L’analisi dei conti della giustizia italiana offre finalmente un quadro concreto su cui ragionare. I dati, elaborati da Stefano Zurlo sul settimanale Moneta nel maggio scorso, permettono di entrare nel merito dei costi e dei ricavi delle principali cittadelle giudiziarie, a partire da Milano e Roma.
Nel capoluogo lombardo le intercettazioni della Procura costano 8,5 milioni di euro, una cifra che, presa isolatamente, non appare nemmeno la più rilevante. Il vero peso si concentra altrove: perizie, custodia dei beni sequestrati e gratuito patrocinio superano i 31 milioni di euro, segno di una macchina complessa e costosa che si muove su più livelli.
Nel complesso, il sistema giudiziario milanese assorbe circa 166 milioni di euro, a fronte di ricavi pari a poco meno della metà. A Roma il quadro è ancora più marcato: 212 milioni di spese contro 104 milioni di entrate, con un disavanzo superiore ai 100 milioni. Numeri che non rappresentano un’anomalia, ma che pongono una domanda inevitabile: le risorse sono utilizzate nel modo più efficiente e bilanciato possibile?
Una macchina costosa (e frammentata)
Il dato più evidente non è tanto il disavanzo, fisiologico per un servizio pubblico essenziale, quanto la struttura della spesa. A Milano, quasi cento milioni sono assorbiti da stipendi di magistrati e personale amministrativo, mentre oltre 40 milioni rientrano nelle cosiddette spese di giustizia. Il problema è che queste voci sono gestite in modo frammentato. Tribunale, Corte d’appello, Procura e Procura generale operano ciascuno per conto proprio, senza una regia unitaria. Ne deriva un sistema poco lineare, dove i centri di spesa si moltiplicano e la responsabilità si disperde.
In questo contesto, emerge anche un nodo strutturale: lo Stato anticipa i costi delle indagini, comprese intercettazioni e perizie, ma recupera solo in parte queste somme in caso di condanna. Se l’imputato viene assolto, tutto resta a carico del contribuente. E anche quando arriva una condanna, il recupero è spesso incompleto, nonostante l’intervento di Equitalia Giustizia.
Il “modello Milano”: efficienza o squilibrio?
Milano rappresenta un caso a parte. Negli ultimi anni, la Procura ha sviluppato un sistema particolarmente incisivo nel contrasto ai reati fiscali, operando in stretta sinergia con Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate. Il risultato è evidente: grandi gruppi industriali e multinazionali hanno chiuso contenziosi versando somme ingenti. In pochi anni lo Stato ha incassato circa 5 miliardi di euro, con una forte accelerazione sotto la guida del procuratore Marcello Viola, dopo l’impostazione avviata da Francesco Greco.
Questo approccio ha prodotto effetti immediati sul piano delle entrate e ha consentito anche la regolarizzazione di quasi 50mila lavoratori (anche se non sempre secondo logica come dimostrano i casi Glovo e Deliveroo). Tuttavia, apre una questione più ampia. Quando l’azione penale si intreccia così strettamente con l’interesse fiscale, il rischio è che la bilancia penda sistematicamente a favore dell’accusa, rafforzata da un apparato investigativo e amministrativo che agisce in modo coordinato. Non si tratta di negare l’esistenza dei reati, ma di interrogarsi sull’equilibrio complessivo del sistema e sulle garanzie per chi si difende.
Intercettazioni e indagini: chi controlla davvero?
Il tema delle intercettazioni è emblematico. I costi sono rilevanti, ma ancora più rilevante è il loro utilizzo. Secondo dati del Ministero della Giustizia, le richieste dei pubblici ministeri durante le indagini vengono accolte in oltre il 90% dei casi dai giudici per le indagini preliminari.
È qui che si concentra uno dei nodi del dibattito. “Il punto non è mai stato il tasso di assoluzione in dibattimento”, spesso citato per difendere l’equilibrio del sistema, “bensì la tendenza del giudice ad appiattirsi alle tesi dell’accusa soprattutto nella fase delle indagini”. In altre parole, il problema non emerge tanto alla fine del processo, ma nella sua fase iniziale, quando si autorizzano strumenti invasivi e si costruisce l’impianto accusatorio.
Responsabilità e controlli: un sistema poco incisivo
Un ulteriore elemento riguarda la responsabilità disciplinare dei magistrati. I dati della Procura generale della Cassazione mostrano che, tra il 2015 e il 2025, su 1.443 procedimenti disciplinari, le condanne sono state 382, pari al 26%.
A questo si aggiunge un dato ancora più significativo: oltre il 90% degli esposti viene archiviato prima ancora di arrivare a un procedimento. E nella maggior parte dei casi, le sanzioni non impediscono al magistrato di continuare a esercitare le proprie funzioni. Un sistema che, nei fatti, appare poco incisivo sul piano della responsabilità e contribuisce ad alimentare la percezione di uno squilibrio tra accusa e difesa.
Perché la separazione delle carriere cambia l’equilibrio
In questo contesto si inserisce il referendum sulla separazione delle carriere. La riforma interviene su un punto chiave: la distinzione netta tra giudice e pubblico ministero. Oggi queste due figure condividono percorso di accesso, formazione e valutazioni professionali. La separazione introduce invece una distanza strutturale che rafforza l’imparzialità del giudice. “Il giudice non nascerà nella stessa culla del pm, non farà lo stesso concorso, non si formerà insieme a lui”, e questo lo rende più libero di decidere secondo scienza e coscienza.
L’obiettivo è dare piena attuazione all’articolo 111 della Costituzione, che prevede la parità tra accusa e difesa. In un sistema realmente equilibrato, le prove devono essere valutate su un piano di assoluta parità, senza condizionamenti culturali o professionali.
Meno errori, più garanzie
Una giustizia più equilibrata non è solo una questione teorica. È ragionevole aspettarsi effetti concreti: una riduzione degli errori giudiziari, meno casi di ingiusta detenzione e una maggiore tutela dei diritti individuali.
Anche a fronte di costi elevati, il vero nodo non è quanto si spende, ma come si distribuisce il potere all’interno del sistema. I dati di Milano e Roma mostrano una macchina complessa, efficiente in alcune aree ma ancora sbilanciata in altre. La separazione delle carriere si inserisce proprio qui: non come una riforma contabile, ma come un intervento sull’equilibrio tra le parti. E, in definitiva, sulla qualità stessa della giustizia.
Enrico Foscarini, 17 marzo 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


