Economia
SUICIDIO COLLETTIVO

Ilva, i giudici di Milano uccidono l’acciaio in Italia

I magistrati confermano lo stop all'area a caldo. Un'analisi di 15 anni di sentenze, bugie sulle offerte e miliardi bruciati. Bruciati 24 miliardi di Pil

Segui nicolaporro.it su Google CLICCA QUI
Ascolta l'articolo
0:00 / --:--

Non ci sono stati tempi supplementari. La prima Corte d’Appello civile di Milano, presieduta da Lorenzo Orsenigo, ha respinto venerdì la richiesta di sospensiva presentata da Ilva spa e Acciaierie d’Italia, confermando il decreto con cui a fine luglio i giudici della Sezione specializzata in materia d’impresa avevano ordinato lo stop, entro 90 giorni, dell’area a caldo degli altiforni di Taranto. Il più grande stabilimento siderurgico d’Europa, o forse il secondo, è così ufficialmente condannato dalle toghe milanesi Marianna Galioto, Rossella Milone e Cristina Ravera, che a luglio avevano accolto parzialmente il ricorso di undici cittadini dell’associazione Genitori Tarantini. L’avvocato Ascanio Amenduni, uno dei legali della causa, ha rivendicato l’iter avviato cinque anni fa ricordando che nel frattempo «è arrivata anche la decisione della Corte Ue» secondo cui «è più importante salvare anche solo una vita umana che produrre». Una frase che riassume alla perfezione la filosofia di un certo ambientalismo giudiziario: l’industria come nemico assoluto, senza vie di mezzo, senza gradualità, senza alcuna fiducia nella capacità dell’impresa privata di correggersi.

Il diritto alla salute usato come clava contro lo sviluppo

Sul piano formale la Corte ha bilanciato il danno economico, «sicuramente esistente» per Ilva e Acciaierie d’Italia, con il rischio sanitario per i cittadini tarantini, ritenuto altrettanto irreparabile. Nella sostanza, però, si è consumato l’ennesimo capitolo di un copione già visto dal 2012 in poi: un giudice civile che si sostituisce al legislatore e al Governo, disapplicando parzialmente l’Autorizzazione integrata ambientale 2025 perché giudicata «priva di adeguate tutele sulle polveri PM10 e PM2,5» e perché non prevede «alcuna prescrizione in tema di rimozione dell’amianto». Bene inteso: nessuno nega che la bonifica vada fatta. Il problema è il metodo. In un Paese normale la politica industriale si scrive nei ministeri e si negozia con l’impresa, non si impone con un decreto che stacca la spina a un impianto da cui dipendono, direttamente e nell’indotto, oltre 8mila lavoratori.

Le balle di Flacks

Uno degli argomenti più usati da chi difende la linea dura dei giudici è che, tanto, ci sono acquirenti pronti a rilevare Ilva. Peccato che la realtà, scavando appena sotto la superficie, sia molto diversa. Il fondo statunitense Flacks Group, presentato per mesi come uno dei quattro pretendenti seri insieme a Jindal, Federacciai e i cechi di CE Industries, si è di fatto sfilato dalla partita industriale. Il fondatore Michael Flacks ha dichiarato al Giornale: «Non ho più alcun interesse ad acquisire l’attività dell’Ilva e non parteciperemo alla prossima procedura». L’imprenditore americano, che gestisce un portafoglio immobiliare da oltre 5 miliardi di dollari fatto di siti industriali dismessi, ha spiegato di voler puntare solo sul patrimonio immobiliare di Taranto, circa 170 ettari di aree non più funzionali alla siderurgia, occupandosi «anche delle eventuali bonifiche e dello sviluppo commerciale» di quei terreni. Tradotto: l’unico soggetto internazionale che sembrava disposto a scommettere sull’intero pacchetto, area a caldo compresa, si accontenta oggi dei capannoni e dei terreni da riqualificare. Un declassamento silenzioso che nessuno, nei palazzi della magistratura, sembra aver preso in considerazione prima di firmare la sentenza.

La cordata italiana

C’è poi la narrazione della cordata di 15 imprese siderurgiche italiane, coordinata da Federacciai e presieduta da Antonio Gozzi, presentata come la soluzione «made in Italy» al problema Ilva. Anche qui la realtà ridimensiona l’entusiasmo: la cordata, che pure ha ottenuto accesso alla data room e riunisce nomi pesanti come Arvedi, Marcegaglia, Duferco, Acciaierie Veneto ed Eusider, ha presentato una manifestazione di interesse limitata esclusivamente all’area a freddo, cioè laminatoi e treni nastri. Degli altiforni, delle cokerie, di tutto ciò che rende Taranto un impianto a ciclo integrato capace di produrre acciaio dal minerale grezzo, i big dell’acciaio bresciano e veneto non ne vogliono sapere. È la prova, semmai ce ne fosse bisogno, che nessuno degli attori industriali italiani crede davvero possibile salvare l’area a caldo nelle condizioni imposte dalla magistratura: la si lascia morire, per poi spartirsi quel che resta a prezzo di saldo.

Leggi anche:

Quindici anni di macerie: il conto salato per il Pil

Dal sequestro del 2 agosto 2012 sono passati quindici anni, decine di ministri e una dozzina di decreti «salva Ilva» che non hanno salvato nulla, perché un’azienda privata si salva con un imprenditore privato, non con gli accrocchi statalisti. Il conto, nel frattempo, lo ha fatto la Svimez con il suo modello econometrico: rispetto al picco produttivo del 2006, quando Taranto sfornava quasi 10 milioni di tonnellate l’anno, nel 2023 la produzione era scesa a soli 3 milioni di tonnellate, con una perdita di Pil nazionale di 2,8 miliardi di euro l’anno, di cui quasi 2 miliardi concentrati nel solo Mezzogiorno. Un’analisi precedente, commissionata dal Sole 24 Ore sempre alla Svimez, aveva calcolato che un’eventuale chiusura totale dello stabilimento avrebbe comportato la perdita dell’1,4% del Pil italiano, pari a 24 miliardi di euro, la stessa cifra necessaria per scongiurare l’aumento dell’Iva in una intera manovra di bilancio. E oggi, con l’economia pugliese cresciuta di appena l’1,1% negli ultimi quindici anni contro il 3,2% nazionale, con Taranto che registra la peggiore performance produttiva della regione e con Confcommercio che segnala già mille imprese commerciali in meno nel solo ultimo anno, la sentenza di venerdì rischia di trasformare un dato statistico in una voragine sociale.

ArcelorMittal, il concorrente che ha finito il lavoro

Se i magistrati hanno inferto il colpo di grazia, non va dimenticato chi ha preparato il terreno. ArcelorMittal, che rilevò Ilva nel 2017 promettendo investimenti per 2,4 miliardi di euro, è oggi accusata dagli stessi commissari straordinari di Acciaierie d’Italia di mala gestione: una causa civile da 7 miliardi di euro, affidata all’avvocato Andrea Zoppini, sostiene che il dissesto dell’azienda non sia frutto di errori isolati ma di una «strategia unitaria e protratta nel tempo», con impianti lasciati in «totale abbandono» al fine di trasferire risorse verso la capogruppo lussemburghese. Non è un caso isolato di sospetto: già nel 2019 diversi osservatori si chiedevano se il colosso franco-indiano, primo produttore d’acciaio al mondo, avesse acquistato Taranto solo per eliminare un concorrente capace di competere sul mercato europeo dei prezzi bassi, salvo poi lasciarlo languire senza manutenzione né investimenti. Un sospetto legittimo, considerando che proprio ArcelorMittal fu la prima a minacciare l’abbandono e a chiedere, tra le altre cose, un taglio di 5mila posti di lavoro su diecimila dipendenti.

Chi paga, alla fine

Alla fine di questa storia lunga quindici anni, il conto lo pagano sempre gli stessi: i lavoratori diretti e dell’indotto, oggi di nuovo sotto la minaccia di 2.500 licenziamenti congelati solo grazie a un vertice a Palazzo Chigi; i contribuenti italiani, chiamati come sempre a tappare un buco creato da altri; e un intero territorio, la Puglia, che vede allontanarsi ogni ipotesi di sviluppo industriale mentre gli ecotalebani in toga continuano a scrivere sentenze pensando di fare giustizia e, invece, firmano solo la certificazione di morte dell’ultimo grande polo siderurgico italiano.

Enrico Foscarini, 11 settembre 2026

Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

Iscrivi al canale whatsapp di nicolaporro.it

SEDUTE SATIRICHE

Record Meloni: Maalox per l’opposizione - Vignetta del 10/09/2026 - Sedute Satiriche di Beppe Fantin

Record Meloni: Maalox per l’opposizione

Vignetta del 10/09/2026
L'inferno è pieno di buone intenzioni