L’Italia dispone di una delle più elevate propensioni al risparmio d’Europa, ma continua a faticare nel trasformare quella ricchezza in investimenti produttivi. È forse questo il messaggio più interessante emerso dall’intervento del governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, all’assemblea dell’Abi. Un discorso dedicato ai rischi geopolitici, all’inflazione e alla tenuta del sistema bancario, ma che finisce per riportare al centro una questione antica: come fare in modo che il capitale privato alimenti crescita, innovazione e sviluppo.
Panetta ha ricordato che «l’economia mondiale attraversa una fase di transizione», stretta tra «lo shock generato dal conflitto in Medio Oriente» e «la diffusione dell’intelligenza artificiale». Per il governatore, tuttavia, la vera partita si giocherà sulla capacità dei singoli sistemi economici di adattarsi. E in questo senso l’Italia parte da una posizione non marginale, potendo contare su famiglie con un’elevata capacità di risparmio e su un sistema finanziario oggi molto più solido rispetto al passato.
Il capitale c’è, ma resta fermo
Nel passaggio più politico del suo intervento, Panetta ha riconosciuto implicitamente uno dei limiti strutturali dell’economia italiana: l’insufficiente canalizzazione del risparmio verso gli investimenti ad alto potenziale. «Anche il risparmio diretto delle famiglie può contribuire ad accrescere la disponibilità di capitale di rischio», ha osservato il governatore, aggiungendo che «per mobilitarne una quota maggiore servono strumenti semplici, trasparenti e a costi contenuti».
Parole che fotografano un paradosso tutto italiano. Da un lato, patrimoni privati ingenti; dall’altro, un mercato del venture capital e del private equity ancora sottodimensionato. «In Italia i fondi specializzati nell’apporto di capitale di rischio sono assai meno sviluppati che negli altri principali paesi», ha ricordato Panetta, evidenziando come molte imprese innovative finiscano per cercare «all’estero capitali, competenze e sbocchi produttivi e finanziari».
Il risultato è un sistema che genera idee, ma troppo spesso esporta il loro valore aggiunto. Un limite che, nella lettura liberale, non può essere superato esclusivamente attraverso nuovi strumenti pubblici o fondi di fondi, pure richiamati dal governatore, ma richiede un ecosistema più favorevole agli investimenti privati.
La grande assente: la pressione fiscale
Nel lungo intervento di Via Nazionale c’è però un’assenza che colpisce. Se il problema è liberare risorse per investimenti e innovazione, il tema della pressione fiscale resta sullo sfondo.
Panetta sottolinea correttamente che «la normativa consente un significativo aumento degli investimenti» e che sarebbe opportuno «razionalizzare» e rendere «più semplici e più flessibili» gli incentivi esistenti. Tuttavia, il governatore evita di affrontare un elemento che molti operatori economici considerano decisivo: il peso complessivo del fisco su famiglie e imprese.
In un Paese in cui il cuneo fiscale continua a rappresentare un freno alla competitività e in cui la tassazione dei rendimenti finanziari rimane tra le più elevate in Europa per diverse categorie di strumenti, la mobilitazione del risparmio rischia di scontrarsi con ostacoli che vanno oltre l’architettura dei mercati.
La domanda, dunque, resta aperta: è sufficiente costruire nuovi veicoli finanziari se una parte significativa della ricchezza prodotta continua a essere assorbita a monte?
Banche promosse, ma non basta
Sul fronte bancario, il giudizio di Panetta è netto. «Gli indicatori relativi al primo trimestre confermano la robustezza del sistema bancario italiano: la redditività resta elevata, la patrimonializzazione è più che adeguata, la qualità degli attivi molto buona». Un quadro corroborato dal Fondo monetario internazionale e dal drastico calo dei crediti deteriorati, passati in dieci anni da oltre l’8% all’1%.
Si tratta di risultati che segnano una netta discontinuità rispetto al decennio successivo alla crisi finanziaria. Eppure, un sistema bancario solido rappresenta una condizione necessaria, non sufficiente. Lo stesso governatore ammette che «un’economia in cui acquistano peso l’innovazione e gli investimenti immateriali richiede anche mercati dei capitali più sviluppati e un’adeguata disponibilità di capitale di rischio».
In altre parole, il credito bancario da solo non può sostenere la crescita delle imprese tecnologiche e delle iniziative ad alto contenuto innovativo. Per farlo servono capitali pazienti, investitori disposti ad assumere rischio e un contesto che premi chi investe nel lungo periodo.
La sfida è trasformare il risparmio in libertà economica
Le conclusioni di Panetta offrono forse la sintesi più efficace del discorso. «L’Italia dispone di basi solide: un sistema bancario rafforzato, famiglie con un’elevata capacità di risparmio, imprese che hanno dimostrato di sapersi adattare anche nelle fasi più difficili».
È difficile non concordare. Ma proprio perché il risparmio esiste, la sfida dei prossimi anni sarà evitare che resti immobilizzato o che continui a finanziare economie più dinamiche della nostra. La crescita non nasce dalla semplice accumulazione della ricchezza, bensì dalla sua capacità di trasformarsi in impresa, innovazione e produttività.
Panetta ha indicato una direzione: «trasformare questi punti di forza in investimenti, innovazione e sviluppo duraturo». Perché questo accada, però, servirà anche un contesto più favorevole all’iniziativa privata. In fondo, la lezione dell’economia di mercato è sempre la stessa: il capitale produce sviluppo quando è libero di cercare le opportunità migliori.
Enrico Foscarini, 15 luglio 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).


