“È il momento della responsabilità, del coraggio e della determinazione. Per un mondo nuovo servono strumenti nuovi e un patto sociale nuovo tra forze politiche e sociali”. Con queste parole Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, ha rilanciato l’urgenza di una grande alleanza nazionale per affrontare le sfide economiche, produttive e sociali che attraversano il Paese. L’obiettivo? Legare la crescita delle imprese a quella dei redditi dei lavoratori: “Non può esistere una crescita senza l’altra”, ha detto Orsini, puntando sul rilancio dei contratti di produttività e di un piano industriale straordinario da 8 miliardi l’anno.
Il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, ha fatto eco a questo appello dal versante europeo: “Serve un vero e proprio patto europeo per la produttività”, ha dichiarato, sottolineando la necessità di un programma di riforme condiviso, sostenuto da investimenti pubblici, e scandito da tempi certi.
L’apertura della Cisl…
A livello nazionale, la Cisl è pronta a raccogliere la sfida. “È con una grande alleanza della responsabilità tra governo e parti sociali che si creano le risorse, si rilancia la produttività, si genera ricchezza da redistribuire. Un patto sociale con chi ci sta”, ha dichiarato la segretaria generale Daniela Fumarola. Secondo la leader della confederazione, serve mettere sul tavolo i pilastri della ripartenza: sicurezza sul lavoro, utilizzo efficace delle risorse del Pnrr, formazione, partecipazione, salari legati alla produttività e riduzione del carico fiscale.
…ma la Cgil fa le barricate
Di fronte a questi appelli, la posizione della Cgil appare isolata. Il segretario generale Maurizio Landini ha ribadito più volte il suo approccio militante: “Lo sciopero, la rivolta sociale e la lotta per la pace sono la stessa cosa”. È un sindacalismo d’impostazione ideologica, che si traduce nel blocco dei rinnovi contrattuali nel settore pubblico. La Cgil, spalleggiata dalla Uil, continua a rifiutare gli aumenti già stanziati per il triennio 2022-2024, giudicandoli insufficienti rispetto all’inflazione.
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Metalmeccanici: 1,5 milioni di addetti in stand-by
Anche nel settore privato lo stallo è evidente. Sono 1,5 milioni di metalmeccanici che aspettano il rinnovo di un contratto fermo da mesi. Le grandi imprese, da Leonardo a Fincantieri, premono per firmare. Ma le Pmi, fiaccate da inflazione, costi energetici e dazi, frenano. Federmeccanica propone soluzioni innovative (come un pacchetto di welfare e una polizza long term care), ma Fim-Fiom-Uilm chiedono aumenti fissi sui minimi contrattuali. La distanza è ampia. Il 20 giugno i sindacati torneranno in piazza con otto ore di sciopero.
Pubblico impiego: 2,3 milioni senza contratto
A oggi sono 2,3 milioni i lavoratori pubblici ancora in attesa: 1,3 milioni nella scuola, 580mila nella sanità (non medici), oltre 450mila negli enti locali. Eppure il governo ha messo a disposizione 20 miliardi per i rinnovi. «Non è mai successo che un esecutivo stanziasse così tanto per i rinnovi e riuscisse a usarne solo una minima parte», ha spiegato il ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo. Il contratto per le funzioni centrali è stato firmato grazie all’intesa con la Cisl, ma sugli altri tavoli il “no” della Cgil è un blocco granitico: «La Cgil sta portando la politica sul tavolo negoziale; la Uil segue a ruota», ha denunciato il ministro.
Il rischio? Che quei fondi vengano dirottati su altri capitoli, come il taglio dell’Irpef. «Se firmiamo a luglio, i contratti entreranno in vigore nel 2026», ha avvertito Zangrillo.
Un Paese senza contratto, senza patto
Tra vertenze irrisolte, rigidità sindacali e fratture interne al fronte imprenditoriale, l’Italia oggi non ha un vero patto sociale. Gli appelli di Confindustria, Bankitalia e Cisl vanno nella stessa direzione. Ma per ora, al tavolo delle relazioni industriali, prevalgono i veti ideologici. E un Paese che non riesce a rinnovare i contratti è un Paese che non riesce a rinnovare se stesso.
Enrico Foscarini, 12 giugno 2025


