L'OPINIONE

Il liberalismo contro l’assistenzialismo di Stato

L'analisi della Voce sul centro liberale in Italia va fuori strada: perché non serve solo uno Stato più efficiente, ma serve meno Stato per ridare libertà e ossigeno al mercato

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liberalismo contro assistenzialismo

L’analisi condotta dal Data Science Manager Francesco Orsi su La Voce coglie un punto fondamentale ma si ferma pericolosamente a metà strada nella comprensione del fenomeno liberale. È certamente vero che gli italiani non sono liberali e che la cultura politica del nostro Paese è intrisa di un solidarismo cattolico e vetero-comunista che vede nel mercato un nemico da cui proteggersi. Questa tendenza è evidente nelle recenti politiche economiche, dove si assiste al paradosso di un caro-benzina gestito con incentivi selettivi legati all’Isee invece che con una riduzione strutturale della pressione fiscale per tutti.

Il sistema attuale sembra strutturato per far pesare il costo dello Stato quasi esclusivamente su chi guadagna più di 50mila euro all’anno, definendo ricchi coloro che in realtà rappresentano il motore produttivo. In Italia si preferisce mantenere tavoli di crisi ministeriali per salvare aziende decotte piuttosto che accettare la distruzione creativa del mercato, e il timore di privatizzare sanità e pensioni rimane un tabù elettorale insuperabile. Come sottolineato nell’analisi, per molti “la libertà economica è uguale all’insicurezza” e questa percezione blocca ogni reale tentativo di riforma liberale di massa.

La fallacia dello Stato efficiente e la libertà individuale

Tuttavia, il punto in cui l’analisi di Orsi diverge profondamente dalla visione liberista classica riguarda l’obiettivo finale dell’azione politica. Non si può accettare l’idea che il cittadino chieda semplicemente uno Stato più efficiente, con i treni in orario e meno burocrazia, perché il liberale classico vuole innanzitutto la libertà. Non si tratta solo di far funzionare meglio la macchina pubblica, ma di ridurne drasticamente il perimetro d’azione per restituire sovranità all’individuo nelle scelte fondamentali della propria vita.

Un vero progetto liberale dovrebbe puntare a una giustizia amministrata senza discrezionalità infinita da parte dei magistrati, dove il governo fissi le priorità dell’azione penale e i cittadini possano persino eleggere i capi delle procure per sottrarli alle logiche delle correnti. Questo non è un mero desiderio di efficienza, ma una richiesta di responsabilità e trasparenza democratica. Il liberale vuole che si possa sapere quanto spendono e come lo spendono” proprio perché considera il denaro pubblico come frutto del sacrificio dei contribuenti e non come una risorsa infinita dello Stato.

Sanità, pensioni e il perimetro del mercato

Il cuore della divergenza sta nella gestione dei servizi essenziali, dove il modello dello Stato gestore ha mostrato tutti i suoi limiti strutturali. Il liberale liberista non si accontenta di una sanità pubblica senza liste d’attesa, ma auspica una sanità totalmente privata basata su assicurazioni, capace di offrire qualità attraverso la concorrenza. Allo stesso modo, il sistema pensionistico non dovrebbe essere un buco nero gestito dall’Inps, ma un conto previdenziale individuale alimentato dai versamenti del lavoratore e del datore di lavoro, garantendo a ciascuno la proprietà del proprio futuro.

L’interferenza dello Stato nell’economia dovrebbe essere limitata esclusivamente a quei settori che “si possono definire strategici e la cui acquisizione da parte di terzi potrebbe portare svantaggi competitivi”, come la difesa, l’energia o i semiconduttori. Sebbene queste posizioni rappresentino oggi una minoranza, non è sufficiente cercare di “efficientare lo Stato” per risolvere i problemi del Paese. È necessario avere il coraggio di aprire le porte al mercato e far respirare all’Italia un’aria nuova, rompendo quel soffitto di cristallo che da decenni condanna il liberalismo a essere una voce inascoltata.

Enrico Foscarini, 17 marzo 2026

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