La fotografia dell’industria italiana all’inizio del 2026 restituisce un quadro di tenuta più che di rilancio, con una crescita che resta ancorata allo “zero virgola” e un recupero che si concentra solo in alcuni comparti specifici. È quanto emerge da un approfondimento odierno del Sole 24 Ore. Secondo le stime di Cerved, la manifattura nazionale dovrebbe registrare un progresso dei ricavi dello 0,9% a prezzi costanti, dopo il calo dello 0,4% del 2025. Una dinamica che conferma la difficoltà del sistema industriale nel ritrovare una traiettoria espansiva strutturale, nonostante il contributo finale del Pnrr e una domanda globale che, pur rallentando, non è collassata.
Il rimbalzo, come evidenziano gli analisti, non sarà diffuso, ma limitato a comparti come la carpenteria metallica e le opere di ingegneria, sostenute dall’ultimo anno di messa a terra degli investimenti pubblici. La maggioranza dei settori industriali resterà invece su incrementi nell’ordine di un punto percentuale, insufficienti a colmare le perdite accumulate negli ultimi due anni.
Moda e meccanica frenano la media
A pesare sulla dinamica complessiva continuerà a essere il sistema moda, atteso in calo del 2,5% nel 2026 dopo il -6,6% del 2025. Le difficoltà sul mercato interno, la debolezza della domanda internazionale e la concorrenza crescente delle piattaforme di e-commerce stanno erodendo quote di mercato anche ai marchi di fascia alta. La flessione dei consumi in Europa e nell’Estremo Oriente rischia di colpire persino le imprese del lusso e quelle più orientate all’export.
Le previsioni di Prometeia e Intesa Sanpaolo si muovono su coordinate simili: per l’industria nel suo complesso il 2026 dovrebbe segnare un recupero di un punto a prezzi costanti, con un aumento dei ricavi a valori correnti del 2,2%, pari a circa 23 miliardi, fino a quota 1.440 miliardi. Un livello vicino ai massimi del biennio 2022-23 e comunque superiore di 230 miliardi rispetto al 2019, ma ottenuto più per effetto dei prezzi che dei volumi.
Dazi, Germania e commercio globale
Il contesto resta complesso. Le incognite che già gravavano sull’industria nel 2025 – dazi, stallo tedesco, crisi dell’auto e tensioni geopolitiche – si sono solo parzialmente attenuate. Sul fronte commerciale, l’elemento di novità è la riduzione dell’incertezza: le ipotesi più aggressive sui dazi non si sono materializzate, ma un’aliquota media del 15% verso l’Ue rappresenta comunque un aggravio rilevante. In diversi comparti della meccanica, inoltre, si sommano dazi fino al 50% sulle componenti in acciaio, alluminio e rame, con effetti reali che portano la penalizzazione oltre il 20-25%.
I dati sull’export verso gli Stati Uniti mostrano un +9,1% nei primi dieci mesi del 2025, ma il risultato è fortemente drogato dalla farmaceutica, che cresce del 60,6% e aggiunge cinque miliardi di ricavi. Al netto dei farmaci, la manifattura italiana negli Usa è sostanzialmente ferma. Lo stesso vale per il made in Italy complessivo: +3,4% grazie alla farmaceutica, appena +0,6% senza di essa.
A livello globale non si è verificato il temuto crollo degli scambi. L’Organizzazione mondiale del commercio ha progressivamente rivisto al rialzo le stime per il 2025, fino a un +2,4%, grazie anche alla corsa ad anticipare i dazi. Per il 2026, però, le previsioni tornano caute, con una crescita del commercio mondiale stimata intorno allo 0,5%.
Export 2026: cautela obbligata
Le stime sull’export italiano riflettono questo scenario. Prometeia e Intesa Sanpaolo indicano un +0,6% a valori costanti, mentre l’Istat ipotizza un aumento dell’1,6%. Numeri che restano legati a doppio filo alla Germania, primo mercato di sbocco dell’industria italiana e ancora intrappolata tra stagnazione e rischio recessione, frenata dalla crisi dell’auto e da un mercato immobiliare bloccato. La speranza è che gli investimenti tedeschi in difesa e infrastrutture possano riattivare la domanda e, indirettamente, gli acquisti di made in Italy, ma finora il recupero è stato solo parziale.
Farmaceutica: il vero motore
In questo quadro spicca la farmaceutica, che si conferma il principale motore dell’industria del Paese. Nel 2025 la produzione ha raggiunto i 75 miliardi, di cui 70 miliardi destinati all’export, con un balzo del 35% rispetto all’anno precedente. Per il 2026 l’outlook resta positivo, ma condizionato dal contesto regolatorio internazionale e dalle politiche statunitensi legate al principio del “Most Favoured Nation”. Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, sottolinea che “l’indicizzazione dei prezzi dei farmaci negli Stati Uniti sta già producendo effetti sistemici lungo le catene globali del valore, influenzando le scelte di investimento e innovazione”.
Gli Stati Uniti restano il primo mercato di destinazione e un partner strategico imprescindibile, mentre cresce la richiesta di una risposta europea più orientata alla competitività industriale. In questo senso, la legge di Bilancio e il futuro Testo unico sulla farmaceutica vengono letti come segnali positivi per attrarre investimenti e rafforzare il ruolo dell’Italia come piattaforma produttiva globale.
Automotive: tenuta più che ripresa
Il settore automotive resta uno dei punti più critici. Dopo il -22% del 2024, nei primi dieci mesi del 2025 la produzione complessiva è scesa del 12,3%, con un -18,8% nell’assemblaggio finale. Il ridimensionamento industriale appare strutturale, legato ai piani di Stellantis e alla transizione verso l’elettrico. Roberto Vavassori, presidente Anfia, ha ricordato che “il 2025 è stato un annus horribilis”, chiedendo al gruppo di garantire maggiori opportunità ai fornitori italiani anche fuori dai confini nazionali.
Per il 2026, come osserva Marco Stella di Anfia Componenti, non si può parlare di vera ripresa, ma di tenuta, in un contesto segnato da criticità su terre rare, magneti e chip e dalle difficoltà della filiera tedesca. Un possibile cambio di scenario potrebbe arrivare dagli strumenti industriali europei a marchio “Made in Europe”, purché non spingano ulteriormente le imprese fuori mercato.
Tessile-moda e agroalimentare: identità sotto pressione
Il tessile-moda-accessorio, settore da circa 100 miliardi di fatturato, ha vissuto nel 2025 una ripresa debole e inferiore alle attese. Cambiamenti nei consumi delle giovani generazioni, guerre commerciali e incertezze normative hanno rallentato la filiera. Luca Sburlati, presidente di Confindustria Moda, ha ricordato che “il sistema moda ha perso 20 miliardi negli ultimi due anni” e ha invocato un piano strategico nazionale per evitare nuove perdite. Un segnale positivo arriva dalla proroga del credito d’imposta per design e ideazione estetica, vista come uno strumento chiave per mantenere in Italia le funzioni creative.
Nell’agroalimentare, il 2026 premierà le imprese orientate all’export, mentre chi resta schiacciato tra costi energetici e mercati chiusi rischia la marginalizzazione. Paolo Mascarino, presidente di Federalimentare, avverte che i nuovi dazi Usa colpiranno i prodotti a maggior valore aggiunto e che l’accordo Ue-Mercosur, senza correttivi, potrebbe aumentare la pressione competitiva sulle materie prime. Al tempo stesso, il riconoscimento Unesco della cucina italiana rappresenta un’opportunità che, se non trasformata in leva economica, rischia di favorire l’Italian sounding.
Un 2026 di resistenza
Nel complesso, l’industria italiana entra nel 2026 in una fase di resistenza più che di slancio, con punte di eccellenza che trainano un sistema ancora frenato da vincoli strutturali, incertezze geopolitiche e politiche industriali spesso frammentarie. La sfida, in una prospettiva liberista, resta quella di creare un contesto più competitivo, riducendo i costi sistemici e liberando investimenti privati, per trasformare una crescita marginale in sviluppo duraturo.
Enrico Foscarini, 4 gennaio 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


