Economia
L'ANALISI

II governo: “Manovra da 23 miliardi”. Ecco chi verrà aiutato (e dove prende i soldi)

Tutti numeri del Documento programmatiuco di bilancio. Come al solito pagheranno il conto risparmiatori e correntisti

La manovra 2027 prende forma e, come da copione, il primo bancomat a cui si rivolge lo Stato è quello del settore finanziario. Il Documento programmatico di bilancio (Dpb), deliberato martedì dal Consiglio dei ministri e trasmesso nella notte a Bruxelles e al Parlamento, delinea una legge di Bilancio da circa 23,5 miliardi di euro per il prossimo anno. Tra le coperture spicca un nuovo contributo di banche e assicurazioni che, sommato a quello già deciso dodici mesi fa, porta il prelievo sul comparto a circa il doppio di quanto previsto a legislazione vigente. Intanto l’Europa concede margini di deficit solo per difesa ed energia e lascia tutto il resto a saldo pressoché zero. Ne esce una manovra che sposta risorse più di quante ne liberi.

Quanto vale il nuovo prelievo su banche e assicurazioni

I numeri sono nella tabella sull’impatto della manovra. Alla voce «misure a carico del settore finanziario» il Dpb iscrive un maggior gettito pari allo 0,21% del Pil nel 2027, circa 5 miliardi di euro, che scende allo 0,13% nel 2028, circa 3 miliardi, e allo 0,10% nel 2029, poco più di 2 miliardi. Si tratta di somme calcolate rispetto alla legislazione vigente, che però già incorpora il contributo deciso con la manovra dello scorso anno. Il Dpb 2026 metteva infatti in conto, alla voce «misure a carico del settore finanziario e assicurativo», lo 0,19% del Pil sia per il 2026 sia per il 2027 e lo 0,10% per il 2028.

Sommando le due componenti, nel 2027 il comparto verserebbe complessivamente intorno allo 0,40% del Pil, circa 9,5 miliardi: poco più del doppio di quanto già scontato nei conti tendenziali. Nel 2028 l’apporto si attesterebbe intorno allo 0,23% del Pil. Il documento non dice ancora con quali strumenti il prelievo sarà raccolto, ma si limita a ricordare che «concorrono al finanziamento della manovra, inoltre, misure a carico del settore finanziario e in materia di giochi». Il resto lo scriverà il disegno di legge.

Perché alla fine pagano correntisti e risparmiatori

Il punto, però, non è solo quanto si preleva ma chi paga davvero. Un’imposta non resta mai dove la si appoggia. Banche e compagnie assicurative non sono entità astratte: operano su margini, commissioni, tassi e premi, e un costo aggiuntivo strutturale finisce per cercare una via d’uscita. Le strade possibili sono note: commissioni sui conti più care, remunerazione dei depositi più bassa, credito a famiglie e imprese meno conveniente, premi assicurativi più elevati, dividendi più magri per gli azionisti, tra i quali figurano anche fondi pensione e piccoli risparmiatori. Il rischio di traslazione sulla clientela è tanto più concreto quanto più il prelievo diventa ricorrente, e quello disegnato dal Dpb si estende su tre anni e si somma a quello precedente.

C’è poi un tema di fondo. Il contributo del settore finanziario non va a ridurre le tasse a chi lavora e produce, ma finanzia in larga parte spesa corrente. Nel 2027 la voce più pesante degli impieghi è quella delle «politiche per la famiglia e spesa sociale», con lo 0,21% del Pil, circa 5 miliardi: esattamente quanto si chiede alle banche. Le misure fiscali valgono invece appena lo 0,09% del Pil, poco più di 2 miliardi. In altre parole, il prossimo anno lo Stato incasserà dal solo settore finanziario più del doppio di quanto restituirà ai contribuenti sotto forma di minori imposte. È il classico meccanismo di redistribuzione: si preleva da chi risparmia e investe per alimentare trasferimenti che, una volta introdotti, difficilmente vengono più tolti.

Una pressione fiscale che non scende

Il quadro generale conferma l’impressione. Il Dpb stima una pressione fiscale al 43,0% nel 2026 e la vede rimanere «in media, sostanzialmente stabile al 43,0 per cento» anche nel triennio successivo. Nessun alleggerimento, dunque, nonostante anni di annunci sul taglio delle tasse. Le entrate totali salgono al 48,5% del Pil quest’anno, mentre la spesa pubblica totale tocca il 51,4% del Pil nel 2026 e, nello scenario programmatico, il 51,5% nel 2027.

Sul fronte dei risparmi, il contributo dei ministeri è modesto. La «revisione spesa ministeri» vale lo 0,05% del Pil nel 2027, circa 1,2 miliardi, cioè un quarto di quanto si chiede a banche e assicurazioni. Cresce invece nel tempo una voce generica di «altre entrate/coperture», che passa dallo 0,05% del Pil del 2027 allo 0,23% del 2029 senza che il documento ne chiarisca la natura. Più tasse da individuare, insomma, che tagli già scritti.

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L’altra metà della storia si gioca a Bruxelles. La manovra, si legge, ricorrerà «agli spazi di flessibilità derivanti dall’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale, al fine di rafforzare le capacità di difesa e la sicurezza energetica, preservando al contempo il rispetto del sentiero di spesa netta raccomandato». Il governo intende utilizzarla «nel 2027 e nel 2028 fino a un massimo annuo di 0,3 punti percentuali di Pil per la difesa, cui si aggiungono fino a 0,3 punti di PIL per interventi volti a rafforzare la resilienza energetica», per un totale che «può quindi raggiungere 0,6 punti percentuali di PIL in ciascuno dei due anni».

Tradotto: il deficit può salire, ma solo se i soldi vanno dove dice l’Europa. Il rapporto deficit/Pil passerà dal 2,9% di quest’anno al 3,4% nel 2027 e al 3,2% nel 2028, mezzo punto sopra il tendenziale, prima di tornare al 2,3% nel 2029. Il governo ammette che l’operazione «implicherà un lieve deterioramento dei saldi di bilancio rispetto al quadro a legislazione vigente» e che sarà resa sostenibile dall’«utilizzo limitato della flessibilità prevista dalla clausola di salvaguardia nazionale».

Il resto della manovra è a saldo zero

Per tutto ciò che non è difesa o energia, invece, vale la regola del saldo zero. Dei circa 23,5 miliardi di interventi, la parte finanziata in deficit grazie alla clausola copre in sostanza la difesa, pari allo 0,19% del Pil nel 2027, e le misure per la sicurezza energetica, stimate nelle tavole allo 0,3%. Il resto, dalla famiglia alla sanità, dalle imprese al fisco, deve essere pagato con nuove entrate o risparmi: ed ecco spiegato perché si torna a bussare alle porte di banche e assicurazioni.

È lo stesso Dpb a confermarlo, con un linguaggio che tradisce il vincolo: «Dal confronto tra i tassi di crescita della spesa netta programmati e quelli dello scenario tendenziale corretti per l’impatto della clausola non emergerebbe la necessità di una correzione di bilancio per il 2027, mentre nel 2028 e nel 2029 si renderebbero disponibili spazi di bilancio per una manovra moderatamente espansiva». Il messaggio è chiaro: il prossimo anno non c’è spazio per nulla che non sia già prescritto dalle priorità europee. Gli obiettivi di crescita della spesa netta al netto della clausola restano fissati all’1,9% nel 2027, all’1,7% nel 2028 e all’1,5% nel 2029, cioè esattamente i tetti raccomandati dal Consiglio Ue.

Nessuno qui rimpiange la spesa in deficit, che resta un debito scaricato sulle generazioni future. Ma il risultato è un quadro asfittico: Bruxelles decide su quali capitoli si può spendere a debito, mentre per tutti gli altri il governo, invece di tagliare spesa improduttiva, sceglie la strada più semplice del prelievo su chi ha margini da mostrare.

Crescita debole e debito in salita

Il risultato sull’economia è modesto. Secondo il Dpb, le maggiori risorse «eserciteranno un impulso positivo sull’attività economica nel prossimo biennio, portando la crescita del Pil reale allo 0,8 per cento nel 2027 e allo 0,9 per cento nel 2028, rispetto allo 0,6 e allo 0,8 per cento previsti nello scenario tendenziale». Due decimi di punto il primo anno, uno il secondo, e nel 2029 la crescita tornerebbe allo 0,8%, «in linea con il quadro macroeconomico tendenziale». Un effetto che, dunque, si esaurisce con la fine della flessibilità.

Il debito pubblico, intanto, continua a salire: dal 138,1% del Pil di fine 2026 al 138,5% del 2027, prima di scendere al 137,9% nel 2028 e al 136,6% nel 2029. Il Dpb attribuisce l’aumento «in larga misura» all’«impatto di cassa dei crediti d’imposta connessi ai bonus edilizi maturati negli anni precedenti», l’eredità del Superbonus. Un’eredità che ricorda come la spesa pubblica, una volta lanciata, presenti il conto per anni. E che a pagarlo, in un modo o nell’altro, è sempre chi risparmia.

Enrico Foscarini, 15 ottobre 2026

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