Il sistema italiano delle pensioni non è quello che sembra. Dietro la voce “spesa pensionistica” si nasconde una quantità crescente di assistenza pura, non coperta da contributi, che gonfia la spesa e scarica il costo su una minoranza sempre più stretta di contribuenti onesti.
Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi Itinerari previdenziali, ha pubblicato sul Corriere della Sera un’analisi che mette i numeri davanti alle chiacchiere. Il punto di partenza è semplice: su 16,3 milioni di pensionati italiani, ben 7,2 milioni ricevono prestazioni totalmente o parzialmente assistite, cioè non coperte da contributi adeguati. Quasi un pensionato su due non ha versato abbastanza — o non ha versato nulla — rispetto a quanto percepisce ogni mese. Non è una stima, non è una proiezione: è la fotografia scattata sui dati Istat e Ragioneria dello Stato, gli stessi numeri che l’Italia comunica a Eurostat e alla Commissione europea.
Il caso dell’assegno sociale: invisibili all’Inps per una vita
Prendiamo l’esempio più estremo, quello dell’assegno sociale, le ex pensioni sociali che la riforma Dini aveva opportunamente rinominato per segnalarne la natura assistenziale. Brambilla scrive che “negli ultimi tre anni ne hanno fatto richiesta circa 270mila italiani che, raggiunti i 67 anni di età, si sono ricordati che lo Stato c’è”.
Il problema è che “la maggior parte di loro fosse sconosciuta all’Inps e al fisco”, il che significa, come nota l’analista, che “questi signori hanno vissuto, assieme alle loro famiglie, a carico della collettività per tutta la vita e come ‘premio fedeltà’ a fine carriera lo Stato paga a ‘piè di lista’”. In Germania o in altri Paesi europei, osserva Brambilla, una cosa del genere sarebbe impossibile: chi non presenta una dichiarazione dei redditi entro i trent’anni viene convocato dall’equivalente dell’Agenzia delle Entrate, e le conseguenze sono serie.
Pensioni integrate al minimo, assegno raddoppiato dallo Stato
Il fenomeno non si esaurisce nell’assegno sociale. Su 9,916 milioni di pensioni previdenziali in pagamento – invalidità, vecchiaia, superstiti – quasi tre milioni sono integrate al minimo o maggiorate. Per ottenere la pensione di vecchiaia servono 67 anni di età e almeno 20 anni di contributi, ma la realtà è che “la maggior parte di queste rendite beneficia di un numero di contributi figurativi – cioè a carico dello Stato per coprire i periodi di disoccupazione, malattia, infortuni vari – anche per oltre cinque anni”. Il risultato concreto è che, “se va bene, hanno contribuito (poco) per 14/15 anni”. Lo Stato interviene quindi non solo per colmare la differenza, ma la raddoppia: pensioni che deriverebbero da contributi per 300-350 euro al mese vengono portate a 611,84 euro per il 2026, fino a 619,79 euro per gli over 75, e con le maggiorazioni sociali si arriva a 768,30 euro al mese per tredici mensilità.
A cui si aggiunge, come documenta Brambilla, la quattordicesima mensilità (655 euro l’anno), la social card o carta “Per te” (480 euro l’anno), i bonus canone tv, i bonus affitto fino a 3.500 euro l’anno, i bonus bollette. Il tutto rigorosamente esentasse. Il conto finale per chi ha versato poco o nulla può quindi attestarsi “tra gli 11mila e i 15mila euro” annui, con in più tutte le agevolazioni sanitarie e sociali per i redditi sotto soglia Isee.
Leggi anche:
- Pensioni, la vera riforma è tornare proprietari del nostro lavoro
- Pensioni: ecco chi si salva dall’aumento dei requisiti
- Campo largo, il programma che porta l’Italia al fallimento
L’Isee copre il 55% degli italiani
Proprio sull’Isee Brambilla punta il dito con particolare nettezza. Nel 2024 sono state presentate 10,371 milioni di richieste, coinvolgendo circa 30 milioni di italiani. Nel 2025 la cifra dovrebbe superare i 32 milioni, ovvero il 55% della popolazione. Uno strumento nato per proteggere il 6-8% della popolazione con gravi difficoltà è diventato la norma per più della metà degli italiani: “se diventano oltre il 50% – scrive Brambilla – significa che il sistema non funziona più”. La distorsione è strutturale: per beneficiare dell’Isee occorre dichiarare redditi bassi, il che crea un incentivo perverso a lavorare e dichiarare il meno possibile.
Il risultato si vede nelle dichiarazioni dei redditi: il 49,9% dei contribuenti dichiara meno di 20.000 euro, versando appena il 5,64% dell’Irpef totale. Solo per garantire la sanità a questa platea, quel 25% di cittadini che si fa carico di quasi tutte le imposte dirette deve pagare 56,4 miliardi di euro ogni anno — su una spesa sanitaria totale di 131,119 miliardi nel 2023. E poi c’è tutto il resto: scuola, assistenza sociale, viabilità, ovviamente tutto gratis.
La spesa pensionistica non smette di crescere
Il Documento di finanza pubblica (Dpf) – presentato qualche settimana fa dal Ministero dell’Economia – offre la cornice numerica entro cui si muove questa distorsione. La spesa per pensioni è stimata a 352,4 miliardi nel 2026, pari al 15,2% del Pil, in crescita del 2,8% rispetto ai 342,9 miliardi del 2025. Per il periodo 2027-2029 il tasso di variazione medio annuo della spesa pensionistica si attesta al 3,2%, ben al di sopra della crescita nominale del Pil. Nel 2029 la spesa pensionistica è prevista a 386,9 miliardi, pari al 15,5% del Pil. La spesa complessiva per prestazioni sociali in denaro – pensioni più altre voci come l’Assegno di inclusione – raggiungerà 471,8 miliardi nel 2026, pari al 20,4% del Pil, e 510,9 miliardi nel 2029.
Secondo l’Istat, invece, la spesa pensionistica italiana è pari al 16,61% del Pil contro una media europea del 12,8%: quasi quattro punti percentuali in più che non riflettono semplicemente una maggiore generosità previdenziale, ma la commistione tra previdenza e assistenza che gonfia artificialmente la voce. Una distorsione che espone, come nota Brambilla, “i cittadini onesti che pagano i contributi a ulteriori riduzioni delle loro rendite, come accaduto con la riforma Fornero e con la mancata indicizzazione delle pensioni alte del governo Meloni”.
Un equilibrio che si regge su pochi
La fotografia complessiva è quella di un sistema in cui una minoranza finanzia la maggioranza, senza che la seconda abbia necessariamente versato i contributi che giustificano quanto riceve. Pochi pagano, molti ricevono, e la base contributiva si assottiglia progressivamente. Il Dfp 2026 certifica che il tasso medio annuo della spesa per prestazioni sociali in denaro nel periodo 2019-2025 è stato del 4%, quasi il doppio rispetto al 2% registrato nel periodo 2010-2018, e si prevede resti vicino a quei livelli fino almeno al 2027. La dinamica supera sistematicamente la crescita del PIL nominale, il che significa che ogni anno la quota di ricchezza prodotta dal Paese e redistribuita attraverso il sistema previdenziale-assistenziale aumenta.
Senza correzioni di rotta, le alternative sono note: più tasse su chi già paga, più debito o tagli improvvisi e disordinati quando la coperta non si potrà più tirare. Brambilla indica la prima mossa: “la prima cosa da fare è evitare confusioni tra assistenza e previdenza e la seconda è rivedere l’Isee, i bonus e introdurre i controlli ex ante”. Ma questa è solo la diagnosi. Come si interviene concretamente sulla spesa pensionistica è la domanda a cui risponderemo prossimamente.
Enrico Foscarini, 6 maggio 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).
Da oggi puoi aggiungere Nicolaporro.it alle tue fonti preferite su Google visitando questa pagina e spuntando la checkbox a destra
Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI


