Economia
L'ANALISI

Produttività in calo e salari giù: il paradosso italiano

Il Rapporto Cnel mostra che l'aumento dell'occupazione ha riguardato settori e imprese che rendono di meno. Rendite e soglie dimensionali bloccano tutto

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Il Pil cresce, la produttività arretra. Tra il 2019 e il 2025 l’economia italiana è cresciuta in media dell’1% l’anno, più di Germania e Francia, ma il prodotto per ora lavorata è diminuito dello 0,3% annuo. Il presidente del Cnel Renato Brunetta sintetizza così il paradosso: «Siamo cresciuti perché abbiamo lavorato di più, con l’occupazione ai massimi storici, non perché abbiamo lavorato meglio». Ma il punto interessante è capire dove sia finito quel lavoro in più e perché, se ogni ora produce meno, i salari abbiano perso potere d’acquisto.

Più occupati, ma nei settori meno produttivi

Tra il 2007 e il 2024 l’input di lavoro è aumentato di 1,4 milioni di persone, mentre industria, commercio e amministrazioni pubbliche hanno perso oltre 1,3 milioni di unità, compensate da quasi 2 milioni di nuovi occupati nei servizi. Una parte consistente è finita nella sanità, nelle attività professionali, nell’alloggio e nella ristorazione.

Ed è proprio qui che emerge una delle chiavi del problema. Tra il 1995 e il 2025 il valore aggiunto per addetto è aumentato dell’81% nell’informatica e nelle comunicazioni, mentre è diminuito nella ristorazione e nella ricettività. La riallocazione del lavoro tra settori ha così contribuito negativamente alla produttività italiana.

Il Rapporto Cnel, realizzato con Istat e Banca d’Italia, invita però a non cadere nella scorciatoia del «lavoro inutile». Il problema non è semplicemente che siano cresciuti gli occupati nei servizi: un lavoratore in più produce comunque reddito che prima non c’era. La questione decisiva è quanto producono le imprese all’interno dello stesso settore.

La coda delle imprese poco produttive

Qui il quadro diventa più interessante. Il Rapporto rileva che «tra settori l’Italia spreca poco», mentre la distanza più significativa è «tra imprese dello stesso settore». Accanto alle aziende capaci di raggiungere livelli di produttività comparabili con le migliori imprese europee sopravvive infatti una lunga coda di imprese molto meno efficienti, che assorbe una quota rilevante di lavoro e capitale.

Perché questa coda non viene selezionata dal mercato? Secondo il Cnel pesano costi di uscita elevati, procedure lunghe, accesso ai contratti pubblici poco sensibile alla produttività e sostegni distribuiti in proporzione alla struttura esistente. Ma soprattutto pesa la difficoltà delle piccole imprese a crescere.

Tra il 2012 e il 2020 soltanto l’1,4% delle piccole imprese manifatturiere e lo 0,5% di quelle dei servizi è riuscito a salire di classe dimensionale. Un risultato che il Rapporto collega anche a «soglie fiscali, contributive, regolatorie e di obblighi informativi». La conclusione è quasi una formula di economia liberale: «un sistema che tassa la transizione dimensionale e non tassa la stazionarietà produce, all’equilibrio, la distribuzione che osserviamo».

Salari bassi e rendite: il circuito vizioso

Qui si arriva al cuore del paradosso. Se la produttività scende e i salari tengono, il costo del lavoro per unità di prodotto aumenta. In Italia è successo qualcosa di diverso: le retribuzioni reali sono arretrate, mentre i margini delle imprese hanno retto.

Il Rapporto osserva che la quota dei redditi da lavoro sul valore aggiunto si è ridotta nel biennio 2022-2023, con un recupero soltanto parziale. E aggiunge un’osservazione ancora più significativa: «Se la quota sale mentre l’accumulazione ristagna, l’aumento può dipendere da rendite».

È un passaggio cruciale. La produttività misurata in termini di valore, infatti, «premia chi dispone di potere di prezzo». Dove i prezzi superano i costi, una parte di ciò che viene contabilizzato come prodotto può essere rendita, non maggiore efficienza. E la rendita, se protetta dalla concorrenza, non necessariamente si trasforma in salari o investimenti.

Nel frattempo il capitale per ora lavorata nei settori di mercato è diminuito in media dell’1,1% l’anno tra il 2014 e il 2025. Meno macchinari, meno software, meno tecnologia per lavoratore significano inevitabilmente anche minore produttività.

Il lavoro a buon mercato protegge l’inefficienza

Il passaggio più interessante del Rapporto riguarda però il rapporto tra salari, capitale e innovazione. «Un’offerta di lavoro relativamente poco costosa riduce il rendimento della sostituzione di lavoro con capitale e dell’innovazione organizzativa», osserva l’ex ministro dell’Economia Giovanni Tria. Il meccanismo è semplice: se il lavoro costa relativamente poco, diventa meno conveniente investire per automatizzare, innovare e aumentare la scala produttiva. Il lavoro a basso costo finisce così per diventare una sorta di sussidio implicito alle imprese marginali, rallentando sia gli investimenti sia la selezione competitiva.

Da qui anche la cautela sulla soluzione. Il Cnel non propone aumenti salariali imposti per decreto, ma salari capaci di crescere insieme alla produttività, attraverso una maggiore contrattazione decentrata, cioè là dove si producono risultati: nelle imprese e nei territori.

Il capitale che manca

Il problema italiano, del resto, non sembra essere l’assenza di talento. Rosalia Greco della Banca d’Italia ha ricordato che l’output scientifico italiano è di altissima qualità e che le pubblicazioni Stem di qualità sono aumentate del 60% tra il 2009 e il 2023. Anche le startup innovative, pur rappresentando appena il 2,3% delle società di capitali nate tra il 2012 e il 2024, mostrano una forte capacità di selezione: «La buona notizia, tuttavia, è che quelle che rimangono sono quelle di qualità migliore».

Il problema è riuscire a trasformare queste eccellenze in crescita. Un sistema finanziario ancora prevalentemente bancario, orientato soprattutto alle garanzie reali, fatica a finanziare investimenti immateriali e innovazione, mentre il venture capital resta sottodimensionato. Nicola Rossi, consigliere dell’Istituto Bruno Leoni, ha invitato a diffidare delle letture troppo semplici della produttività, mentre Tria ha ricordato che l’Italia rimane il quarto Paese al mondo per esportazioni. Il dato invita a evitare il catastrofismo, ma non cancella il problema.

La lezione del Rapporto, letta senza sovrastrutture, è anzi piuttosto netta: la produttività non si aumenta semplicemente facendo lavorare di più le persone o distribuendo nuovi incentivi. Occorre creare le condizioni perché capitale e lavoro si spostino verso le imprese più efficienti, perché quelle marginali siano spinte a innovare o a uscire dal mercato e perché crescere non significhi attraversare una giungla di soglie fiscali, contributive e regolatorie.

In altre parole, più che nuovi sussidi servono meno ostacoli alla crescita, agli investimenti, alla concorrenza e alla selezione del mercato. È probabilmente questa la parte del Rapporto Cnel che merita di essere discussa più seriamente.

Enrico Foscarini, 5 novembre 2026

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