Economia
C'È ANCORA DOMANI

Manovra, così non va tanto bene: il ceto medio ignorato di nuovo?

Legge di Bilancio da 23,5 miliardi: giovani, bonus e Isee al centro, ma il taglio dell’Irpef oltre i 50mila euro rischia di restare al palo. Giorgetti: «Abbiamo un problema»

La legge di Bilancio 2027 arriva sul tavolo del Consiglio dei ministri con una dote di 23,5 miliardi e una fisionomia ormai riconoscibile: conti in ordine, attenzione ai mercati e una distribuzione delle risorse che guarda soprattutto ai giovani, ai redditi bassi e alle fasce fragili. Ci sono la mini-Irpef per gli under 30 a basso reddito, la flat tax al 5% per i neoassunti under 35, l’estensione della no tax area per gli under 25, la detassazione delle tredicesime per chi guadagna meno, una card da 300 a 500 euro per le spese sanitarie degli over 75 legata all’Isee. Manca invece, almeno per ora, la misura che il ceto medio aspetta da tempo: l’estensione dell’aliquota al 33% oltre la soglia dei 50mila euro. Secondo le ricostruzioni della vigilia è saltata perfino la mediazione che avrebbe portato lo scaglione fino a 55mila euro.

Giorgetti: «Un problema sul ceto medio»

A riconoscere che la questione esiste è stato lo stesso ministro dell’Economia. Al Forum di Moneta, a Palazzo Colonna, Giancarlo Giorgetti ha ammesso che «è chiaro che abbiamo, non solo in Italia, un problema sul ceto medio», aggiungendo che «qualche sociologo politico potrebbe dire attenzione quando scompare il ceto medio poi succede qualcos’altro». La promessa è che «cercheremo sicuramente di dare una risposta in termini fiscali, ma soprattutto facciamo qualcosa per i giovani». Il «ma soprattutto» mette in fila le priorità. Il titolare del Mef non lo ha nascosto: «Cacciamo qualcosa per i giovani che lavorano, se mi chiedi cosa avrei fatto di più, avrei fatto di più su di loro se ci fosse stata la possibilità».

Pochi pagano per tutti

Il nodo diventa evidente se si guarda a chi finanzia davvero lo Stato. Secondo l’ultimo Osservatorio di Itinerari Previdenziali con Cida sulle dichiarazioni 2024, su 42,8 milioni di contribuenti solo poco più di 34,1 milioni versano almeno un euro di Irpef. Chi dichiara più di 35mila euro, cioè il 18,8% dei contribuenti (circa 8 milioni di persone), paga il 65% dell’Irpef. Allargando lo sguardo ai redditi sopra i 29mila euro si arriva al 30% dei contribuenti che versa quasi l’80% dell’imposta. All’opposto, il 47% dei contribuenti, con redditi fino a 20mila euro, contribuisce per circa il 5% del gettito. Il presidente di Cida Stefano Cuzzilla ha riassunto così il quadro: «Oggi meno del 19% dei contribuenti sostiene da solo quasi due terzi dell’intera Irpef». La sua conclusione vale come indicazione per chi scrive le manovre: «Non basta redistribuire di più: occorre redistribuire meglio».

Il 33% che non arriva e il salto al 43%

Con le regole attuali, chi supera i 50mila euro lordi passa dal 33% al 43%, dieci punti di aliquota marginale in più, prima ancora delle addizionali locali. Non stiamo parlando di grandi patrimoni, ma di quadri, tecnici specializzati, professionisti dipendenti, insegnanti a fine carriera con un secondo reddito in famiglia. A erodere il potere d’acquisto di questa fascia c’è poi il fiscal drag: gli aumenti contrattuali che servono a recuperare l’inflazione spingono i redditi verso scaglioni più alti senza che le soglie vengano aggiornate. Lo stesso vale per la perequazione delle pensioni: anche qui la manovra ipotizza una rivalutazione limitata per gli assegni medio-alti, che sono spesso il frutto di decenni di contributi pieni.

Bonus e soglie Isee, la redistribuzione a pezzi

La filosofia di fondo resta quella dei bonus mirati. La tassazione agevolata al 5% sugli aumenti contrattuali dovrebbe riguardare i dipendenti fino a 33mila euro, la detassazione delle tredicesime con aliquota al 10% o al 15% andrebbe ai redditi bassi, la card sanitaria per gli anziani sarebbe vincolata all’Isee, l’esenzione del bollo auto andrebbe alle famiglie con almeno quattro figli. Prese una per una sono misure con una logica sociale comprensibile. Messe insieme, però, disegnano un sistema in cui ogni soglia diventa un muro: chi la supera di poco perde l’agevolazione, e il guadagno netto da un aumento o da un’ora in più si riduce. È la classica trappola della progressività occulta, quella che Alberto Brambilla di Itinerari Previdenziali descrive parlando dell’Italia come del Paese della «tripla progressività», «quasi occulta».

Le note positive, a partire da forfettario e cedolare

Sarebbe ingeneroso non vedere i segnali nella direzione giusta. L’innalzamento della soglia del regime forfettario da 85mila a 100mila euro, che Giorgetti ha di fatto confermato al Forum («Se mi vuole estorcere… tendenzialmente sì»), allarga il perimetro della flat tax per le partite Iva. Il ritorno della cedolare secca sui negozi fino a 300 metri quadrati e quella al 5% per gli affitti a canone concordato vanno incontro ai piccoli proprietari. Anche le maxi-deduzioni al 140% per chi assume giovani, al 180% per le giovani mamme, puntano sull’impresa più che sul sussidio. Resta però la sensazione di un fisco a due velocità: a parità di reddito, un autonomo forfettario e un lavoratore dipendente continuano a vivere in due mondi tributari diversi, e quasi sempre è il secondo a pagare il conto.

La carta della stabilità

Il governo ha le sue ragioni, e non sono di poco conto. Il rating di S&P è atteso il 13 novembre e Giorgetti si dice fiducioso: «Penso che il rating potrà essere confermato, il sogno è un altro che non dico, sono anche realista, purtroppo la crisi in Medio Oriente non ci aiuta». Il ministro rivendica il ritorno delle famiglie tra i sottoscrittori del debito pubblico, con le ultime due emissioni del Btp Valore che hanno raccolto oltre 16 miliardi: «Il fatto che gli italiani abbiano fiducia nel governo e gli prestino i loro risparmi è il termometro, la prova di questo ritrovato rapporto». E ricorda che la fiducia «si costruisce con fatica, ma si perde molto velocemente». La prudenza sui conti è quindi una scelta comprensibile, e i 14,4 miliardi di extradeficit autorizzati dalla clausola di salvaguardia nazionale sono destinati a difesa ed energia, non alla spesa corrente.

Proprio per questo, però, il ceto medio non può restare la variabile di aggiustamento di ogni legge di Bilancio. È la fascia che regge il gettito, che sottoscrive i Btp e che dà al Paese quella stabilità di cui il ministro va giustamente fiero. Il percorso parlamentare, con Forza Italia che punta ad arrivare almeno a 55mila euro, offre ancora l’occasione per correggere la rotta. Sarebbe il modo migliore per dimostrare che quella «risposta in termini fiscali» promessa a Palazzo Colonna non resterà soltanto un impegno.

Enrico Foscarini, 28 ottobre 2026

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