È scattata ieri la handling fee europea da 2 euro sulle merci acquistate online e spedite da Paesi extra-Ue. Si somma al dazio forfettario di 3 euro in vigore da luglio sulle spedizioni di valore inferiore a 150 euro, colpendo soprattutto gli acquisti sui colossi cinesi dell’e-commerce come Shein e Temu. Per i consumatori italiani, almeno, il conto non si allunga ulteriormente. L’articolo 30 della manovra cancella infatti la tassa nazionale da 2 euro sui piccoli pacchi, introdotta un anno fa, mai applicata e già rinviata quattro volte, che sarebbe dovuta scattare il 1° gennaio 2027. Il governo la abolisce «ai fini del coordinamento con le disposizioni» europee, rinunciando a 91,3 milioni di euro l’anno di gettito secondo la relazione tecnica.
Una scelta di buon senso, che il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti può rivendicare: il contributo italiano era nato per «compensare gli oneri amministrativi che le autorità doganali devono sostenere», un obiettivo che ora Bruxelles si incarica di finanziare. Lo riconosce anche il Codacons: «Bene, è stato evitato un pasticcio che, a partire dal prossimo 1 gennaio, si sarebbe sommato ai balzelli da 3 e 2 euro imposti dall’Europa, portando il costo complessivo di una spedizione a 7 euro ad articolo, senza contare il peso dell’Iva».
Si paga su ogni articolo, anche in caso di reso
Scongiurato il doppio prelievo, resta però quello europeo, e non è leggero. La handling fee non si calcola sul pacco, ma su ogni diversa categoria di articoli dichiarata in dogana: venti cappellini pagano 2 euro, un pacco con cappellini, magliette e cinture ne paga 6. Sotto i 150 euro, sommando il dazio, si arriva a 5 euro per voce doganale, Iva esclusa. «È importante spiegare ai consumatori che entrambi i balzelli, sia la tassa da tre euro che la tariffa doganale da due euro, si pagano non sul pacco ma sul suo contenuto e valgono per ogni singolo articolo merceologico della spedizione: ad esempio se il pacco contiene cinque pantaloni realizzati con cinque materiali diversi, dazio e tariffa doganale dovranno essere pagati 5 volte», avverte il presidente di Adusbef, Antonio Tanza.
C’è di più. La commissione non ha limiti di valore, è permanente e potrà essere rivista ogni due anni. In base al regolamento Ue 2026/2108 è dovuta dal momento in cui la dogana accetta la dichiarazione, quindi non viene restituita in caso di reso. E sopra i due prelievi si paga anche l’Iva, l’unica componente rimborsabile: una tassa sulla tassa.
Bruxelles scarica sui consumatori il costo delle sue dogane
La giustificazione ufficiale è coprire i costi dei controlli, dalla raccolta dei dati all’analisi dei rischi. Ma il principio è discutibile: l’Unione fa pagare ai cittadini l’inefficienza di un sistema doganale che non è riuscita ad adeguare per tempo alla crescita dell’e-commerce, tanto che il nuovo Customs Data Hub arriverà solo nel luglio 2028. Formalmente pagano piattaforme, venditori e intermediari, ma l’onere finirà in larga parte sul prezzo finale.
E la struttura del prelievo è la peggiore possibile. Una somma fissa pesa poco su una spesa elevata e moltissimo su un acquisto modesto: 5 euro su 150 sono poco più del 3%, su un oggetto da 5 euro ne raddoppiano il prezzo. È una tassa regressiva, che colpisce soprattutto chi ha redditi bassi. Per anni queste famiglie hanno trovato nei prezzi contenuti un modo per difendere il bilancio, in un’Europa in cui produttività e salari reali crescono troppo poco.
La concorrenza sleale esiste, ma la cura è sbagliata
Il problema che Bruxelles dice di voler affrontare è reale. Nel 2025 sono entrati nell’Unione quasi 5,9 miliardi di articoli con spedizioni di basso valore, quattro volte il volume del 2022, per oltre il 90% dalla Cina. I controlli mirati nei 27 Stati membri su cosmetici, giocattoli, integratori ed elettronica hanno rilevato che oltre il 60% dei prodotti non rispettava gli standard Ue. Chi vende senza sostenere quei costi esercita una concorrenza sleale verso le imprese europee.
Leggi anche:
- Pacchi extra-Ue, la stangata può arrivare fino a 7 euro
- Tassa sui pacchi, ecco l’incubo che ci aspetta
Ma una tassa uguale per tutti non rende sicuro un prodotto non conforme, e penalizza anche chi le regole le rispetta. La risposta coerente sarebbe colpire le irregolarità, con controlli mirati, responsabilità delle piattaforme e sanzioni. E, soprattutto, alleggerire il carico di norme, adempimenti e costi che grava sulle imprese europee. Se i produttori del continente faticano a competere, la soluzione liberale è la deregulation, non rendere più cari i beni degli altri. Il campo di gioco va livellato abbassando gli oneri, non alzando le tasse.
Meno pacchi non significa più mercato
Bruxelles rivendica i risultati. Secondo la Commissione europea, dopo l’arrivo del dazio le importazioni dichiarate con la procedura semplificata H7 sono crollate di circa il 64%, quelle con la procedura ordinaria H1 del 48%. In Italia il direttore dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Roberto Alesse, ha riferito a ItaliaOggi un calo del 31% delle dichiarazioni sotto i 150 euro nei primi nove mesi del 2026, da circa 69,6 a 47,9 milioni. Una flessione che era già intorno al 20% prima del dazio.
Ma meno scambi non sono un successo di politica industriale. Chi rinuncia a un acquisto non si rivolge necessariamente a un negozio europeo: spesso fa semplicemente a meno del prodotto o lo rimanda. Milioni di transazioni che non avvengono più sono una perdita di benessere, non una conquista. La vera alternativa non è tra pacchi senza regole e protezionismo. Da una parte c’è un’Europa che recupera competitività con meno burocrazia, meno tasse sul lavoro ed energia meno cara. Dall’altra, una che prova a nascondere i propri ritardi rendendo più costosi i beni che i redditi più deboli riescono ancora a permettersi.
Enrico Foscarini, 2 novembre 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

