Il 53,7% di No al referendum sulla separazione delle carriere non rappresenta soltanto una scelta politica o una battuta d’arresto istituzionale. È soprattutto un errore economico che priva l’Italia di una riforma capace di ridurre i costi della giustizia, aumentare la crescita e rendere il Paese più attrattivo per gli investimenti esteri. In un contesto di crescita ferma allo 0,5% reale, con un debito pubblico oltre il 136% del Pil, la scelta di mantenere lo status quo del sistema giudiziario significa rinunciare a una leva strutturale di sviluppo.
La separazione delle carriere non era una riforma simbolica. Era una riforma economica travestita da riforma giuridica, perché interveniva su uno dei principali fattori che frenano la competitività italiana: l’inefficienza della giustizia.
Una giustizia che costa oltre 45 miliardi l’anno
Il punto centrale è semplice e spesso sottovalutato. Il sistema giudiziario italiano non è solo una funzione dello Stato, ma una infrastruttura economica che incide direttamente sul Pil. Il bilancio del Ministero della Giustizia per il 2026 supera i 10,79 miliardi di euro, con un aumento del 2,59% rispetto al 2025, mentre le spese in conto capitale si attestano a 614 milioni tra digitalizzazione, edilizia penitenziaria e infrastrutture.
Ma il dato più rilevante è un altro: l’inefficienza della giustizia costa fino al 2% del Pil ogni anno, cioè oltre 45 miliardi di euro. È una cifra enorme, pari a diverse manovre finanziarie, che si disperde tra processi lunghi, incertezza del diritto, arretrato civile e penale, mancata riscossione delle sanzioni e indennizzi per la durata irragionevole dei procedimenti.
In questo quadro, la separazione delle carriere rappresentava una delle poche riforme strutturali in grado di incidere sul funzionamento del sistema. Il No ha deciso di rinunciare a questa opportunità, lasciando invariato un modello che continua a generare costi senza produrre efficienza.
Il peso della giustizia sulla crescita economica
L’Italia si muove in una fase economica fragile. Il debito/Pil è previsto al 137,6% nel 2026, mentre la crescita resta tra le più basse d’Europa. In una situazione del genere, ogni riforma capace di aumentare la produttività del sistema Paese diventa fondamentale.
La giustizia è uno di questi nodi. Un sistema lento rallenta il recupero dei crediti, aumenta il costo del denaro per le imprese, rende incerti i contratti e scoraggia gli investimenti. Non è una questione teorica, ma una dinamica economica ben nota: dove la giustizia è lenta, il capitale arriva più tardi o non arriva affatto.
La separazione delle carriere avrebbe rafforzato la terzietà del giudice, migliorato la qualità delle decisioni e reso più prevedibile l’esito dei processi. Il risultato sarebbe stato una maggiore fiducia nel sistema e una riduzione del rischio legale, elementi fondamentali per la crescita. Con il referendum si è scelto di non intervenire su questo meccanismo, lasciando l’Italia in una posizione di debolezza competitiva.
Roma e Milano raccontano il problema strutturale
Le dinamiche dei tribunali italiani mostrano con chiarezza la portata del problema. A Roma si concentra circa il 50% delle pendenze legate agli obiettivi Pnrr, con 44.000 ricorsi penali in Cassazione e oltre 80.000 civili pendenti, mentre le procedure di liquidazione giudiziale sono cresciute del 44% in un solo semestre.
Milano, spesso citata come modello di efficienza, ha ridotto l’arretrato civile di oltre l’80%, ma soffre una carenza di personale amministrativo del 46% e una scopertura della magistratura del 22,6% in Corte d’Appello. Questo significa che anche il tribunale più efficiente del Paese lavora in condizioni di precarietà strutturale.
La separazione delle carriere avrebbe favorito una maggiore specializzazione e una migliore organizzazione del sistema, riducendo il peso organizzativo sugli uffici giudiziari. Il No ha lasciato tutto invariato, costringendo il sistema a continuare a funzionare in equilibrio precario.
I costi nascosti: legge Pinto, intercettazioni e sanzioni non riscosse
Uno degli aspetti più significativi riguarda i costi indiretti della giustizia. La legge Pinto ha generato un debito arretrato di circa 400 milioni di euro, con oltre 200 milioni l’anno di indennizzi per la durata eccessiva dei processi. È lo Stato che paga per la propria inefficienza.
Le intercettazioni hanno raggiunto circa 239 milioni di euro, con costi elevati per i trojan informatici e un tasso di approvazione delle richieste da parte dei giudici vicino al 99%. Questo dato dimostra quanto sia debole il filtro tra accusa e giudizio, uno dei nodi che la separazione delle carriere avrebbe affrontato.
Anche la riscossione delle pene pecuniarie racconta un sistema inefficiente: oltre 800 milioni di sanzioni inflitte ogni anno, ma solo il 3% riscosso, con un debito accumulato di oltre 2 miliardi e un Fondo Unico Giustizia da circa 5 miliardi che potrebbe essere utilizzato molto meglio.
Sono numeri che mostrano chiaramente come il problema non sia solo giuridico, ma economico.
Una riforma che costava poco e poteva rendere molto
Uno degli argomenti più ricorrenti contro la separazione delle carriere riguardava i costi della riorganizzazione. In realtà, le stime indicavano un aumento delle spese per gli organi di autogoverno da 47 milioni a circa 150 milioni l’anno, una cifra marginale rispetto ai 45 miliardi di inefficienza annuale del sistema.
In altre parole, si trattava di un investimento minimo con un potenziale ritorno enorme. Migliorare la terzietà del giudice, ridurre i costi procedurali e aumentare la fiducia degli investitori avrebbe avuto un impatto molto più significativo della spesa necessaria per riorganizzare il sistema.
Il referendum ha scelto di non correre questo rischio, mantenendo un sistema che continua a costare molto e a produrre poco.
Il segnale negativo ai mercati internazionali
Il risultato del referendum manda anche un messaggio all’esterno. Indica che l’Italia fatica a riformare le proprie istituzioni anche quando le riforme hanno un impatto economico evidente. In un contesto globale in cui i capitali si muovono rapidamente verso i sistemi più efficienti, questa rigidità rappresenta un limite serio.
Gli investitori guardano alla stabilità normativa, alla velocità dei processi e alla prevedibilità delle decisioni. Un sistema in cui accusa e giudice restano legati ordinamentalmente viene percepito come meno competitivo rispetto ai modelli in cui la separazione è netta.
Il No al referendum rischia quindi di rafforzare l’immagine di un Paese incapace di modernizzare la propria giustizia, proprio nel momento in cui la competizione internazionale richiede maggiore efficienza.
Una grande occasione persa
Il dato politico è chiaro: il 53,7% degli italiani ha scelto di mantenere lo status quo. Ma il dato economico è ancora più chiaro: lo status quo costa miliardi ogni anno e rallenta la crescita del Paese.
La separazione delle carriere non era la soluzione a tutti i problemi della giustizia, ma rappresentava una riforma strutturale che avrebbe potuto migliorare l’efficienza del sistema, ridurre i costi e aumentare l’attrattività dell’Italia. In un Paese che fatica a crescere, rinunciare a una riforma di questo tipo significa perdere un’occasione preziosa.
Il referendum ha chiuso una porta che difficilmente si riaprirà nel breve periodo. E mentre l’Italia continua a spendere oltre 10 miliardi l’anno per la giustizia e a perdere fino a 45 miliardi per la sua inefficienza, resta la sensazione che questa fosse una delle poche riforme capaci di incidere davvero sul futuro economico del Paese.
In definitiva, chi ha votato No ha scelto di difendere l’equilibrio esistente, ma ha anche contribuito a mantenere uno dei principali freni alla crescita italiana. E in un’economia che cresce dello 0,5%, ogni occasione persa pesa molto più di quanto sembri.
Enrico Foscarini, 24 marzo 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


