C’è un talento tutto italiano che resiste a crisi economiche, recessioni e vincoli di bilancio: l’arte di arrangiarsi. e la sua declinazione come reddito di cittadinanza. È una disciplina informale, tramandata più per consuetudine che per legge, che si adatta a ogni stagione politica. Cambiano i governi, cambiano i sussidi, cambiano perfino i nomi delle misure di welfare, ma la capacità di aggiustarsi resta. Quando un rubinetto si chiude, un altro, spesso in modo sorprendente, inizia a gocciolare.
È quello che sembra accadere dopo l’uscita di scena del reddito di cittadinanza, salutata da molti come una svolta epocale. L’Italia, però, non è diventata improvvisamente più ricca o più occupata. Al contrario, è apparsa più fragile, più claudicante, quasi psicologicamente provata. Non povera, ma invalida. Civilmente invalida, per la precisione.
Il dubbio che emerge dai numeri della Cgia
A sollevare il velo su questo curioso passaggio è l’ultimo rapporto dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, che pone una domanda tanto semplice quanto scomoda: la cancellazione del reddito di cittadinanza ha fatto aumentare il numero delle pensioni di invalidità civile?
La risposta ufficiale resta prudente, un classico “non si sa”. Quella ufficiosa, invece, è fatta di sopracciglia che si alzano. Perché i numeri non urlano, ma strizzano l’occhio.
Al 31 dicembre 2024, in Italia si contano 4.313.351 pensioni di invalidità. Le prestazioni previdenziali legate ai contributi sono in netto calo, con una riduzione del 14,5% tra il 2020 e il 2024. Le pensioni di invalidità civile, quelle fondate sullo stato di salute e non sulla carriera lavorativa, raccontano un’altra storia: +7,4% nello stesso periodo, con una crescita concentrata tra il 2022 e il 2024, proprio gli anni in cui il reddito di cittadinanza veniva prima ridimensionato e poi abolito. Coincidenze? Forse.
Due misure diverse, ma una stessa funzione sociale
Ufficialmente le due misure non hanno nulla in comune. Il reddito di cittadinanza nasceva per contrastare la povertà e favorire l’inclusione lavorativa; la pensione di invalidità civile tutela chi ha limitazioni fisiche o psichiche riconosciute. Due mondi distinti, due universi morali separati. Eppure, abolito il primo, il secondo ha iniziato a occupare sempre più spazio.
In assenza di lavoro, politiche attive efficaci e servizi sociali strutturati, l’invalidità civile è diventata una soluzione di sopravvivenza. Un assegno medio da circa 501 euro al mese non cambia la vita, ma garantisce stabilità, continuità e sicurezza. È indicizzato, certo, e soprattutto non è condizionato a corsi di formazione spesso percepiti come inutili o fittizi.
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Il Mezzogiorno e la geografia dell’invalidità
Il fenomeno non è distribuito in modo uniforme sul territorio nazionale. Il Mezzogiorno, pur avendo una popolazione nettamente inferiore rispetto al Nord, eroga circa 500 mila pensioni di invalidità civile in più. Una sproporzione difficile da spiegare con il clima o con improvvise emergenze sanitarie.
Tra il 2020 e il 2024 l’aumento più marcato si registra proprio al Sud, con un +8,4%, che diventa +7,2% nel solo biennio 2022-2024. Nessun’altra area del Paese mostra dinamiche simili. A fronte di 19,7 milioni di residenti nel Mezzogiorno contro i 26,3 milioni del Nord, gli invalidi civili risultano comunque più numerosi nelle regioni meridionali.
Scendendo nel dettaglio regionale, il quadro diventa ancora più emblematico. In Calabria oltre tredici persone ogni cento risultano invalide civili, seguita da Puglia, Umbria – unica eccezione a nord del Garigliano – e Sardegna. Piemonte, Lombardia e Veneto restano ferme attorno al 5,1%. A livello provinciale spicca Reggio Calabria, con quasi quindici pensioni di invalidità ogni cento abitanti.
Tra diritti, frodi e un sistema che si autoalimenta
È giusto ricordarlo: invalidità non significa automaticamente truffa. Fingere però che le frodi non esistano sarebbe altrettanto miope. Le cronache giudiziarie raccontano di abusi diffusi e l’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani ha stimato in quasi 48 milioni di euro le frodi accertate dalla Guardia di Finanza tra il 2020 e l’estate del 2021.
Il vero capolavoro, però, è il meccanismo istituzionale. Le pensioni di invalidità civile sono pagate dall’Inps, ma a stabilire chi è invalido sono le commissioni mediche delle Asl, strutture regionali. In altre parole, le Regioni concedono e lo Stato paga. Il consenso resta sul territorio, la spesa si scarica altrove e il conto finisce, come sempre, sulle spalle dei contribuenti. Un welfare clientelare quasi perfetto e difficilissimo da smontare.
Una spesa che cresce e un dubbio che resta
Nel 2024 la spesa complessiva per le pensioni di invalidità ha raggiunto 34 miliardi di euro, di cui 21 miliardi destinati alle sole invalidità civili. Quasi la metà di queste risorse confluisce nel Mezzogiorno. La Campania guida la classifica con 2,73 miliardi, seguita da Lombardia e Lazio, mentre Puglia, Basilicata e Calabria registrano aumenti a doppia cifra nel numero degli assegni.
Dimostrare una correlazione diretta tra la fine del reddito di cittadinanza e il boom delle invalidità resta complesso, come ammette con cautela la stessa Cgia. Mancano dati perfettamente comparabili, il tema tocca diritti fondamentali e condizioni sanitarie reali. Tutto vero. Ma il dubbio rimane. E in alcune aree del Paese, più che un sospetto, assomiglia ormai a una certezza sociologica.
Enrico Foscarini, 11 gennaio 2026
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