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Volkswagen, Blume dimezza i tagli a 50mila

Il Ceo frena il piano drastico e riduce gli esuberi. Ma la colpa resta sempre del Green Deal

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Il redde rationem delle follie green continua a presentare il conto a Volkswagen, ma almeno nella misura sembra arrivare una parziale schiarita. Dopo settimane di indiscrezioni che parlavano di 100mila-120mila posti di lavoro a rischio e quattro stabilimenti tedeschi condannati alla chiusura, l’amministratore delegato Oliver Blume è uscito allo scoperto per ridimensionare la portata dell’intervento, pur confermando che una ristrutturazione pesante resta inevitabile.

Il consiglio di sorveglianza del gruppo ha infatti respinto il piano “lacrime e sangue” più drastico, quello che avrebbe coinvolto fino a 120mila lavoratori e la chiusura di quattro impianti tedeschi. Al suo posto resta sul tavolo un’ipotesi meno traumatica, ma comunque pesantissima per l’occupazione.

Blume: “Una soluzione più intelligente della chiusura di stabilimenti”

In un’intervista pubblicata internamente e anticipata da Der Spiegel, Blume ha spiegato la logica dietro il nuovo calcolo: «Poiché la metà dei costi generali deriva dal personale, un calcolo teorico che ipotizzi l’invarianza dei costi del lavoro porterebbe a una cifra di circa 50mila posti in tutto il mondo. Non appena verranno prese delle decisioni, forniremo informazioni trasparenti ed esaurienti».

Il numero uno del gruppo ha inoltre presentato la riduzione del personale come «una tra le soluzioni più intelligenti rispetto alla chiusura di stabilimenti», un modo per salvare gli impianti sacrificando i posti di lavoro piuttosto che chiudere del tutto le fabbriche di Zwickau, Emden, Hannover e Neckarsulm, che secondo le prime indiscrezioni avrebbero coinvolto circa 50mila lavoratori nella sola Germania.

Va ricordato che non si tratta di un fulmine a ciel sereno: già nel 2024 Volkswagen aveva annunciato l’intenzione di fare a meno di circa 50mila lavoratori entro il 2030, coinvolgendo i marchi Volkswagen, Audi e Porsche oltre alla divisione software Cariad, principalmente attraverso programmi di pensione parziale.

Sindacati e Land della Bassa Sassonia sul piede di guerra

Il gradimento dei lavoratori nei confronti della gestione Blume è però crollato, e il ceo dovrà ora vedersela con due interlocutori tutt’altro che accomodanti: il potente sindacato Ig Metall e il Land della Bassa Sassonia, azionista di riferimento del gruppo, entrambi contrari a interventi drastici a scapito delle maestranze.

La presidente del comitato aziendale, Daniela Cavallo, aveva già parlato nei giorni scorsi di “minacce irresponsabili” da contrastare “con tutte le forze”, mentre il negoziatore di Ig Metall Thorsten Gröger era arrivato a evocare il rischio di un “grande conflitto sociale”. Centinaia di dipendenti avevano manifestato davanti alla sede di Wolfsburg con trombe, sirene e striscioni proprio mentre il consiglio di sorveglianza discuteva il piano.

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Il paradosso tedesco e il conto del Green Deal

Dietro la vicenda Volkswagen c’è una storia più ampia, quella del fallimento di una strategia industriale che l’Europa ha perseguito negli ultimi anni nel nome della transizione ecologica. Colpisce il paradosso: proprio la Germania, dopo lo scandalo Dieselgate, era stata tra i principali sponsor del Green Deal europeo e dello stop ai motori termici. Oggi è invece proprio l’industria tedesca a pagarne uno dei prezzi più salati, trascinando con sé l’intera filiera automobilistica continentale.

Secondo la Bild, nel 2025 Volkswagen ha consegnato circa 9 milioni di automobili, quasi il 20% in meno rispetto al 2019. Le cause sono molteplici – la concorrenza cinese, i dazi americani, il ritardo nello sviluppo del software – ma sarebbe difficile sostenere che gli obiettivi sempre più rigidi imposti dal Green Deal e lo stop ai motori termici non abbiano avuto un ruolo in una corsa costosissima che i concorrenti internazionali hanno affrontato con ben maggiore flessibilità. Il direttore finanziario Arno Antlitz ha comunque confermato che il gruppo continuerà a investire nell’elettrico e nel software, mantenendo però competitiva anche la gamma dei motori a combustione.

Il caso Volkswagen arriva anche al tavolo di Urso

La vicenda tedesca non è solo un affare interno: oggi il caso Volkswagen sarà tra i temi discussi al “Tavolo Automotive” convocato dal ministro Adolfo Urso, incentrato sul rafforzamento della componentistica italiana, per la quale il business tedesco vale circa 5 miliardi di euro. Una cifra che rende evidente quanto la crisi di Wolfsburg rischi di propagarsi lungo tutta la filiera europea, Italia compresa.

Stellantis in controtendenza

Mentre Volkswagen fatica a contenere i danni, in casa Stellantis si registrano segnali di segno opposto, a conferma che la cura impostata dal ceo Antonio Filosa sta dando i suoi frutti, anche se resta ancora molto lavoro da fare per garantire al gruppo stabilità nel lungo periodo. Le stime sulle consegne globali del secondo trimestre parlano di 1,6 milioni di veicoli, in crescita del 10%, trainata soprattutto da Stati Uniti ed Europa allargata, e solo parzialmente compensata da volumi inferiori in Medio Oriente e Africa – penalizzati dal conflitto nella regione – e in Sud America, dove pesa la debolezza del mercato argentino.

Negli Stati Uniti le consegne sono salite di 122mila automezzi (+38%), mentre in Europa allargata si registra un balzo di 39mila unità (+5%), merito sia dei marchi Stellantis sia dei veicoli del partner cinese Leapmotor, con un contributo particolarmente rilevante dei modelli elettrici. Bene anche i modelli costruiti sulla piattaforma Smart Car con circa 41mila unità aggiuntive (+51%).

Enrico Foscarini, 14 luglio 2026

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