Economia

L'ANALISI

Manovra, l’autogol della sinistra

La critica al taglio Irpef da due punti regala al governo la bandiera del taglio tasse. Ecco il triste paradosso di Schlein & C.

schlein conte © givagaphotos tramite Canva.com
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Il dibattito sulla legge di bilancio 2026 si è trasformato in un curioso cortocircuito politico. L’opposizione, nel tentativo di smontare la manovra, ha finito per regalare alla destra un tema che tradizionalmente non le apparteneva: quello del taglio delle tasse.

Un “tentativo generoso ma fuori fuoco”, come è stato definito, che ha permesso al governo di presentarsi come difensore del ceto medio, nonostante i numeri della pressione fiscale restino ai massimi storici.

Il centrosinistra, nel criticare il governo Meloni per un presunto favore ai “ricchi”, ha finito per trasformare una manovra moderata in una manovra di destra, almeno nella percezione pubblica. Un errore di comunicazione che ha consegnato alla premier la narrazione dell’“eroina anti tasse”, come ha osservato Matteo Renzi, secondo cui “anziché attaccare la Meloni per aver portato la pressione fiscale al 42,8%, la sinistra le ha consentito di passare per chi taglia le tasse”.

Un taglio Irpef che favorisce impiegati e pensionati

Secondo le audizioni di Istat, Banca d’Italia, Corte dei Conti e Ufficio Parlamentare di Bilancio, la riduzione di due punti dell’aliquota Irpef (dal 35% al 33%) per i redditi tra 28 e 50 mila euro non è affatto un regalo ai ricchi.

Dai dati emerge che oltre due terzi del beneficio andranno a impiegati (39,7%) e pensionati (27,6%), mentre solo il 5,5% ai dirigenti. Anche la progressività del sistema risulta aumentata, con riduzioni più consistenti nelle fasce medio-basse.

Luigi Marattin, segretario del Partito Liberaldemocratico, ha commentato che “il profilo complessivo rimane caratterizzato da riduzioni più elevate nelle fasce basse e medie, mentre l’impatto decresce all’aumentare del reddito”.

Eppure, una parte della stampa e dell’opposizione ha scelto una lettura opposta, arrivando a sostenere che il governo “favorisce i ricchi”. Peccato che, come osserva Marattin, i “due quinti più ricchi” dell’Irpef inizino da circa 1.400 euro netti al mese. Un paradosso che dice molto su come viene costruito oggi il dibattito pubblico.

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Il paradosso della sinistra

Nella foga di marcare una distanza politica dal governo, l’opposizione è riuscita nel doppio colpo di contestare un taglio fiscale minimo e di riproporre la patrimoniale, finendo per apparire incoerente agli occhi dell’elettorato moderato.

Una scelta che, più che mettere in difficoltà il governo, ha consolidato la sua immagine di difensore del ceto medio, pur in assenza di una vera agenda liberale.

Il risultato, in sostanza, è che una manovra tutt’altro che di destra è stata percepita come tale, grazie a una campagna di critica che ne ha esaltato il poco che aveva di liberale. Un cortocircuito che, come ironizza qualcuno, trasforma l’agenda economica del centrosinistra in una “agenda Tafazzi.

Le novità sulla manovra

Sul fronte operativo, i partiti di maggioranza stanno ultimando la preparazione degli emendamenti.

  • Il termine per presentarli scade venerdì 14 novembre alle 10.
  • I testi segnalati saranno circa 400, con voto in Commissione previsto dal 3 dicembre e approdo in Aula dal 15 dicembre.

Tra le proposte in cantiere:

  • la Lega punta a cancellare l’aumento dell’aliquota sugli affitti brevi turistici;
  • Forza Italia chiede di rivedere la tassazione dei dividendi delle holding;
  • Fratelli d’Italia lavora su casa, dividendi e compensazioni fiscali;
  • attese anche modifiche agli iperammortamenti e alla cedolare secca.

Il ministro Giorgetti ha ribadito che “le modifiche dovranno avere copertura finanziaria a saldi invariati”, segno che gli spazi di manovra resteranno stretti.

Enrico Foscarini, 12 novembre 2025

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