C’è una notizia che, in apparenza, sembra piccola: nel giro di un mese la Cgil ha sottoscritto con l’Aran due contratti pubblici, quello delle Funzioni centrali a giugno e quello delle Funzioni locali la settimana scorsa. Accompagnato, quest’ultimo, da un commento persino compiaciuto del segretario Maurizio Landini. Chi ha seguito gli ultimi anni di relazioni sindacali sa che non è affatto un dettaglio da poco. Dopo stagioni di scioperi generali, mobilitazioni permanenti e la riproposta ciclica della patrimoniale come panacea per ogni problema dell’economia italiana, il leader della Cgil sembra aver capito che la sola contrapposizione non paga più, nemmeno tra le fila del sindacalismo confederale.
Il punto politico, però, non è la firma in sé. È che questa firma arriva dopo che il terreno era già stato spostato da altri, e Landini si è limitato a prenderne atto.
La svolta non è di Landini
Il vero terremoto è avvenuto al congresso della Uil di Padova, dove Pierpaolo Bombardieri è stato riconfermato segretario generale e dove Giorgia Meloni, con un discorso pronunciato pochi giorni prima, ha ridisegnato le regole del gioco: disponibilità al confronto con le parti sociali senza però arretrare di un millimetro sull’agenda di governo, dalla stabilizzazione della detassazione dei rinnovi contrattuali agli incentivi alla produttività, fino alle misure per la crescita dimensionale delle imprese. Un metodo, non una resa.
A guadagnarci, va detto con chiarezza, non è stata la linea barricadera della Cgil, ma esattamente il suo opposto: la linea che Cisl e Uil praticavano da anni. Daniela Fumarola, segretaria della Cisl, ha sempre scelto il negoziato alla protesta permanente, e oggi ne raccoglie i frutti politici. Bombardieri, dal canto suo, ha parlato di «una pagina nuova», annunciando la disponibilità ad aprire subito un tavolo con le associazioni datoriali su rappresentanza e contrattazione. È il riformismo sindacale, non il massimalismo, a essere premiato dai fatti.
Landini insegue, non guida
Anche il linguaggio di Landini a Padova racconta una discontinuità netta rispetto ai mesi delle piazze piene e degli slogan anti-governativi. Il segretario della Cgil ha insistito sull’unità sindacale, ricordando che «serve stare uniti per cambiare la situazione», e ha persino evocato il «pluralismo» tra le sigle, parola che fino a poco tempo fa suonava quasi eretica nel suo vocabolario. Non sono mancate, certo, le stoccate di rito: «Il problema non è se le porte del governo sono aperte o no, il problema è che oggi sono vuote le borse della spesa», ha detto dal palco, giusto per non deludere la platea più movimentista. Ma il dato sostanziale resta: la Cgil oggi segue un percorso negoziale che fino a poche settimane fa guardava con sospetto, se non con aperta ostilità.
Il grande tavolo con le imprese
Sullo sfondo si muove un’operazione più ambiziosa, costruita in oltre un anno di lavoro sottotraccia: un maxi-tavolo che dovrebbe riunire per la prima volta nella storia Cgil, Cisl e Uil da un lato e quattordici associazioni datoriali dall’altro, dall’industria al commercio, dall’artigianato alle Pmi, fino alle assicurazioni e forse alle banche. Le due piattaforme unitarie, presentate a giugno dai sindacati e a luglio dalle imprese, sono già sul tavolo, e l’obiettivo dichiarato è arrivare a una firma ai primi di settembre. Che sindacati e controparti datoriali, tra cui covano storiche rivalità, siano riusciti a mettersi d’accordo su due testi condivisi è di per sé una notizia. Resta da capire se sarà una riforma vera delle relazioni industriali o l’ennesimo photo opportunity buono per tutti i partecipanti.
Per Landini, che lascerà la guida della Cgil nel 2027 dopo otto anni di battaglie permanenti, l’accordo rappresenterebbe anche un’eredità politica presentabile, in un congresso che ancora non ha data e per il quale, curiosamente, non circola nemmeno un nome di possibile successore. Ma sarebbe ingenuo scambiare questa fase per una conversione ideologica. Il segretario ha già annunciato una nuova mobilitazione d’autunno, con vertenze su casa, sanità, fisco e salari, e un giro di incontri con i partiti per promuovere due proposte di legge su sanità e appalti. Il primo appuntamento, non a caso, è stato con Italia Viva, che ha espresso «una condivisione sui principi e sulle finalità delle proposte», riservandosi però «ulteriori approfondimenti»: un endorsement tiepido quanto basta per non impegnarsi troppo.
Il vero merito è di chi negozia da sempre
La sensazione, insomma, è che Landini non abbia scoperto il dialogo per convinzione, ma perché il contesto glielo ha reso l’unica strada percorribile senza restare isolato. Il governo ha imposto un’agenda di confronto senza cedere sulle riforme, Cisl e Uil hanno incassato il dividendo politico di anni di pragmatismo, e la Cgil si è trovata costretta a inseguire un metodo che fino a ieri combatteva. È un buon segnale per chi crede che la crescita si costruisca con la contrattazione e non con la piazza permanente. Ma prima di brindare al nuovo corso sindacale, meglio aspettare la firma di settembre, e soprattutto vedere quanto durerà la tregua una volta partita la mobilitazione d’autunno già annunciata.
Enrico Foscarini, 31 luglio 2026
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