicata «letale» per l’economia francese e Zucman ha replicato: «Questa retorica, non molto diversa da quella di Trump o Musk, dovrebbe preoccuparci».
Il meccanismo copia la Global minimum tax sulle imprese, che dipendeva da un accordo multilaterale saltato con il ritorno di Trump: gli Stati Uniti non hanno aderito e Washington ha minacciato dazi contro chi tassa le loro aziende. Difficile immaginare un destino diverso per una patrimoniale globale.
Le alternative e il sondaggio dei milionari
Chi vuole più gettito ha altre strade, e l’Italia è un buon esempio. I proventi finanziari sono tassati al 26%, i titoli di Stato al 12,5%, mentre sopra i 50mila euro di reddito l’aliquota arriva al 43%. Alzare il prelievo sulle rendite significa però aumentare il costo del debito pubblico, perché i possessori di Btp sono i primi a pagarlo.
C’è infine il sondaggio dei Patriotic Millionaires, citato come prova che «i ricchi vogliono pagare di più». Commissionato a YouGov, ha raccolto 800 risposte di americani con asset oltre il milione di euro, casa esclusa, e circa il 60% si è detto d’accordo su una maggiore progressività anche oltre l’aliquota massima del 37%. È l’opinione di un gruppo che ha scelto di schierarsi, con una soglia lontanissima dal miliardo, e non dice nulla su cosa farebbero i 250 californiani chiamati a pagare il 5% in un colpo solo.
Prima i numeri, poi gli slogan
La Proposition 40 promette 100 miliardi, ma l’analisi ufficiale parla di decine in più anni, con un gettito appeso a pochissimi nomi e a un flusso di imposte annuali che rischia di ridursi. Otto Paesi su dodici hanno abolito la patrimoniale, e chi l’ha mantenuta ne ricava lo 0,2-4,3% delle entrate. Alla vigilia del voto di novembre, i sei Nobel hanno una tesi, la sinistra italiana uno slogan. Ai numeri, per ora, tocca la parte più scomoda.
Enrico Foscarini, 24 settembre 2026
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