Il 2025 che si è appena chiuso è stato un anno di svolta per il sistema bancario italiano. Un periodo scoppiettante, in cui una lunga fase di attesa ha lasciato spazio a un consolidamento che era nell’aria da anni ma che non riusciva a prendere forma. Sono serviti due anni di rialzi vigorosi dei tassi di interesse, decisi per spegnere l’inflazione post Covid, per consentire agli istituti di credito di accumulare capitale e prepararsi al grande salto.
Con la prospettiva di un ritorno a un costo del denaro più basso, le acquisizioni sono diventate il modo più razionale per impiegare la liquidità accantonata. Le fusioni permettono infatti di costruire sinergie industriali, ridurre i costi e aumentare la redditività futura, trasformando una fase monetaria favorevole in una strategia di lungo periodo.
Il risiko bancario che ha cambiato gli equilibri
Dal settembre 2024 il panorama finanziario italiano è stato attraversato da un susseguirsi di annunci, offerte pubbliche e colpi di scena. Unicredit, guidata da Andrea Orcel, ha avviato una scalata strisciante a Commerzbank, accumulando una quota appena sotto il 30 per cento. Poco dopo Banco Bpm ha lanciato l’Opa su Anima, mentre il Tesoro ha ridotto la propria partecipazione in Monte dei Paschi di Siena, lasciando intendere la volontà di favorire un’aggregazione con la banca di Piazza Meda.
Quella mossa ha però innescato una reazione a catena. L’offerta ostile di Unicredit su Banco Bpm ha scompaginato i piani del governo e spinto Mps a muoversi autonomamente, con l’Ops su Mediobanca lanciata a gennaio 2025. Il risultato è un nuovo equilibrio che, secondo molti protagonisti del settore, esiste ma non è definitivo, e potrebbe generare nuove operazioni già nel 2026 e nel 2027.
Banco Bpm, il nodo più delicato del sistema
Il dossier più aperto resta quello di Banco Bpm. Il ritiro dell’Ops di Unicredit ha lasciato la banca guidata da Giuseppe Castagna al centro di tre possibili scenari. Il più sensibile riguarda l’avanzata dei francesi di Crédit Agricole, saliti oltre il 20 per cento del capitale e in grado, con il prossimo rinnovo del consiglio di amministrazione, di esercitare un’influenza determinante senza lanciare un’Opa.
L’alternativa sarebbe riaprire il progetto di polo con Mps, oggi impegnata nella complessa integrazione con Mediobanca. Resta infine sullo sfondo la possibilità di un ritorno di Unicredit, che dal punto di vista industriale continua a vedere in Banco Bpm l’operazione più coerente.
In pochi credono che Piazza Meda possa restare indipendente nel medio periodo. La partita con i francesi è però la più problematica per il sistema nel suo complesso, anche perché il governo ha utilizzato il golden power per frenare Unicredit, lasciando invece crescere Crédit Agricole.
Mps-Mediobanca e il peso di Generali
Sul fronte Mps-Mediobanca le incognite non sono minori. Resta da capire se il nuovo gruppo sarà pienamente integrato o strutturato come holding, e quale sarà l’assetto azionario dopo le mosse della Delfin della famiglia Del Vecchio che potrebbe decidere una scissione della partecipazione. La posta in gioco va oltre Siena e Milano, perché all’interno di Mediobanca è custodita la partecipazione in Generali, vero snodo strategico del capitalismo finanziario italiano, che continua ad attrarre gli interessi incrociati di Delfin e di Francesco Gaetano Caltagirone.
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Il polo Bper-Unipol e le banche di territorio
Più defilata ma non meno significativa è l’operazione che ha portato Bper a conquistare la Popolare di Sondrio, sotto l’ombrello di Unipol. È un modello di banca di medie dimensioni, ben gestita e capace di integrare credito e assicurazioni. Resta da vedere se il progetto di Carlo Cimbri si fermerà qui o se guarderà ad altre realtà locali, numerose e spesso solide, che potrebbero entrare nel prossimo giro di consolidamento.
Orcel e la sfida europea del credito
Il quadro italiano si inserisce in una riflessione più ampia sul futuro del credito europeo. Nell’intervista alla Börsen-Zeitung, Andrea Orcel ha rilanciato con forza il tema delle fusioni transfrontaliere, sostenendo che “abbiamo bisogno di quattro o cinque banche veramente grandi in Europa”. Secondo l’ad di Unicredit, continuare a difendere i mercati nazionali significa indebolire l’intero continente, mentre i grandi gruppi statunitensi rafforzano il loro predominio.
Orcel ha ricordato come l’assenza di una vera Unione bancaria e dei mercati dei capitali continui a frammentare regole e vigilanza, e ha ribadito che “promuovere fusioni sia nazionali che transfrontaliere” è una condizione necessaria per completare il progetto europeo. Un messaggio che pesa anche sul dossier Commerzbank e sulle resistenze politiche che ancora ostacolano il consolidamento.
Il nuovo golden power e il ruolo dello Stato
A rendere il 2026 un anno decisivo contribuirà anche il rafforzamento del golden power. Il governo ha chiarito che la sicurezza economica e finanziaria nazionale rientra a pieno titolo nella sicurezza nazionale e può giustificare interventi sulle operazioni bancarie, purché successivi alle valutazioni della Bce e dell’Antitrust europeo.
La ratio è esplicita: il risparmio degli italiani, custodito in banche, assicurazioni e titoli pubblici, è un attivo strategico. Palazzo Chigi potrà quindi intervenire solo a valle delle autorizzazioni europee, ma avrà l’ultima parola se resteranno rischi per l’interesse nazionale. Una scelta che prova a rispondere alle critiche di Bruxelles, senza rinunciare a un presidio politico su un settore chiave.
Un equilibrio instabile
Il 2026 si apre dunque con un sistema bancario più forte ma anche più esposto. Il consolidamento ha creato nuovi equilibri, ma non ha risolto il nodo di fondo: come conciliare mercato, integrazione europea e tenere entro limiti ben precisi l’intervento pubblico, che generalmente tende ad alterare le dinamiche del mercato. La risposta a questa domanda determinerà non solo il futuro delle banche italiane, ma anche la loro capacità di competere in un’Europa che, senza campioni continentali, rischia di restare ai margini della finanza globale.
Enrico Foscarini 2 gennaio 2026
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