L’illusione di poter governare i prezzi di mercato attraverso il continuo drenaggio delle casse pubbliche mette in scena un altro capitolo. Il governo ha deciso di prorogare fino al 25 agosto la sforbiciata da 17 centesimi al litro sulle imposte che gravano sul gasolio, in scadenza originariamente il 6 agosto. Si tratta di un intervento tampone pensato per coprire l’esodo estivo ed evitare tensioni sociali, ma che ripropone integralmente il vizio di fondo di un’ingerenza statale costosa e inefficace. Per raccogliere i circa 245 milioni di euro necessari a coprire i diciannove giorni aggiuntivi, l’esecutivo è stato costretto a raschiare ulteriormente il barile del bilancio, ricorrendo a tagli lineari sulle dotazioni dei singoli ministeri.
Coprire un bonus con tagli improvvisati
Il confronto ai vertici della maggioranza, tra la presidenza del Consiglio, i vicepremier e il Ministero dell’Economia, ha evidenziato quanto sia prevalsa la logica dell’emergenza elettorale. Lasciare ripartire le aliquote ordinarie proprio all’inizio delle vacanze agostane è stato giudicato un rischio politico troppo alto, a fronte di un conto complessivo che da marzo a oggi ha visto lo Stato spendere oltre due miliardi di euro per il calmiere. Lo stesso ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha ammesso la rigidità della copertura finanziaria trovata in fretta e furia: “abbiamo tagliato un po’ di spese ai ministeri. Non erano molto contenti, ma poi vedremo”. Un approccio che dice molto più di quanto forse intendesse: il contenimento dei prezzi alla pompa avviene, ancora una volta, a spese del contribuente e del buon funzionamento dell’amministrazione, sacrificato sull’altare di un annuncio estivo.
Il ritorno dell’accisa mobile
Dal punto di vista normativo, la misura si articola in un decreto legge per il periodo compreso tra il 7 e il 24 agosto, affiancato da un provvedimento del Ministero delle Finanze dedicato alla sola giornata del 25 agosto. Sui canali ufficiali, la premier Giorgia Meloni ha rivendicato lo sforzo istituzionale sostenendo: “cerchiamo di fare la nostra parte per contenere gli effetti dei rincari, in una fase internazionale ancora molto complessa. Dal 25 agosto entrerà nuovamente in vigore il meccanismo delle accise mobili, che continueremo a monitorare con attenzione per valutare ogni eventuale ulteriore intervento”. L’affidamento all’accisa mobile rappresenta tuttavia l’ennesima dimostrazione di come lo Stato cerchi di sovvenzionare il consumo sfruttando l’extra-gettito Iva maturato proprio sui rincari, posticipandone l’applicazione per la necessità materiale di incassare prima le entrate fiscali che servono a coprire lo sconto stesso.
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I prezzi alla pompa non si muovono
La realtà dei listini smantella rapidamente la presunta bontà di questi provvedimenti d’urgenza. I rilievi sulle stazioni di servizio mostrano il diesel stabilmente attorno a 2,097 euro al litro e la benzina a 1,999 euro, a dimostrazione di come le tensioni geopolitiche internazionali abbiano quasi completamente assorbito la riduzione d’imposta. Il beneficio reale percepito dagli automobilisti si è ridotto a pochi centesimi effettivi, confermando che i prezzi stabiliti dalle dinamiche globali tra domanda e offerta non rispondono ai decreti d’urgenza. Sul piano politico non mancano le contestazioni interne alla stessa maggioranza, con il vicepremier Matteo Salvini che ha rigettato ipotesi di coperture alternative affermando: “abbassare di 20 centesimi il gasolio per tassare le sigarette e gli alcolici non mi sembra che vada da nessuna parte. Ti do con la mano destra e ti prendo con la mano sinistra”.
Il vero problema è la spesa pubblica
L’evidenza dei fatti dimostra che perseverare con la strategia dei sussidi e dei tagli a termine serve solo a drenare risorse preziose senza scalfire la radice del problema. E la radice del problema, va detto con chiarezza, non è un deficit di concorrenza: il mercato dell’energia elettrica, del gas e dei carburanti in Italia è liberalizzato da anni e un’ulteriore apertura normativa difficilmente inciderebbe in modo apprezzabile su listini che restano ancorati alle quotazioni internazionali del greggio e alle tensioni geopolitiche del momento. Invocare “più concorrenza” come soluzione, in questo caso, rischia di essere solo uno slogan che sposta l’attenzione dal vero nodo.
Il vero problema resta squisitamente fiscale. Senza una riduzione permanente e strutturale della pressione fiscale sui carburanti, finanziata non con tagli lineari e improvvisati alle dotazioni dei ministeri ma con una revisione seria della spesa pubblica improduttiva, l’esecutivo continuerà a rincorrere il mercato sborsando miliardi di euro dei cittadini per ottenere in cambio benefici quasi impercettibili. Fino a quando lo Stato preferirà tamponare l’emergenza di stagione anziché tagliare la spesa che non serve, ogni proroga sarà solo un rinvio del conto, non una soluzione.
Enrico Foscarini, 5 agosto 2026
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