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Calcio: Inter-Juve simbolo del declino italiano

Dal caso Bastoni ai conti della Serie A: ricavi inferiori, brand meno forti e stadi obsoleti. Il sistema italiano perde valore e credibilità

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L’espulsione di Pierre Kalulu in Inter-Juventus, causata dalla simulazione non riconosciuta di Alessandro Bastoni e dall’errore dell’arbitro Federico La Penna, è molto più di un episodio arbitrale. È la fotografia di un sistema che genera sfiducia negli spettatori, indebolisce il prodotto calcio e contribuisce al divario economico con gli altri grandi campionati europei. Quando il designatore Gianluca Rocchi ha ammesso che la decisione era “chiaramente errata”, sottolineando anche la simulazione, ha certificato pubblicamente una crisi di credibilità che dura da anni.

Il divario economico con l’élite europea

I dati della Football Money League di Deloitte spiegano meglio di qualsiasi opinione il problema strutturale. La stagione 2024/25 ha generato un record di 12,4 miliardi di euro complessivi per i primi 20 club al mondo, con una crescita dell’11% rispetto all’anno precedente. Il solo Real Madrid ha sfiorato 1,2 miliardi di ricavi, confermandosi l’unico club sopra il miliardo per due anni consecutivi.

Il confronto con l’Italia è brutale. I club di Serie A presenti nella classifica restano lontanissimi: l’Inter è fuori dalla top ten con ricavi inferiori alla metà del Real Madrid, mentre Milan e Juventus seguono a distanza. Il gap non riguarda solo le performance sportive, ma soprattutto le infrastrutture, il commerciale e la capacità di monetizzare il brand.

Un dato simbolico: i ricavi commerciali medi dei club della Money League hanno raggiunto 265 milioni di euro, diventando la principale fonte di entrata, mentre il matchday ha toccato 2,4 miliardi complessivi con una crescita del 16%. La spiegazione sta nell’utilizzo degli stadi come asset economici attivi tutto l’anno, con ristoranti, hotel, eventi e intrattenimento. Un modello ancora lontanissimo dalla realtà italiana.

Brand value: Italia fuori dalla top ten mondiale

Anche il valore dei marchi conferma il ritardo. Secondo Football Benchmark, il Milan vale 1,808 miliardi di euro, l’Inter 1,715 miliardi e la Juventus 1,651 miliardi. Le tre principali società italiane sono racchiuse in una forbice tra 1,6 e 1,8 miliardi, mentre il Real Madrid ha raggiunto 6,278 miliardi, seguito da club inglesi come Manchester City e Manchester United sopra i 5 miliardi. Nessuna squadra italiana è nella top ten mondiale.

Il dato è ancora più significativo se si guarda al passato: nel 2020 la Juventus valeva più di Inter e Milan messe insieme grazie all’effetto Cristiano Ronaldo, ma oggi quel vantaggio competitivo è evaporato. Questo dimostra quanto il sistema italiano fatichi a consolidare crescita e competitività nel lungo periodo.

Stadi obsoleti: il vero nodo strutturale

Il ritardo economico è direttamente collegato alle infrastrutture. In Italia l’età media degli stadi è di circa 68 anni, contro i 35 dell’Inghilterra e i 38 della Germania. Solo il 24% degli impianti di Serie A e Serie B è di proprietà dei club, mentre nei principali campionati europei si supera l’80%. La conseguenza è immediata: meno ricavi da biglietteria, meno hospitality, meno eventi extra sportivi, meno valore commerciale.

Gli stadi italiani vengono utilizzati mediamente una ventina di giorni l’anno, mentre quelli inglesi funzionano come poli di intrattenimento 365 giorni. È una differenza che spiega da sola gran parte del divario economico.

Le responsabilità “politiche”

In questo contesto già fragile, errori arbitrali clamorosi come quello di Inter-Juve diventano devastanti. La partita tra le due squadre con più tifosi in Italia, giocata nello storico Stadio Giuseppe Meazza e vista in tutto il mondo, si trasforma in una figuraccia globale. Non è solo una questione sportiva: è reputazione industriale.

Le responsabilità ricadono inevitabilmente sulla governance. Il presidente federale Gabriele Gravina è il principale responsabile politico di un sistema del calcio immobile nella sua autoriproduzione, mentre la Lega Serie A non riesce a produrre innovazione strutturale. Le parole di Giorgio Chiellini, che ha parlato di un gruppo arbitrale che “non funziona” e della necessità che qualcuno “ci metta la faccia”, riflettono un malessere diffuso.

Un sistema che rischia di allontanare investitori

Il calcio moderno è industria globale. Gli investitori cercano stabilità normativa, infrastrutture moderne e credibilità competitiva. Un ecosistema percepito come mediocre, conflittuale e arretrato diventa automaticamente meno attrattivo.

Il paradosso è evidente: mantenere lo status quo può favorire equilibri interni di potere, ma impoverisce l’intero movimento. Senza nuovi stadi, senza investimenti e senza una classe arbitrale all’altezza degli standard internazionali, la Serie A continuerà a perdere terreno rispetto a Premier League e La Liga.

L’errore di Inter-Juve, in fondo, non è il problema. È il sintomo. E finché non si curerà la malattia strutturale del sistema calcio italiano, episodi del genere continueranno a pesare non solo sulla classifica, ma sul futuro economico dell’intero movimento.

Enrico Foscarini, 15 febbraio 2026

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