Non capitava dagli anni Ottanta che il mercato dell’energia si trovasse in una condizione tanto fragile. Lo ha detto senza mezzi termini l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, intervenendo in audizione davanti alla commissione Attività produttive della Camera e alla commissione Industria del Senato per fare il punto sulla congiuntura energetica in Italia e in Europa. Secondo il manager, gli ultimi cinque anni hanno concentrato in un lasso di tempo brevissimo una serie di shock che normalmente si distribuiscono su cicli molto più lunghi.
«Quello che stiamo vivendo negli ultimi 5 anni è qualcosa che non si è vissuto negli ultimi 4 cicli energetici che ho vissuto, dall’inizio degli anni 80 fino ad adesso. Sono stati 4 cicli importanti ma tutti abbastanza costanti e con alcuni violenti e drastici episodi ma non come questo periodo», ha spiegato Descalzi. Il riferimento è a un’accelerazione di eventi che normalmente vengono letti come episodi isolati, e che invece si sono sommati l’uno sull’altro senza lasciare il tempo al sistema di assorbirli.
Dal Covid allo Stretto di Hormuz: una crisi continua
Il manager ha ricostruito la sequenza degli shock che hanno colpito la domanda e l’offerta globale di energia negli ultimi anni. «Abbiamo l’abitudine di guardare questi episodi come singolarità», ha detto, «prima il Covid, poi la guerra russo-ucraina che aveva ridotto drasticamente il flusso di gas verso l’Europa, e poi il terzo episodio, il più importante, ad oggi sono bloccati circa 9-10 milioni di barili. Questi eventi sono avvenuti in 5 anni, non c’è stata la possibilità di recuperare, le mancanze di produzione di greggio e di prodotto si sono cumulate, non sono state completamente assorbite».
I numeri, secondo Descalzi, raccontano la portata del problema attuale rispetto al passato più recente. «In cinque anni abbiamo avuto il Covid, che dal punto di vista della distruzione della domanda energetica è stato molto importante, e in quell’occasione il mondo ha utilizzato le riserve strategiche, come sta avvenendo adesso, ma erano venuti a mancare molti meno barili. La produzione era calata di 6-7 milioni contro i quasi 20 milioni considerando i prodotti di oggi con la fermata di Hormuz».
Le riserve strategiche hanno calmierato i prezzi
Il prezzo del petrolio, ha sottolineato l’ad di Eni, non ha ancora scontato pienamente la gravità della situazione perché i Paesi Ocse hanno attinto in modo massiccio alle proprie riserve strategiche. «Siamo in una situazione, da un punto di vista energetico, che ovviamente il prezzo non ha ancora certificato come un grosso problema perché sono state utilizzate circa 400 milioni di barili di riserve, per i Paesi Ocse, che sono state immesse nel mercato e questo ha permesso di tenere i prezzi in una range fra i 90 e i 100 dollari».
L’andamento delle quotazioni resta comunque legato a doppio filo alle vicende diplomatiche in Medio Oriente. «Con la firma dell’accordo (con l’Iran, ndr) c’è stata una caduta a 68 dollari, adesso siamo ritornati sugli 85», ha ricordato Descalzi, «ovviamente perché non c’è stato poi un seguito positivo a quella firma, adesso dall’11 non è passata più neanche una nave per lo stretto, quindi c’è un nuovo blocco. Questo cambia l’ordine delle cose, lo cambia per l’Europa, e lo cambia in questo caso più a livello mondiale».
Il Golfo e gli Stretti: un rischio geopolitico permanente
Per Descalzi la vecchia mappa degli approvvigionamenti mondiali, costruita per decenni su Russia e Medio Oriente, è ormai superata. «Anche quando questi contributi dal Golfo ci saranno, quando, spero presto, tutto sarà finito, il rischio attribuito a quest’area sarà completamente differente», ha avvertito, con conseguenze dirette su costo del denaro, premi assicurativi e propensione agli investimenti nell’area.
Il manager ha esteso il ragionamento a tutti i punti di passaggio strategici del commercio energetico mondiale. «Questo vale non solo per queste aree, ma tutte quelle chiuse da Stretti, perché comunque c’è sempre la possibilità che questi Stretti vengano utilizzati come ricatto o come richiesta per ottenere qualcosa, quello che sta succedendo», ha aggiunto, riferendosi esplicitamente alla dinamica in corso attorno a Hormuz.
Il vero collo di bottiglia sono i prodotti raffinati
Uno dei passaggi più tecnici dell’audizione ha riguardato la capacità di raffinazione europea, ridotta negli ultimi anni per scelte di politica industriale che oggi si stanno rivelando costose. «C’è una mancanza di crudo non così elevata ma una mancanza di prodotti estremamente elevata, soprattutto perché l’Europa ha dismesso molta capacità di raffinazione e quindi noi importiamo prodotti. Importando crudo e facendo la raffinazione avremmo costi inferiori. Negli ultimi anni la capacità di raffinazione in Europa si è ridotta del 20%, in Italia più o meno lo stesso. Per ragioni di policy l’Europa ha portato molte delle produzioni di fossili fuel a spostarsi».
Il caso più critico riguarda il jet fuel, dove l’Italia dipende pesantemente dalle importazioni. «Siamo in deficit di jet fuel, che importiamo per un 35%-40%, oggi forse anche di più. In Italia abbiamo bisogno di circa 5 milioni di tonnellate, ne produciamo circa la metà e il resto lo importiamo. Ora con i biocarburanti potremmo compensare sicuramente, ma è una carenza importante».
A tenere in equilibrio il mercato dei prodotti raffinati, in questa fase, sono soprattutto le raffinerie statunitensi. «Si parla di mancanza di crudo (petrolio grezzo) ma i prodotti contano molto, perché poi vanno a consumo e fanno alzare i prezzi. Per noi come Europa parliamo di diesel e jet fuel, su cui scontavamo una carenza già prima, da quando si è chiuso l’accesso al mercato russo. E ora chi sta compensando sono le raffinerie Usa che vanno con una capacità produttiva del 95 per cento. Di solito lavorano al 75-80 per cento ma ora stanno lavorando al massimo per poter compensare le carenze».
L’Italia e il nodo della rete elettrica
Passando al fronte domestico, Descalzi ha ricostruito le scelte fatte dal Paese negli ultimi decenni, spiegando che l’impianto energetico italiano è nato attorno al gas per ragioni infrastrutturali e industriali. «L’Italia negli ultimi 50-60 anni ha costruito una strategia energetica sul gas perché era quello che aveva, le infrastrutture e tutta l’industria. È nato tutto un indotto. Sulle rinnovabili come Eni abbiamo iniziato a impegnarci nel 2015 siamo arrivati a 6 giga che non sono poche ma le strategie energetiche non si inventano, è difficile recuperare in poco. Abbiamo fatto una scelta di non fare il nucleare, per esempio. Sulle rinnovabili abbiamo 80 giga in attesa di autorizzazione e 10 giga in attesa di essere connessi, che sono miliardi investiti».
Un altro tema sollevato riguarda la rete elettrica, cresciuta enormemente in estensione e in costi senza un corrispondente aumento della capacità di trasporto effettiva. «La rete elettrica italiana nel 2005 era di circa 35.000 chilometri, con un Rab (Regulatory Asset Base) di 5 miliardi, e portava circa 340 TWh. A oggi la nostra rete è più che raddoppiata, 76.000 chilometri, con un Rab di 25 miliardi, quindi costi aumentati di 5 volte, e la rete porta 311 TWh. Abbiamo raddoppiato la rete ma i TWh sono ridotti», ha osservato Descalzi, aggiungendo che «la rete, per evitare quello che è successo in Spagna, deve avere un suo bilanciamento e una sua gestione. Tutto questo porta a dire che il gas ha un impatto immediato sull’elettricità, soprattutto in un Paese come il nostro che ha rinnovabili e gas, nient’altro, ci potrebbe essere un momento di tensione sui volumi e un momento di tensione sui prezzi». Sul fronte dei volumi, però, il manager si è detto relativamente tranquillo: «Sui volumi penso che con il sistema di rigassificazione di Snam possiamo avere una certa flessibilità, il problema sono i prezzi, che poi incidono sul prezzo dell’elettricità».
Stoccaggi: l’Italia è in linea, ma il 2027 preoccupa
Sul fronte degli stoccaggi, la fotografia attuale dell’Italia non desta particolare allarme, ma l’orizzonte del 2027 cambia le cose. La situazione risulta «in linea con l’anno scorso», ha detto Descalzi, precisando però che da gennaio 2027 «la coda della guerra Russia-Ucraina porterà ad uno stop completo del gas che arriva e avremo un problema di supply. Questo ci troverà in una situazione peggiore di stoccaggi rispetto all’anno scorso. Si tratta di una preoccupazione per l’Europa che va a gas».
Il manager ha quantificato il volume da sostituire: «I 36 miliardi che arrivano dalla Russia dovranno essere compensati dagli Stati Uniti o dall’East Asia. Questo ci porta ad avere, da gennaio 2027, un ulteriore problema: la coda della guerra porterà a uno stop completo del gas che arriva all’Europa. E questo ci troverà in una situazione di stoccaggi peggiore dell’anno scorso. Non per l’Italia che è in linea con l’anno scorso al 71-72%, è tutto contrattato», ha evidenziato.
Sussidi e incentivi: “Rendono fragili i sistemi”
Uno dei passaggi più netti dell’audizione ha riguardato il tema degli incentivi pubblici alla transizione energetica, verso cui Descalzi ha espresso una posizione critica. «Le economie mondiali che negli ultimi 15-20 anni sono state colpite non solo da fatti puramente energetici, ma anche da guerre, non hanno grande margine fiscale. Quindi pensare che ogni cosa sia possibile con la battuta a margine, con la magia del sussidio e l’incentivo, secondo me è estremamente sbagliato», ha detto.
L’ad di Eni ha usato un paragone diretto per spiegare il rischio di un sistema drogato dai sussidi permanenti: «Prima di tutto perché l’incentivo e il sussidio possono dare un aiuto iniziale, ma poi rendono fragili i sistemi, perché come una persona che invece di camminare viene sempre portata in braccio, poi quando deve camminare non ce la fa, invece i muscoli devono essere sviluppati e per svilupparli bisogna confrontarsi con il mercato e bisogna fare emergere le cose che funzionano, che hanno produttività, le tecnologie che riescono a penetrare nel mercato e questo secondo me è un dovere che dobbiamo tutti assumerci perché poi se pensiamo che tutto sia possibile, con i soldi di tutti, diventiamo tutti più poveri e questa è una lezione che abbiamo imparato e stiamo imparando».
Descalzi ha poi allargato il discorso alla necessità di diversificare il paniere energetico senza pregiudizi ideologici verso nessuna tecnologia. «Ci serve anche una diversificazione di investimenti e una diversificazione tecnologica che, ovviamente per una sicurezza energetica completa, deve riguardare un ambito di vettori energetici primari e anche secondari molto più ampi di quello che abbiamo adesso o che si è usato fino adesso», ha spiegato, aggiungendo che «la cosa importante per ogni tecnologia è che intanto non abbia una bandiera, né un colore né ideologico né politico, ma che abbia una sua economicità, perché chiaramente quando noi parliamo di nuove tecnologie non possiamo guardarle in modo monodimensionale, dobbiamo guardare l’aspetto economico, l’aspetto commerciale, l’aspetto dell’investimento».
La vera accelerazione deve essere sul nucleare
Il quadro tracciato da Descalzi, messo in fila punto per punto, racconta una realtà piuttosto scomoda da ammettere nel dibattito pubblico italiano: il petrolio e il gas non sono sostituibili nel breve e medio periodo, e ogni tentativo di far finta del contrario si scontra con numeri che parlano chiaro. Le riserve strategiche si stanno assottigliando, la capacità di raffinazione europea è stata smantellata per scelte politiche più ideologiche che industriali, e il 2027 porterà con sé un buco di approvvigionamento da 36 miliardi di metri cubi che qualcuno dovrà pur colmare.
Da questa fotografia discende una conclusione che il dibattito politico italiano continua a rimandare: se le fonti fossili restano insostituibili e le rinnovabili, per loro natura intermittenti e legate alla disponibilità di rete, non potranno mai garantire da sole la base di carico costante di cui ha bisogno un’economia industriale avanzata, l’unica strada realistica per ridurre davvero la dipendenza dall’estero è accelerare senza esitazioni sul nucleare. Non si tratta di aspettare improbabili tecnologie del futuro: servono subito centrali, anche di generazione già collaudata, capaci di garantire energia costante, programmabile e priva delle oscillazioni geopolitiche che oggi condizionano il prezzo di ogni barile e di ogni metro cubo di gas. Meglio restare con i piedi per terra anche sulla fusione, su cui la stessa Eni continua a investire in ricerca: una tecnologia ancora lontana da qualunque applicazione industriale, che non può essere la scusa per rimandare ancora una volta le decisioni che contano davvero.
Enrico Foscarini, 16 luglio 2026
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