Economia

L'ANALISI

Tasse: Montanari, sbagliando, ne ha detta una giusta…

Applicare oggi la riforma Irpef di Visentini ridurrebbe il gettito di 14 miliardi. Un boomerang per la sinistra che invoca la progressività punitiva

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Il dibattito sulla pressione fiscale in Italia si arricchisce periodicamente di cortocircuiti logici spettacolari, specialmente quando intellettuali prestati alla causa della redistribuzione decidono di avventurarsi nei sentieri della matematica finanziaria. L’ultimo palcoscenico di questo bizzarro fenomeno è stato il salotto di Otto e mezzo, dove mercoledì scorso il rettore dell’Università per stranieri di Siena, Tomaso Montanari, ha rispolverato il mito della riforma Visentini del 1983 come panacea contro le diseguaglianze e strumento per colpire i redditi più elevati attraverso una progressività geometrica delle tasse, l’Irpef in particolare. Nel farlo, il professore è incappato in una serie di storiche e contabili inesattezze, definendo innanzitutto Bruno Visentini come un liberale, dimenticando che il celebre ministro delle Finanze militava nel Partito Repubblicano Italiano ed esprimeva una visione saldamente ancorata alla tradizione della sinistra laica e azionista.

L’errore di calcolo della sinistra punitiva

Tuttavia, il vero capolavoro della serata è andato in scena sul terreno dei numeri, dove la retorica della sinistra punitiva ha finito per scontrarsi frontalmente con la realtà economica. Invocando la struttura a nove scaglioni della riforma del 1983, convinto di aver trovato la formula magica per rimpinguare le casse dello Stato e massacrare di tasse i presunti Paperoni nostrani, Montanari ha inconsapevolmente enunciato una verità sacrosanta. Se prendiamo l’impianto della riforma Visentini e lo attualizziamo a oggi, tenendo conto del recupero dell’inflazione calcolato sugli indici Istat FOI, scopriamo che l’applicazione immediata di quelle aliquote rappresenterebbe il più grande e massiccio taglio delle tasse mai visto a beneficio del ceto medio italiano.

Il deserto dei super-ricchi nella piramide fiscale

Un simile scenario dimostra come l’ossessione ideologica per le aliquote marginali altissime finisca per accecare chi la propaganda, ignorando la reale distribuzione della ricchezza nel Paese. Se analizziamo la struttura dei redditi italiani attraverso i dati più recenti forniti dal Centro Studi Itinerari Previdenziali, emerge un quadro impietoso che smonta radicalmente la tesi del saccheggio fiscale ai danni dei più ricchi. In Italia la piramide è drammaticamente stretta al vertice, con appena lo 0,2% dei contribuenti che dichiara più di 300mila euro all’anno. Questo significa che, anche applicando a questa ristrettissima minoranza le aliquote punitive della Visentini che salivano fino al 56%, al 62% e persino al 65%, il gettito aggiuntivo per lo Stato sarebbe del tutto marginale, quantificabile in appena un paio di miliardi di euro.

Lo scudo anti-fisco per i produttori di ricchezza

Il vero effetto dirompente si registrerebbe invece su quella platea di professionisti, quadri e lavoratori dipendenti qualificati che oggi tiene in piedi l’intero sistema assistenziale del Paese. Con l’Irpef odierna a tre aliquote, la mano del fisco diventa straordinariamente pesante troppo presto, colpendo con l’aliquota massima del 43% chiunque superi la soglia dei 50mila euro di reddito complessivo. Al contrario, la Visentini attualizzata con la rivalutazione monetaria dilaterebbe enormemente gli scaglioni fiscali, proteggendo il potere d’acquisto dei cittadini dallo spossessamento statale per mezzo delle tasse e frenando in modo deciso la salita delle aliquote fino ai redditi a sei cifre.

Cifre alla mano: lo sconto per i redditi a sei cifre

Per comprendere la portata di questo enorme paradosso contabile, basta tradurre la teoria in cifre concrete e calcolare l’imposta lorda per i contribuenti della classe media e medio-alta. Un cittadino che guadagna 50mila euro lordi all’anno vedrebbe le proprie tasse scendere dagli attuali 14.440 euro a circa 11.900 euro, portando a casa un risparmio netto di oltre 2.500 euro. Salendo lungo la scala dei redditi, l’alleggerimento fiscale diventa ancora più clamoroso, poiché chi dichiara 75mila euro beneficerebbe di uno sconto di oltre 4.100 euro all’anno. Chi infine raggiunge la soglia dei 100mila euro lordi pagherebbe ben 4.613 euro in meno, vedendo la propria imposta scendere da quasi 36mila euro a poco più di 31.300 euro, grazie a un’aliquota del 41% che scatterebbe solo per la parte eccedente i 73mila euro.

Uno shock liberale da quattordici miliardi

Questo generalizzato e benefico arretramento dello Stato dalle tasche dei lavoratori produttivi produrrebbe un risultato finale diametralmente opposto a quello auspicato dai sostenitori della redistribuzione forzata. Se la riforma Visentini fosse in vigore oggi, il bilancio dello Stato registrerebbe un minor gettito complessivo stimato in circa 14 miliardi di euro all’anno. Si tratterebbe di un vero e proprio shock liberale per l’economia italiana, una boccata d’ossigeno per milioni di famiglie che ridurrebbe drasticamente le risorse a disposizione della spesa pubblica improduttiva. Ringraziamo dunque il professor Montanari per averci ricordato, seppur a sua insaputa, che persino la sinistra del 1983 (a differenza della destra del 2026) aveva una visione del ceto medio decisamente meno vorace di quella che oggi paralizza la crescita dell’Italia. Perché, bisogna ricordarlo, le tasse (oltre una minima aliquota tollerabile dalla maggioranza dei contribuenti) sono un furto legalizzato ai danni di chi produce reddito.

Enrico Foscarini, 28 giugno 2026

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