Società

Fa’ quel che sei

Occorre avere il coraggio di non vergognarci delle nostre passioni autentiche. Saremmo più felici

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Che cosa accadrebbe se davvero ci ascoltassimo? Probabilmente avremmo anche la forza di esprimerci. L’espressione di sé riguarda le relazioni, il lavoro, l’arte, insomma ha a che fare con i talenti, quelli che abbiamo fin dal primo respiro; sono il nostro tesoro sommerso e chiedono solo di essere scoperti, riconosciuti e propagati. Si parla a volte di sfumature quasi impercettibili che, come una spezia, cambiano il sapore di tutto, a volte invece sono onde che ci trascinano in una direzione o in un’altra.

Ma quanti hanno la cura di prendersi sul serio? Questi talenti infatti sono delicati e necessitano di essere ben coltivati per farsi spazio in noi. Quante persone ormai adulte avrebbero voluto scegliere un certo lavoro e invece si sono sentite in dovere di farne un altro? Architetti che sarebbero stati docenti meravigliosi, avvocati che avrebbero voluto dipingere, imprenditori che avrebbero voluto fare i cuochi. E quanti ragazzi sbandati coprono l’intuizione di quel che sono con alcol e sostanze stupefacenti per paura di scoprire la parte originale di sé? Come se la nudità di quel che siamo fosse necessariamente da nascondere con le maschere che il mondo ci dà a noleggio, per poi strapparcele quando meno ce l’aspettiamo.

Da bambini intuirsi è qualcosa di semplice, ci accade di sentire il nostro destino, perché siamo attenti a noi, alle nostre mosse e ci interessa solo quello in cui siamo immersi e con cui vogliamo interagire a modo nostro. Quello, infatti, è un mondo intimo e semplice, in cui ci muoviamo agili e certi. Nell’adolescenza poi, quando la forza e la debolezza si scontrano, ci vengono dubbi sulla bontà di quelle intuizioni che ci sembrano il più delle volte stupide o inutili rispetto a quel che il mondo grande ci impone. Se solo avessimo il coraggio, proprio in quel momento, in quell’esatto momento in cui proviamo una sorta di vergogna per quelle che sono le nostre passioni autentiche, come se non fossero abbastanza, se in quel micro-nano secondo, qualcuno ci dicesse la parola giusta o la nostra indole avesse la meglio, forse oggi saremmo tutti un po’ più felici. I talenti infatti maturano nelle relazioni e quando queste sono umane e vere un giovane si sente libero di fiorire e può allora fare quel che vuole nel senso più originale, fare cioè ciò “che è”. In un mondo che spesso associa il valore personale al successo, al denaro e cerca di piegare la volontà degli uomini in questa direzione, suggerendo mefistofelicamente di “fare ciò che si vuole”, ci si può ergere e ribellarsi con “quel che si è”, pena una schiavitù amara.

Quando i ragazzi si intorbidiscono in rapporti fasulli o virtuali rischiano di lasciarsi vincere dall’angoscia; se nessuno, infatti, mostra loro la meraviglia che si intreccia al male, possono giungere a epiloghi di violenza contro sé stessi e contro gli altri. Il “fare ciò che si è” non promette utopie irraggiungibili, ma una letizia frutto dell’espressione di sé e che ha un legame diretto con l’io bambino e con l’io adolescente che, pur pieno di dubbi e domande, ancora intuisce la sua parte preziosa.

Ci vuole la cura di un giardiniere per seguire la crescita dei nostri ragazzi, ci vuole l’acqua giusta, non troppa né troppo poca e la certezza di un sole luminoso anche dietro le nubi.

Fiorenza Cirillo, 25 settembre 2026

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