Economia
IL PUNTO DI VISTA

Lavoro povero, i sussidi sbagliano bersaglio

Il Nobel David Card a Torino: i bonus distribuiscono male le risorse. La lezione di Milton Friedman sui salari

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Anche un premio Nobel ammette che il problema non è quanto si spende, ma come. Dal grattacielo Intesa Sanpaolo, durante il Festival Internazionale dell’Economia di Torino, David Card ha chiesto di rivedere le politiche di sostegno ai lavoratori poveri. Card non è certo un liberista: è l’economista di Berkeley che con Alan Krueger mise in discussione gli effetti negativi del salario minimo. Proprio per questo la sua diagnosi pesa. «È fondamentale un’attenta analisi per poter correggere i programmi e renderli efficienti», ha spiegato. Poi ha aggiunto il passaggio decisivo: «Si sta facendo molto in termini di sussidi ma non sempre i programmi, seppur molto generosi, sono sufficienti, perché distribuiscono risorse nella maniera non corretta». Card ha anche ricordato le differenze tra i sistemi adottati nei vari Paesi e la necessità di interventi più efficaci. In sintesi: la generosità della spesa pubblica non garantisce risultati e, spesso, produce l’opposto.

I numeri dell’Istat sugli operai

A introdurre l’incontro è stato Gregorio De Felice, chief economist di Intesa Sanpaolo, che ha presentato i dati italiani. «Le statistiche sulla povertà, diffuse dall’Istat a metà ottobre, segnalano che tra le famiglie con una persona occupata, l’incidenza della povertà assoluta è pari all’8,5% se l’occupato è un lavoratore dipendente, ma sale al 14,3% se l’inquadramento è come operaio o assimilato», ha spiegato. De Felice ha parlato di un tema su cui occorre riflettere con urgenza, «alla luce delle manifestazioni di profondo disagio sociale che hanno investito nelle ultime settimane diversi Paesi europei». I dati dell’istituto di statistica vanno però letti per intero. Il 14,3% degli operai in povertà assoluta è in calo rispetto al 15,6% del 2024. Tra tutti gli occupati la quota scende dal 7,9% al 7,7%, e a livello nazionale le famiglie povere passano dall’8,4% all’8%. Nello stesso periodo l’occupazione ha raggiunto i 24,37 milioni di unità, con 307mila posti in più in un anno. Il quadro è quindi quello di un lavoro che cresce e di una povertà che arretra lentamente. Il lavoro povero resta un problema, ma i sussidi non bastano a risolverlo.

Friedman e il pasto che nessuno regala

Milton Friedman aveva fatto della frase There’s no such thing as a free lunch il titolo di un suo libro, e la lezione vale anche qui. Ogni euro distribuito con un sussidio viene prelevato a chi produce, cioè in larga parte agli stessi lavoratori che si vorrebbe aiutare, attraverso cuneo fiscale e contributi. Il risultato è un circolo vizioso. Lo Stato toglie dalla busta paga con una mano e restituisce con l’altra, trattenendo nel mezzo i costi della burocrazia che amministra il passaggio. Per Friedman il rimedio non era aggiungere misure, ma ridurle. In Capitalismo e libertà proponeva l’imposta negativa sul reddito, uno strumento unico e automatico pensato per sostituire l’intera giungla di programmi assistenziali, non per sommarsi a essa. È la stessa intuizione che emerge, quasi a sorpresa, dalle parole di Card: troppi canali, risorse disperse, obiettivi mancati.

Il salario si conquista, non si eroga

Il punto di fondo è morale prima che economico. Remunerare il lavoro nella giusta misura è un principio pienamente liberale, perché riconosce il valore di ciò che una persona produce e lo affida allo scambio libero tra chi offre lavoro e chi lo domanda. Il sussidio invece sostituisce il prezzo con una decisione politica e trasforma il lavoratore da protagonista dello scambio a destinatario di un trasferimento. Friedman diffidava anche delle scorciatoie per legge, salario minimo compreso, perché rischiano di escludere dal mercato proprio i meno qualificati. Quello che alza davvero le retribuzioni sono la produttività, la concorrenza tra imprese per trattenere i lavoratori migliori, la formazione e un fisco che lasci in busta paga una parte maggiore del costo del lavoro. Il fatto che l’incidenza della povertà salga tra dirigenti, quadri e impiegati, dal 2,9% al 3,6%, dimostra che il problema non riguarda solo i redditi più bassi. È il segnale di salari compressi da una pressione fiscale che colpisce soprattutto il ceto medio.

Meno trasferimenti, più busta paga

La richiesta di Card di valutare i programmi e correggerli dovrebbe essere presa alla lettera. Ogni misura di sostegno andrebbe sottoposta a una verifica dei risultati, e quelle che non funzionano andrebbero eliminate, non rifinanziate. Le risorse liberate potrebbero tornare ai lavoratori sotto forma di taglio delle tasse sul lavoro, l’unico intervento che migliora il reddito senza creare dipendenza dallo Stato. Il disagio sociale citato da De Felice è reale, e la risposta più sbagliata sarebbe aumentare la spesa assistenziale. Un lavoratore pagato il giusto non ha bisogno di sussidi, mentre un sistema che moltiplica i sussidi rischia di rendere conveniente restare poveri.

Enrico Foscarini, 25 ottobre 2026

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