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Tutto inizia da lì… 2007, l’inizio della fine

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Dopo anni di corsa sfrenata, nel corso del 2006 il mercato immobiliare americano inizia rallentare, alla fine dell’anno il declino si fa vistoso e il problema si trasferisce dagli immobili al mercato dei mutui, soprattutto di quelli erogati a clienti con basso merito di credito (i famigerati subprime).

A marzo del 2007 le prime sirene di allarme: 25 società finiscono in bancarotta, poche settimane dopo New Century Financial Corporation, la maggiore società erogatrice di mutui subprime va in amministrazione controllata.

A settembre del 2007 viene salvata dal governo britannico la banca Northern Rock (ricordate le persone in fila agli sportelli per ritirare il proprio denaro?).

Durante l’estate il problema diviene evidente: Bear Stearns e Bnp Paribas annunciano che alcuni loro fondi, esposti a strumenti finanziari specializzati in titoli dai nomi quasi esoterici quali Abs, Cdo, Rmbs, hanno bruciato buona parte del loro capitale e sono stati congelati… è l’inizio della Grande Crisi Finanziaria, come la chiamano gli americani, che culminerà nel crack Lehman Brothers.

La storia della crisi merita uno scritto a parte (un giorno farò un numero dedicato) ma quello che oggi voglio sottolineare è che buona parte delle vicende in cui ci dibattiamo oggi sono figlie proprio di quel periodo.

 

Gli effetti collaterali

La crisi finisce, almeno storicamente, qualche mese dopo il fallimento della Lehman Brothers: a marzo del 2009 dopo mesi quasi ininterrotti di crolli il mercato azionario si stabilizza; le misure di sostegno e salvataggio – all’epoca enormi – varate dalla Fed e dall’amministrazione Usa (proprio come oggi) consentono di trovare una base da cui, faticosamente, ripartire.

Valanghe di dollari vengono stampati e immessi nel sistema finanziario per permettere di tornare a funzionare ma proprio come si prende una medicina molto potente per guarire da una brutta febbre così a distanza di anni le conseguenze di quelle cure da cavallo si fanno ancora sentire, ad esempio i tassi schiacciati a zero o addirittura negativi, la cosiddetta repressione finanziaria, utile per spingere gli investitori verso attivi più rischiosi e stimolare gli investimenti.

Un esempio è quello dei certificates o certificati di investimento; questi strumenti vedono la luce un paio di anni dopo la crisi del 2008, fino alla crisi dei debiti sovrani del 2010-2012 rimango strumenti per pochi.

Poi, complice l’inarrestabile calo dei rendimenti dei titoli di stato (v. sopra) e la crisi delle banche (ricordate Mps, Veneto Banca, Popolare di Vicenza, Banca Marche ecc…?) e delle loro obbligazioni subordinate, gli uffici studi delle stesse (una specie di laboratorio degli alchimisti di medievale memoria) cominciano ad inondare il mercato: si passa dai 7 miliardi di euro medi collocati nel periodo 2013-2017 agli 11 miliardi nel 2018, ai 17 del 2019 e 12 e rotti del 2020 (ovviamente la pandemia ha rallentato le emissioni).

Ovviamente ci sono anche delle ragioni positive a favore dei certificati: fiscali, di diversificazione, di strategia di copertura eccetera.

A mio parere la ragioni principali però sono due: il risparmiatore italiano è sempre alla ricerca di sicurezza (essendo orfano dei Btp) e di cedole, due parole che suonano come miele alle sue orecchie: capitale protetto” e “alte cedole periodiche” che, come il canto delle sirene di Ulisse, attirano inesorabilmente il risparmiatore.

Lato banca è ovvio che garantendo in fase di collocamento l’incasso di commissioni up front nell’ordine del 3-4% sono prodotti estremamente interessanti per i bilanci.

Certamente, come tanti altri strumenti, vanno maneggiati con cura e spiegati bene, altrimenti si corrono i rischi citati nell’articolo qui sotto de Il Sole 24 Ore

 

Massimiliano Maccari

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