Si è chiuso ufficialmente ieri il Piano nazionale di ripresa e resilienza, il più grande programma di investimenti pubblici mai realizzato nella storia repubblicana. Nato grazie al Next Generation EU, il Pnrr italiano vale complessivamente 194,4 miliardi di euro, ai quali si sono aggiunti circa 30 miliardi del Piano complementare nazionale, per una mobilitazione di risorse superiore ai 220 miliardi. Di questi, circa 122,6 miliardi sono prestiti europei destinati ad aumentare il debito pubblico italiano, mentre 71,8 miliardi sono sovvenzioni a fondo perduto. Nel frattempo Bruxelles ha già versato all’Italia 166 miliardi di euro, certificando il raggiungimento di 416 milestone e target, pari al 100% degli obiettivi fin qui previsti.
L’enorme macchina del Pnrr continua così a muovere cifre impressionanti, alimentando la narrazione di un Paese in piena trasformazione infrastrutturale. Dietro i miliardi stanziati, tuttavia, resta aperta la questione centrale: quale sarà il ritorno economico effettivo di questa gigantesca iniezione di spesa pubblica? Perché se i prestiti europei rappresentano un impegno certo che resterà nei conti dello Stato per molti anni, gli effetti sulla crescita continuano a essere oggetto di un acceso dibattito.
La cura del ferro
La quota più consistente degli investimenti riguarda il comparto ferroviario. Rete Ferroviaria Italiana gestisce interventi per 24,7 miliardi di euro, destinati soprattutto all’ammodernamento delle linee e all’installazione del sistema europeo di sicurezza Ertms su 2.800 chilometri di rete. Ad oggi oltre 1.400 chilometri risultano già attivati, mentre il resto è ancora in fase di realizzazione.
L’impatto sul territorio è evidente. Ogni giorno risultano aperti mediamente 1.200 cantieri ferroviari, con inevitabili ripercussioni sulla circolazione dei treni ma anche con l’obiettivo di modernizzare una rete rimasta per decenni sottodimensionata.
Tra gli interventi simbolo figura il Terzo Valico dei Giovi, ormai arrivato a una fase molto avanzata dei lavori, mentre nel Mezzogiorno il Piano finanzia 1.162 chilometri di linee destinati all’elettrificazione e al miglioramento della resilienza dell’infrastruttura ferroviaria.
La banda ultralarga e la digitalizzazione
Una parte rilevante delle risorse è stata destinata anche alla digitalizzazione del Paese. La Missione 1 del Pnrr assegna 5,29 miliardi di euro alle reti ultraveloci attraverso il programma Italia a 1 Giga, che punta a collegare circa 6,8 milioni di civici nelle aree dove gli operatori privati non investirebbero autonomamente.
Secondo i dati di avanzamento, risultano già collaudati oltre 5.300 Comuni, ai quali si affiancano quasi 3.000 siti coperti tramite tecnologia wireless fissa. Il programma coinvolge inoltre circa 450 mila famiglie e imprese, oltre alla copertura di scuole e strutture sanitarie.
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Foti difende il Piano: “È stato un lavoro immane”
La difesa politica dell’impianto del Pnrr è arrivata dal ministro per gli Affari europei, il Pnrr e le Politiche di coesione, Tommaso Foti. Intervenendo al Forum Ansa, il ministro ha rivendicato il lavoro svolto dall’esecutivo. “È stato un lavoro immane, un lavoro che ovviamente ha avuto anche la necessità di avere delle revisioni. Ritengo che sui cittadini un grosso impatto ci sarà”, ha affermato.
Foti ha quindi ricordato che “innanzitutto abbiamo raggiunto delle riforme che sono state a mio avviso molto importanti”, indicando la riforma della giustizia, il nuovo Codice degli appalti, i tempi di pagamento della Pubblica amministrazione e la legge sulla competitività. Del nuovo Codice degli appalti ha sottolineato che “era una delle situazioni che più venivano attenzionate a livello europeo e che ha determinato anche degli effetti decisamente positivi sotto il profilo dell’economia”.
Anche sul fronte sanitario il ministro ha rivendicato i risultati raggiunti. “Sono circa 800 le Case di comunità inaugurate finora e piano piano ci si avvicina all’operatività delle 1.038 Case di comunità”, ha spiegato, aggiungendo che l’obiettivo degli ospedali di comunità è ancora raggiungibile e che sono già stati centrati quelli relativi ai posti letto di terapia intensiva e subintensiva.
Per quanto riguarda la scuola, Foti ha sostenuto che “al termine del Pnrr avremo un terzo delle scuole perfettamente a norma”, invitando a non limitare la valutazione del Piano ai soli indicatori economici.
Il vero nodo resta il Pil
È proprio qui che si concentra la principale critica avanzata da molti economisti. A fronte di una mobilitazione di risorse senza precedenti, l’impatto permanente sul Prodotto interno lordo appare infatti piuttosto contenuto.
Le elaborazioni dell’Ufficio parlamentare di bilancio, della Banca d’Italia e dello stesso Ministero dell’Economia convergono su un ordine di grandezza simile: il contributo aggiuntivo del Pnrr dovrebbe raggiungere un picco compreso tra l’1,8 e il 2,5% del Pil, per poi attenuarsi progressivamente una volta conclusa la fase degli investimenti. In altre parole, una volta esaurita la spinta della spesa pubblica, gran parte dell’effetto espansivo tende fisiologicamente a ridursi.
Si tratta di una dinamica che alimenta il dibattito sull’efficienza dell’intervento pubblico come motore della crescita. Molti osservatori sottolineano infatti come una parte rilevante dell’espansione del Pil derivi direttamente dalla spesa sostenuta per realizzare le opere, mentre gli effetti strutturali sulla produttività dipenderanno dalla capacità delle infrastrutture e delle riforme di generare investimenti privati, occupazione e maggiore competitività nel lungo periodo.
Una scommessa ancora aperta
Lo stesso Foti, in fondo, riconosce che gli effetti economici richiederanno tempo. “Probabilmente in termini di Pil traiamo solo il costo degli interventi”, ha osservato, invitando però a considerare anche benefici difficilmente misurabili, come l’aumento dell’offerta di servizi, il miglioramento delle scuole o i 150 mila nuovi posti negli asili nido, che potrebbero favorire una maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro.
Secondo il ministro, “è ovvio che il Pil in questi casi si alza solo per il costo dell’intervento”, ma gli effetti indiretti potranno emergere negli anni successivi. Da qui l’invito a non formulare bilanci affrettati: “Ci vuole pazienza, non è che il giorno dopo che hai finito un Piano devi vedere già tutti i risultati del Piano, al netto del fatto che ancora diversi miliardi di euro devono essere rendicontati e spesi”.
Resta però un elemento destinato a non cambiare. Se gli effetti economici dovranno ancora essere verificati nel tempo, i circa 123 miliardi di prestiti europei contratti dall’Italia costituiscono già oggi un incremento certo del debito pubblico, destinato a essere rimborsato negli anni futuri. Ed è proprio su questo equilibrio tra benefici attesi e costi permanenti che continuerà a misurarsi il giudizio definitivo sul più grande programma di investimenti pubblici mai realizzato nel Paese.
Enrico Foscarini, 1 luglio 2026
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