Economia

L'ANALISI

Pnrr, il fallimento della spesa senza crescita

Il Piano doveva rilanciare l’Italia, ma tra sprechi, opacità e statalismo ha frenato Pil e produttività, lasciando imprese e cittadini più dipendenti

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Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), presentato come la più grande occasione di modernizzazione economica del dopoguerra, si avvia alla scadenza con un bilancio profondamente deludente. A fronte di 194 miliardi di euro, il Paese non registra quella svolta strutturale promessa nella produttività, nella competitività e nella libertà economica. Il problema non è soltanto l’inefficienza amministrativa, ma un’impostazione di fondo che ha rafforzato il peso dello Stato nell’economia invece di liberare energie produttive private.

L’Italia continua infatti a convivere con una mano pubblica che preleva quasi il 48% del Pil e ne redistribuisce oltre il 50%, comprimendo mercato, investimenti e iniziativa imprenditoriale. In questo quadro, il Pnrr non ha rappresentato una terapia liberatoria, ma l’ennesima espansione di una logica dirigista: più spesa, più burocrazia, più centralizzazione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: crescita anemica, produttività stagnante e imprese ancora ostaggio di regolazioni, ritardi e sussidi distorsivi.

Come osserva il direttore generale di Assonime Stefano Firpo, “l’economia è ferma: vi è stata una colossale iniezione di spesa pubblica fra Pnrr e Superbonus che non sta aumentando, né la produttività né la crescita”. Il vero nodo resta una presenza pubblica eccessiva che continua a soffocare il settore privato, invece di arretrare per lasciare spazio a investimenti, innovazione e concorrenza.

Opacità, revisioni continue e assenza di risultati concreti

Uno degli aspetti più significativi emersi dal report Assonime-Openpolis è la sostanziale impossibilità di valutare con precisione l’efficacia reale del Piano. “La difficoltà nell’effettuare valutazioni precise sullo stato di avanzamento delle opere e sul loro impatto effettivo a livello nazionale rimane considerevole”, sottolinea il rapporto, evidenziando una carenza strutturale di dati e una continua rimodulazione delle misure.

Il Pnrr italiano è stato oggetto di ben sei revisioni, con l’ultima che ha coinvolto 174 misure, pari al 60% dell’impianto originario. Una continua riscrittura che certifica non flessibilità, ma debolezza progettuale, incapacità esecutiva e assenza di una visione economica stabile. In un sistema realmente orientato al mercato l’efficienza si misura sui risultati; nel modello italiano, invece, sembra sia sufficiente spendere.

L’ossessione politica e mediatica si è così concentrata sull’assorbimento formale delle risorse, trascurando la domanda fondamentale: questi miliardi stanno davvero rendendo l’Italia più competitiva?

Lavoro: politiche costose, risultati evanescenti

Le politiche attive del lavoro rappresentano uno dei capitoli più onerosi del Pnrr, con 7,7 miliardi di euro destinati a occupazione, formazione e rafforzamento dei centri per l’impiego. Eppure, anche qui, i risultati restano ampiamente inferiori alle aspettative.

Il programma Gol, concepito per rilanciare l’occupabilità dei lavoratori, appare segnato da una forte impostazione burocratica. A oltre tre anni dall’avvio, solo il 57% dei beneficiari risulta correttamente tracciato nelle competenze acquisite. In altre parole, quasi metà dei partecipanti ha seguito percorsi formativi di cui non è realmente misurabile l’efficacia sul mercato del lavoro.

Assonime evidenzia che “un approccio assai formalistico sulla definizione di individuo formato rende difficile valutare la qualità effettiva della formazione erogata e il suo impatto sull’occupabilità”. Si conferma così una storica fragilità italiana: l’illusione che strutture pubbliche centralizzate possano sostituire la dinamica spontanea tra domanda e offerta di lavoro.

Its: miliardi investiti, sistema ancora marginale

Anche sul fronte della formazione tecnica superiore emergono limiti evidenti. Nonostante 1,5 miliardi di investimenti, il sistema degli Its continua a restare marginale, frenato da rigidità normative e scarso riconoscimento culturale.

Nel 2025 gli iscritti risultano appena 11mila, mentre il mercato del lavoro continua a segnalare una forte domanda di profili tecnici qualificati. Il paradosso è evidente: lo Stato investe, ma non rimuove i vincoli strutturali che impediscono a queste istituzioni di competere realmente con altri percorsi formativi. Più che moltiplicare fondi pubblici, sarebbe servita una liberalizzazione autentica dell’istruzione terziaria professionalizzante, con maggiore integrazione tra imprese, università e formazione tecnica.

Giustizia digitale: spesa elevata, efficienza zero

Il capitolo della digitalizzazione della giustizia conferma le distorsioni di una pianificazione pubblica scollegata dall’innovazione reale. Formalmente completato, il progetto da 194 milioni di euro soffre di problemi tecnologici e organizzativi significativi.

L’adozione di sistemi datati invece di infrastrutture cloud moderne ha prodotto malfunzionamenti, banche dati non interoperabili e rallentamenti procedurali. I procedimenti civili aperti sono tornati a crescere, invertendo anni di calo. Invece di semplificare davvero il sistema giudiziario e ridurre i costi regolatori per imprese e cittadini, si è scelto ancora una volta di spendere senza riformare profondamente.

L’impresa resta soffocata

Il dato politico più rilevante è che il Pnrr non ha inciso sulle vere zavorre dell’economia italiana: pressione fiscale, eccesso normativo, lentezza burocratica e insufficiente concorrenza.

Secondo la Corte dei conti europea, l’Italia non ha registrato progressi significativi nel migliorare il contesto imprenditoriale, ridurre gli oneri amministrativi o accelerare i procedimenti autorizzativi. Si tratta del cuore del problema: senza una ritirata dello Stato dall’economia, nessun volume di spesa pubblica può generare crescita sostenibile.

Firpo sintetizza efficacemente questa distorsione: “Quando più della metà del Pil è distribuito dalla mano pubblica, il mercato è soffocato. Le imprese sono al guinzaglio dei decreti. I cittadini sono drogati dai bonus”.

La vera alternativa: meno Stato, più mercato

Il fallimento sostanziale del Pnrr offre una lezione chiara: la crescita non nasce dalla redistribuzione pubblica, ma dall’espansione dell’iniziativa privata. Più che nuovi piani centralizzati, l’Italia avrebbe bisogno di una drastica riduzione della spesa pubblica improduttiva, di una pressione fiscale più sostenibile e di una liberalizzazione profonda dei mercati.

Portogallo e Grecia, pur partendo da condizioni difficili, hanno dimostrato che il consolidamento dei conti e la riduzione del debito possono procedere insieme a riforme orientate alla competitività. L’Italia, invece, continua a inseguire la crescita attraverso l’intervento pubblico, ignorando che il vero motore dello sviluppo resta la libertà economica.

Enrico Foscarini, 27 aprile 2026

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