
La tassa da due euro sui pacchi provenienti da Paesi extra Ue si sta rivelando per quello che era fin dall’inizio: un’improvvisazione fiscale. Si è voluto anticipare una misura europea ancora non operativa, costruendo sopra una previsione di gettito che oggi rischia di evaporare. Il risultato è un pasticcio normativo che potrebbe portare prima a un rinvio e poi all’abolizione del balzello nazionale per lasciare spazio al dazio europeo da tre euro previsto dal 1° luglio, ma con un problema evidente: le coperture non ci sono più e qualcuno dovrà trovarle.
Il tema è riemerso durante l’esame del Milleproroghe, dove un emendamento del Partito Democratico si è arenato perché, come ha spiegato la sottosegretaria Matilde Siracusano, “non è stato possibile reperire le occorrenti risorse finanziarie nel quadro del decreto legge”. Tradotto: i soldi previsti non esistono o non sono facilmente sostituibili.
Poche ore dopo è arrivata la correzione di rotta del sottosegretario all’Economia Federico Freni, secondo cui lo slittamento al 1° luglio “non richiederebbe ulteriori coperture”. Una precisazione che non risolve il nodo politico, ma lo sposta semplicemente in avanti nel tempo.
Un rinvio per guadagnare tempo
La relazione tecnica alla manovra aveva già previsto per il 2026 un gettito dimezzato, 122,5 milioni invece dei 245 a regime, anche per i ritardi nei sistemi informativi. Un dettaglio che oggi appare come la conferma implicita che la misura fosse fragile fin dall’origine.
Il governo potrebbe quindi limitarsi ad accogliere un ordine del giorno sul Milleproroghe e rinviare tutto al decreto fiscale delle prossime settimane. Ma il rinvio non elimina il problema centrale: la compatibilità con il nuovo dazio europeo introdotto con la modifica del regolamento sulle franchigie doganali. Il ministro Giancarlo Giorgetti aveva ammesso che “c’è una decisione europea, e vedremo di rendere coerente anche le regole italiane”, riconoscendo implicitamente che la norma nazionale rischia di essere superata dall’Unione Europea stessa.
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Due tasse sullo stesso pacco?
La sovrapposizione tra contributo italiano e dazio europeo appare difficilmente sostenibile sia giuridicamente sia economicamente. I dubbi sulla compatibilità sono stati sollevati anche da Assonime, come riportato da Il Sole 24 Ore, ma ancora più evidente è l’assurdità pratica di immaginare cinque euro di prelievo complessivo su spedizioni di valore minimo.
A questo punto emerge il vero nodo: il gettito. Il senatore Mario Turco del Movimento 5 Stelle ha chiesto come si sostituiranno le entrate previste “in caso di ritiro del contributo per evitare l’avvio di una procedura d’infrazione Ue”. La domanda è più che legittima, perché nel triennio 2026-2028 si parla di oltre 600 milioni.
Il problema è strutturale: il dazio europeo resta per il 75% a Bruxelles e solo per il 25% agli Stati membri. In pratica, l’Italia incasserebbe circa 0,73 euro a pacco invece dei due previsti, con un buco potenziale superiore a 380 milioni nel triennio. Un errore di progettazione che oggi presenta il conto.
Ancora altre tasse anziché meno spesa
Il punto politico, però, è un altro. Ancora una volta si è scelta la strada più semplice: creare una nuova entrata invece di intervenire sulla spesa. Si è anticipata una tassa europea per finanziare politiche interne senza preoccuparsi troppo della sostenibilità nel tempo. Ora che quella copertura rischia di sparire, il dibattito ruota già intorno a come sostituire il gettito.
È il solito schema: quando servono risorse, si pensa prima a imporre nuovi balzelli che a tagliare programmi inefficienti. Il rinvio a luglio potrà forse evitare nell’immediato lo scontro con le regole europee, ma non cambierà la sostanza. Il problema non è solo tecnico, è culturale: l’incapacità cronica di concepire politiche pubbliche che non passino dall’aumento della pressione fiscale.
Enrico Foscarini, 19 febbraio 2026
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