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Eutanasia, il “dirittismo” di sinistra fa paura

Il filosofo Corrado Ocone interviene nel dibattito tra Dino Cofrancesco e Marco Gervasoni sull’eutanasia e il fine vita.

Pur avendo scritto molto sul liberalismo, non mi attacco ai nomi e quindi non mi schiero nella disputa un po’ bizantina, me lo permettano Cofrancesco e Gervasoni, fra ciò che è liberale e ciò che non lo è. Mi dirigo alla “cosa stessa” e dico che ciò che mi fa paura del dirittismo progressista è il fatto che, dietro l’apparente laicità di una posizione che vorrebbe permettere ad ognuno di vivere e morire come meglio crede, veicola, in maniera più o meno sottintesa, il messaggio che un certo tipo di vita è degno di essere vissuto e l’altro no. Il rischio è che in questo modo si sposti l’asticella sempre più in là, in direzione di una eugenetica “liberale” (si fa per dire) che stabilisce a priori che è degna solo la vita di chi è “sano” al cento per cento in base a parametri scelti arbitrariamente da un ente certificatore ultimo (di norma lo Stato).

Chi non ha il coraggio di farsi staccare la spina, o solamente spera in un “miracolo”, rischia di essere considerato un essere indegno, un codardo, uno sperperatore delle risorse sanitarie pubbliche, ecc. ecc, Chi stabilisce quando una vita è degna di essere vissuta e quando no? E cosa è la dignità, se non quella uguaglianza in umanità che accompagna tutte le vite, senza distinzione di sorta? Poi, certo, uno può decidere di farsi morire, se la sua vita la sente come insopportabile. Ma lo Stato si tenga fuori il più possibile da questa decisione, e soprattutto non garantisca troppo i certo non disinteressati “facilitatori”.

Più in generale è la politica a doversene stare alla larga: qui, di fronte alla coscienza dei singoli, interrogata dai dilemmi etici ultimi, non è proprio questione di destra e sinistra. Capisco che a un certo punto si può essere in condizioni di non intendere e volere, ma la immediata cerchia dei medici e dei familiari, con riservatezza e amore, saprà sicuramente come comportarsi. Ogni caso, fra l’altro, è specifico e concreto, e volerlo normare fa parte di quel furore razionalizzatore che è, a mio avviso, uno dei mali del nostro tempo.

Corrado Ocone, 8 ottobre 2019

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6 Commenti

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  1. Condivido. Nessuno di noi può sapere prima che cosa potrà o non potrà sopportare in una malattia con esito letale. Pertanto il pensiero liberale dovrà invocare la libertà di scelta, pro choice. Ovviamente il pensiero cattolico non potrà che essere pro life. Ma nessuno dei due potrà costringere l’altro. La scienza dovrebbe assicurare le cure palliative e la possibilità di interrompere la somministrazione di liquidi e nutrienti nel caso che si decida di non mantenere in vita il paziente.
    La legge dovrebbe intervenire il minimo indispensabile, solo in caso di dubbi o conflitti.

  2. È veramente brutto,parlo per me ovviamente,vedere un filosofo moderno che era un piacere vedere interagire con un Giorello in difesa di una etica liberale,ridursi a servo (sicuramente NON sciocco)di una visione regressista di una società riportata ad una visione familisticamente amorale in cui è il “particulare” che conta su ognj frangente che possa riportare il piccolo nucleo all’interno della società.
    E fuori un altro…amen…

  3. Posizione condivisibile in un paese ideale dove anche i magistrati avessero la stessa “riservatezza e amore” di medici e familiari. Vero il rischio di sconfinamento nel “furore normativo”, ma viviamo in un paese tutt’altro che ideale e che ha comunque le sue “norme”. In assenza di una nuova regolamentazione del “fine vita”, quanti medici e familiari sarebbero indagati per aiuto al suicidio od omicidio causa la decantata “obbligatorietà dell’azione penale” ?

  4. Io invece non ho proprio capito.
    Quando una vita è degna o no di essere vissuta penso che sia chiaro per tutti e non vedo proprio come un governo di sinistra (anche su questo tema si strumentalizza) possa creare l’idea di una vita degna o indegna o addirittura tacciare di indegnità e codardia un malato terminale.
    Lo stato può e deve tenersi il più lontano possibile è vero ma in molti casi deve intervenire, quando è il paziente a chiederlo. E allora? Chi deve staccare e quando la spina? I medici possono obiettare?
    Almeno uno straccio di legislazione che tuteli e accompagni il malato nelle sue ultime volontà sarebbe invece un provvedimento di civiltà, rispettando totalmente le sue volontà.

    • Purtroppo non è affatto “chiaro per tutti” quale sia la vita indegna di essere vissuta. Anzi, io temo che non ci sia una cosa più soggettiva di questa.
      Quello che si sa è che quando si rende la vita umana “disponibile” si dà l’aire a una discesa lungo un piano inclinato che comincia con Welby e finisce con l’Aktion T4.
      In una società in mano ad un’oligarchia di gentaglia spregiudicata, che coi quattrini manipola le menti e sobilla popoli, siamo sicuri di essere in grado di fermarsi lungo la discesa?

  5. Grande, anzi grandissimo Prof. Ocone.
    In pochissime righe ha magistralmente scritto tutto ciò che condivido sul tema.

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