Economia
BILANCIO DIFFICILE

Manovra, il monito di Messina: “Sulle banche il governo non rispetta gli accordi”

Il Ceo di Intesa frena sul nuovo prelievo . Il governo deve solo tagliare la spesa pubblica e ridurre le tasse al ceto medio

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Il mondo della finanza è disponibile a sostenere l’economia italiana, ma non intende trasformarsi nel bancomat permanente della politica. È questo il messaggio che arriva da Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, mentre il governo cerca le coperture per la manovra 2027 e torna a circolare l’ipotesi di un prelievo da cinque miliardi di euro a carico del settore finanziario. Un intervento ancora tutto da definire, ma sufficiente a riaprire una questione che va ben oltre i conti degli istituti di credito: fino a quando lo Stato può chiedere nuove risorse ai soggetti che producono ricchezza senza affrontare il problema della propria spesa?

Dal palco del Forum della Coldiretti, Messina ha ribadito che le banche sono «sempre disponibili» a dare una mano, a condizione di non essere le sole a contribuire. Una disponibilità che non equivale, però, a un assegno in bianco. «La disponibilità delle banche a sostenere anche progetti diversi di dismissione del patrimonio pubblico, questa è una disponibilità assoluta. Le banche sono pronte a fare di tutto per far funzionare correttamente questo Paese, ma noi abbiamo degli azionisti, siamo degli amministratori per conto dei nostri azionisti, e non possiamo prendere delle responsabilità per delle cose che vengono fatte in modo non trasparente e non coerenti con quelli che erano gli accordi presi».

È il passaggio politicamente più significativo. Il problema non è soltanto quanto si chiede, ma il rispetto degli impegni assunti. L’intesa raggiunta con il governo lo scorso anno, nell’ambito del contributo complessivo da 10,7 miliardi legato al differimento della deducibilità delle attività fiscali anticipate (Dta), avrebbe dovuto garantire un quadro di maggiore prevedibilità. «A quell’accordo io ci ho creduto», ha ricordato Messina. Tornare a prospettare nuove richieste senza avere prima chiarito perimetro, strumenti e ripartizione degli oneri rischia di incrinare proprio quella fiducia che dovrebbe accompagnare il rapporto fra istituzioni e imprese.

La scorciatoia che non risolve i problemi

Il Documento programmatico di bilancio delinea una manovra da circa 23,5 miliardi, con 14,4 miliardi di margini europei destinati a difesa ed energia e circa nove miliardi da reperire attraverso altre entrate. In questo secondo capitolo rientrano i cinque miliardi indicati per misure a carico del settore finanziario, una definizione abbastanza ampia da comprendere, almeno in linea di principio, banche, assicurazioni e altri soggetti.

La reazione di Messina è comprensibile anche alla luce dei numeri. «Quello che non si dice è che a fronte dei 50 miliardi di utili lo Stato incasserà 25 miliardi di imposte» dalle banche. «Quest’anno 25 miliardi di euro di spesa pubblica sarà finanziata dalle banche, quindi mi piacerebbe che quando si parla di utili si dicesse anche dei 25 miliardi».

Gli istituti, inoltre, detengono circa 400 miliardi di debito pubblico italiano, ai quali si aggiungono altri 200 miliardi circa in portafoglio alle compagnie assicurative. Sono cifre che ricordano quanto il settore finanziario sia già integrato nel finanziamento dello Stato, oltre a rappresentare un importante contribuente.

Messina ha suggerito che, qualora si decidesse di intervenire in modo più ampio, «tutte le aziende che hanno utili superiori a 500 milioni, quelle aziende che guadagnano tanto, potranno contribuire». Ha richiamato anche il problema della costituzionalità di un intervento concentrato su una sola categoria: «Perché non puoi andare contro un settore, contro una categoria. Per questo ci deve essere un’attenzione a fare in modo che sia generalizzata la visione su questi interventi».

È un’obiezione che merita attenzione. Ma il punto, per una politica economica liberale, è ancora più radicale: la capacità di un’impresa di generare utili non dovrebbe diventare il criterio con cui lo Stato individua ogni anno una nuova fonte di finanziamento. La redditività va incoraggiata, non trattata come una colpa da correggere attraverso prelievi straordinari. E se una misura è davvero necessaria, deve avere regole trasparenti, un perimetro definito e una giustificazione economica chiara.

Anche le casse previdenziali dicono no

La preoccupazione non riguarda soltanto il credito. Alberto Oliveti, presidente dell’Adepp e dell’Enpam, ha reagito alle indiscrezioni su un possibile contributo delle casse previdenziali private dei professionisti con una battuta eloquente: «Speriamo siano fake news».

Il patrimonio amministrato dagli enti, pari a 136 miliardi di euro, non è infatti una disponibilità liberamente utilizzabile dallo Stato. «Il patrimonio che gestiamo altro non è che il debito previdenziale delle nostre platee di associati», ha spiegato Oliveti, ricordando che le casse pagano già il 26% sui proventi degli investimenti di risorse costituite dai contributi dei professionisti.

Il messaggio è chiaro: non si possono confondere i patrimoni gestiti a garanzia di obblighi previdenziali con una riserva di liquidità pubblica. La stessa logica vale per gli investitori istituzionali, chiamati a operare nell’interesse dei propri iscritti o azionisti e sulla base di regole certe. Se ogni manovra riapre la possibilità di attingere a queste risorse, il rischio è di indebolire la fiducia e alterare le scelte di investimento.

Meloni e Giorgetti hanno le loro attenuanti

Il governo non opera in condizioni ideali. La mancata uscita dalla procedura europea per deficit eccessivo restringe i margini di bilancio, mentre l’inflazione gonfia alcune voci di spesa e riduce il potere d’acquisto delle famiglie. A questo si aggiunge il Patto di stabilità, che limita la possibilità di aumentare la spesa netta e costringe a selezionare le priorità.

La prudenza di Giancarlo Giorgetti nella gestione dei conti pubblici ha una sua logica. Lo stesso Messina ha definito «vincente» l’approccio del ministro dell’Economia nel mantenere il bilancio in sicurezza, richiamando i rischi connessi alle condizioni debitorie di Paesi come Stati Uniti e Francia e ai possibili effetti di contagio sui mercati.

Ma le difficoltà non cancellano le responsabilità politiche. Il governo ha accettato il quadro europeo di regole fiscali, pur in un contesto nel quale le forze politiche italiane non hanno espresso un sostegno unitario al Patto attraverso il voto all’Europarlamento. Il risultato è un vincolo che oggi va rispettato e che avrebbe richiesto, già al momento della sua definizione, una strategia nazionale più ambiziosa per rendere compatibili disciplina di bilancio e riduzione della pressione fiscale.

L’inflazione, inoltre, non può diventare un alibi permanente. Se fa crescere la spesa indicizzata, dalle pensioni all’assegno unico, erode contemporaneamente il valore reale dei redditi e dei risparmi. Per questo la risposta non può consistere soltanto nel cercare nuove entrate: deve comprendere una revisione delle priorità e una riduzione delle uscite meno produttive.

Il punto non è scegliere tra conti pubblici in ordine e tasse più basse: è costruire un bilancio che renda possibili entrambe le cose.

Il conto presentato al ceto medio

In questi giorni il confronto sulla manovra rischia di ridursi a una competizione al ribasso: individuare chi può pagare ancora, quale categoria può essere chiamata alla cassa e quale nuova entrata può finanziare l’ennesimo intervento. Banche, assicurazioni, casse previdenziali e imprese con utili elevati diventano così i protagonisti di una discussione che lascia sullo sfondo la domanda decisiva: perché lo Stato non riesce a spendere meglio le risorse che già incassa?

È un dibattito miserabile, non perché le coperture non siano necessarie, ma perché la ricerca di nuove entrate rischia di sostituire ogni seria riflessione sulla spesa pubblica. E il conto politico di questa impostazione potrebbe arrivare presto: il sacrificio del taglio dell’Irpef per il ceto medio.

La maggioranza ha più volte indicato l’alleggerimento delle imposte come una priorità. Giorgia Meloni, all’assemblea di Confcommercio del 10 giugno, ha dichiarato: «Vogliamo fare di più per alleggerire il carico fiscale sul ceto medio». E ha aggiunto: «Il taglio delle tasse è uno dei grandi obiettivi di questo governo, per intenderci».

Parole condivisibili, ma che devono tradursi in scelte concrete. Se ogni margine viene assorbito dalle emergenze, dagli interventi assistenziali e dalle nuove promesse di spesa, la riduzione delle imposte per chi lavora, investe e paga regolarmente finisce inevitabilmente in fondo alla lista. La prima vittima rischia di essere proprio quel ceto medio che sostiene una parte rilevante del gettito e che, troppo spesso, si ritrova escluso dai benefici riservati alle fasce più protette.

Non è una questione di contrapporre i contribuenti più abbienti alle persone in difficoltà. È il contrario: un sistema fiscale sostenibile deve tutelare chi ha davvero bisogno senza penalizzare sistematicamente chi produce reddito. Il pauperismo fiscale, secondo cui ogni alleggerimento delle imposte ai redditi medio-alti sarebbe un favore ai privilegiati, ignora che salari, consumi, risparmio e investimenti dipendono anche da quanto lo Stato lascia nelle tasche dei cittadini.

Un lavoratore con un reddito di 35 o 40mila euro non è necessariamente ricco. Può mantenere una famiglia, pagare un mutuo, sostenere figli e genitori anziani. Eppure rischia di trovarsi schiacciato tra una pressione fiscale elevata e trasferimenti pubblici dai quali rimane escluso. Continuare a chiedergli sacrifici per finanziare una spesa che non viene messa seriamente in discussione significa indebolire proprio quella base produttiva e sociale su cui poggia il Paese.

La strada liberale: tagliare la spesa e ridurre le tasse

La questione, dunque, non si risolve decidendo se il prossimo contributo debba gravare sulle banche, sulle assicurazioni o sulle casse previdenziali. Si risolve riportando al centro la spending review e una riforma fiscale capace di ridurre in modo strutturale il prelievo.

Il progetto di revisione dell’Irpef elaborato su questo sito offre una direzione alternativa ai ritocchi circoscritti alle fasce più alte: una deduzione standard, aliquote più basse e meno distorsioni, finanziate attraverso una riduzione della spesa pubblica, dei bonus e dei trasferimenti non prioritari. È una strada impegnativa, che richiede coperture credibili e scelte politiche non indolori, ma coerente con l’obiettivo di restituire spazio all’iniziativa privata e al reddito disponibile.

Non basta promettere un taglio delle imposte e poi rinviarlo ogni volta che si presenta una nuova esigenza di bilancio. Occorre decidere quali funzioni pubbliche siano essenziali, valutare i risultati della spesa e intervenire sulle inefficienze. La disciplina fiscale non può consistere soltanto nel trovare nuove entrate per tenere in piedi ogni voce esistente.

Per il governo Meloni e per Giorgetti il passaggio è decisivo. La prudenza ha consentito di difendere la credibilità finanziaria dell’Italia in una fase complicata; ora deve diventare il punto di partenza per una strategia di crescita. Altrimenti il rigore rischia di trasformarsi in una gestione difensiva, nella quale il pareggio dei conti prevale su qualsiasi ambizione di riforma.

Il messaggio di Messina, al di là delle legittime esigenze degli azionisti delle banche, dovrebbe essere letto anche in questa chiave: gli accordi vanno rispettati e la disponibilità del settore privato non è illimitata. Ma soprattutto, lo Stato deve smettere di cercare ogni anno un nuovo bancomat e cominciare a ridurre la propria spesa. Solo così il taglio delle tasse potrà smettere di essere una promessa elettorale e diventare una politica economica duratura.

Enrico Foscarini, 21 ottobre 2026

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