Il via libera preliminare del Consiglio dei ministri al decreto legislativo composto da 71 articoli che modifica profondamente il funzionamento dei giudici contabili ha riacceso lo scontro tra la magistratura finanziaria e il potere politico. La vibrante levata di scudi dell’Associazione Magistrati della Corte dei Conti (Amcc) contro il provvedimento apparirebbe del tutto sproporzionata se non riflettesse la secolare resistenza delle burocrazie di controllo di fronte a ogni tentativo di ammodernamento.
In una democrazia liberale la sovranità appartiene al popolo e trova nell’esecutivo uscito dalle urne la sua espressione più diretta. Ma proprio la tradizione liberale, distinguendosi qui dal populismo di ogni segno, riconosce che tale mandato va esercitato entro un sistema di contrappesi indipendenti magistratura compresa. Il problema non è che questi organi esistano o controllino: è quando smettono di essere arbitri neutrali e diventano, di fatto, un ulteriore attore politico, sistematicamente schierato contro l’indirizzo di governo legittimamente scelto dagli elettori. Un controllo di legalità è un presidio liberale; un controllo che si traduce in ostruzione sistematica di un programma elettorale è un problema di degenerazione dell’imparzialità, non di eccesso di garanzie. Vale anche per la Corte dei Conti, quando il sindacato di legittimità scivola in valutazioni di merito politico. Quando gli organi di controllo amministrativo travalicano la loro funzione tecnica fino a trasformarsi in un freno sistemico per la governance economica, il riequilibrio dei poteri diviene un passaggio non più rinviabile per garantire la crescita e la certezza dei tempi di realizzazione delle opere pubbliche.
La lezione strategica del Ponte sullo Stretto
L’esigenza di una riforma incisiva emerge in tutta la sua evidenza se si analizzano i continui ostacoli frapposti alla realizzazione delle grandi infrastrutture strategiche, a partire dall’opera simbolo del Ponte sullo Stretto. L’incessante sovrapposizione di controlli preventivi e formalismi contabili rischia quotidianamente di paralizzare i processi decisionali e di far fuggire gli investimenti privati dal nostro Paese. È inaccettabile che un processo amministrativo finisca per ostacolare l’azione di un governo democraticamente eletto e dotato di una chiara visione di sviluppo industriale. Nonostante le critiche e le lentezze istituzionali, i dati tecnici confermano la piena sostenibilità giuridica ed economica del progetto, come chiarito dal portavoce della Commissione Ue per cui “i contratti possono essere modificati durante la loro validità senza una nuova procedura di gara, a condizione che siano soddisfatte le condizioni previste”. Sulla stessa linea, l’amministratore delegato della società Stretto di Messina, Pietro Ciucci, ha ribadito che l’aggiornamento dei costi “rientra nel limite del 50% e quindi non richiede una nuova gara”, precisando come l’aumento dell’importo sia “prevalentemente determinato dalla variazione dei prezzi e non da maggiori lavori”. Rimuovere i cavilli amministrativi che bloccano il Paese è l’unico modo per restituire efficienza alla macchina statale.
Leggi anche:
- Corte dei Conti, un’altra invasione di campo per Mattarella
- Perché ha senso la riforma della Corte dei Conti (che le toghe contestano)
- La Corte dei Conti boccia il Ponte sullo Stretto. Ira di Meloni: “Invasione di campo dei giudici”
- Ponte sullo Stretto, la Corte dei Conti tenta lo sgambetto
La riorganizzazione delle strutture
La riforma approvata dall’esecutivo incide in modo strutturale sui meccanismi interni della giustizia amministrativo-contabile, tracciando un solco netto tra le funzioni di accusa e quelle giudicanti. Lo schema normativo stabilisce infatti una netta separazione delle carriere tra chi svolge funzioni requirenti e giudicanti, rendendo il passaggio da un ruolo all’altro molto più complesso e imponendo un periodo di tre anni negli uffici di controllo per chiunque intenda cambiare incarico. Contestualmente, la riforma assegna un più incisivo ruolo di indirizzo al Procuratore generale, chiamato a definire le priorità investigative e i criteri di perseguimento del danno erariale su scala nazionale. Un capitolo determinante del riassetto riguarda proprio l’efficienza complessiva degli apparati territoriali e delle agenzie pubbliche: l’intervento mira a ridimensionare i troppi veti incrociati e a snellire le competenze delle sezioni regionali per garantire tempi certi nell’erogazione dei servizi ed evitare paralisi istruttorie deleterie per le imprese e gli enti locali.
Sì al dialogo ma senza veti corporativi
La reazione del sindacato delle toghe contabili si è concretizzata nella richiesta di bloccare l’iter del provvedimento e nella minaccia di proclamare uno sciopero in autunno. Il presidente dell’Amcc, Donato Centrone, ha infatti affermato che “una frettolosa approvazione rischia di minare l’indipendenza senza un ritorno in termini di efficace svolgimento delle funzioni”, mentre la componente del direttivo Elena Papa ha sottolineato come i magistrati abbiano “doverosamente applicato le norme che impongono alla Corte dei Conti la legittimità degli atti”. Tuttavia, la pretesa di bloccare l’azione legislativa del Parlamento e del governo di fronte a un testo redatto anche con l’apporto di un tavolo tecnico istituzionale appare ingiustificata. Come confermato dal viceministro alla Giustizia Francesco Paolo Sisto, l’esecutivo resta disponibile al confronto senza cedimenti sulla sostanza: “mai ci sono state porte chiuse alla possibilità di una forma collaborativa. È chiaro che le leggi devono andare avanti, chiunque ha il diritto di non essere d’accordo, ma questo non significa non ascoltare e provare a fare tesoro di eventuali indicazioni preziose”. Il libero mercato e la crescita economica richiedono, infatti, una burocrazia snella e responsabile.
Enrico Foscarini, 6 agosto 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).


