La cifra è scritta nero su bianco nel Documento programmatico di finanza pubblica: la pressione fiscale salirà quest’anno al 42,8%, tre decimali in più rispetto al 2024. Un incremento contenuto, ma che conferma il peso ormai strutturale delle tasse sui redditi da lavoro in Italia. Eppure, nonostante la premier Giorgia Meloni abbia sottolineato che «quando aumenta la pressione fiscale non è detto che aumentino le tasse», spiegando che l’indicatore cresce anche perché «c’è più gente che lavora», il dato resta un campanello d’allarme per l’economia reale.
Il governo di centrodestra, frenato dai vincoli europei e dall’esplosione del debito dovuto al Superbonus 110%, non è riuscito a invertire la rotta. La legge di Bilancio 2026 introduce un modesto taglio dell’Irpef, soprattutto per i redditi compresi tra 28mila e 50mila euro, e conferma l’abbassamento del cuneo fiscale. Un passo nella giusta direzione, ma insufficiente a incidere sulla pressione fiscale complessiva, che resta tra le più alte d’Europa.
Il problema è duplice: da un lato il fiscal drag, che spinge verso l’alto le imposte reali per effetto dell’inflazione e della mancata indicizzazione delle aliquote; dall’altro la struttura stessa del prelievo, che grava in modo sproporzionato sui lavoratori dipendenti. L’Italia resta un Paese dove «chi lavora paga tutto» e dove i redditi da capitale godono spesso di regimi separati più favorevoli.
Proprio su questo terreno il Partito Democratico e la sinistra radicale hanno rilanciato l’idea di una patrimoniale. Elly Schlein ha denunciato che «la pressione fiscale è salita al 42,8%, il massimo degli ultimi dieci anni», accusando il governo di «aiutare i ricchi e non il ceto medio». Ma la sua proposta di tassare «le persone che hanno milioni a disposizione» appare più ideologica che pragmatica.
Nel mondo globalizzato, tassare la ricchezza significa spingere il capitale verso altri lidi. L’esperienza internazionale è chiara: «chi stanga il capitale», come ricordano molti economisti liberali, «assiste alla fuga del medesimo». Il risultato non è un gettito maggiore, ma un Paese più povero e meno competitivo.
Inoltre, una patrimoniale rappresenterebbe una doppia tassazione: la ricchezza è frutto del risparmio, cioè di un reddito già tassato. Colpire ulteriormente chi ha messo da parte qualcosa nel tempo rischierebbe di penalizzare proprio quella fascia di popolazione che sostiene gli investimenti e l’economia reale.
La premier Meloni ha ribadito che «con la destra al governo la patrimoniale non vedrà mai la luce». Una posizione che, una volta tanto, ricorda la linea liberale del fondatore del centrodestra Silvio Berlusconi. produttivista dell’esecutivo, che preferisce incentivare la crescita anziché punire la ricchezza. Tuttavia, resta il nodo di fondo: la pressione fiscale non scende, e la promessa di “meno tasse per tutti” rimane ancora sospesa tra vincoli contabili e realtà economica.
Il governo, insomma, difende la propria strategia, ma non può ignorare che una fiscalità al 42,8% è incompatibile con un’economia dinamica. Servono riforme strutturali, non solo tagli marginali. Perché se la crescita resta debole, la torta da dividere non basta più a nessuno. E ogni nuova tassa, come la patrimoniale evocata dal Pd, rischia di essere il colpo di grazia a un Paese già stremato da anni di pressione fiscale record.
Enrico Foscarini, 9 novembre 2026
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