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Fascistometro, ecco perché mi sono fermato alla prima domanda

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L’amico Marco Cobianchi, raffinato gourmet alla mensa di Twitter, mi ha invitato pubblicamente a misurarmi con il “fascistometro” dell’Espresso inventato da Michela Murgia. Ci sono 65 locuzioni mi dice, l’Espresso suggerisce di spuntare quelle che sembrano di buon senso e leggere poi il giudizio di “fascistosità” che compete a ciascun partecipante. Per evitare che il gestore del gioco mi “profili”, non partecipo. Mi sono fermato alla prima: “Il suffragio universale è sopravvalutato”. L’ho presa per una domanda ma non lo era. Quando sento “fascismo”, ho un riflesso condizionato, penso subito a mio papà (nato nel 1906, come il Toro) e morto la vigilia di Natale del 1947, “apòta e antifascista certificato” come si definiva. Mi sono chiesto: come avrebbe risposto lui alla prima domanda del “fascistometro”?

Anch’io mi considero, come papà, un “apòta e un antifascista certificato”, perché l’antifascismo l’ho nel DNA. Una sera del maggio 1940, due gendarmi vennero nella nostra portineria al civico 9 di Piazza Vittorio Veneto a Torino, costringendo nonno Stalin (voleva che lo chiamassi così) a seguirli. Papà lesse il mandato, decise di accompagnarlo. Tornò dopo mezzanotte, eravamo tutti impauriti, ci tranquillizzò: il Commissario, una brava persona, lo aveva assicurato che tre ore dopo la partenza da Torino di Benito Mussolini (sarebbe arrivato la mattina seguente e partito il giorno dopo) l’avrebbero rilasciato.

Monssù Cerutti (“Ch’à lu fica ‘n cül a tuti), come in casa chiamavamo il Duce, fece un discorso alla Fiat Lingotto alla presenza (comandata) degli operai. C’era anche papà. La sera ci disse che durante discorso era stato sempre a braccia conserte (nessun applauso), in modo però che si vedesse la fede d’oro all’anulare sinistro (i miei genitori furono fra i pochi che non solo non diedero l’anello d’oro alla Patria, ma lo indossavano a mò di sfida), tenne lo sguardo sempre rivolto verso terra. La mamma lo abbracciò forte forte. Papà certificò la mutazione genetica degli alto borghesi: prima fascisti convinti, poi, all’approssimarsi dei liberatori americani, via l’orbace, via la brillantina, e voilà, pantaloni di velluto alla zuava (di sartoria), capelli arruffati, ed eccoli partigiani di Giustizia e Libertà. “Antifascista certificato” per papà significava che eravamo “schedati”, chi non lo era, per lui era un fascista.

Prima di morire, a 41 anni, si raccomandò alla mamma di continuare ad allevarmi come apòta, e che il fascismo, versione mussoliniana, era morto e sepolto, ma di stare attenti: si sarebbe riprodotto nel comunismo e nel Partito d’Azione. Aveva avuto l’intuizione giusta. Ci misi molti anni a capirlo, d’altra parte papà era sì un operaio, ma anche un raffinato intellettuale visionario, sempre immerso nella lettura.

E ora il fascismo me lo ritrovo qua, gli stessi borghesi di allora, mascherati da antifascisti militanti, jeans firmati in luogo della zuava di velluto, l’iPhone con auricolare in luogo della “cimice fascista”. Torniamo al “fascistometro” dell’Espresso. Mi sono chiesto, papà come avrebbe risposto alla prima domanda? Sono certo che l’avrebbe rifiutata, perché mal posta. Quella corretta avrebbe dovuto essere diretta: “È a favore o contro il suffragio universale?” I fascisti veri, ieri e oggi, risponderebbero tranquillamente “contro”. I “fascisti” mascherati da antifascisti di oggi, se fossero sinceri, pure. Rimarrebbero a favore del suffragio universale solo le persone perbene, i veri liberali e noi apòti. Quest’atmosfera non mi piace, a scanso di equivoci faccio outing: sono un “antifascista certificato”.

Lo si è visto dopo il referendum del 4 dicembre 2016 e dopo il voto del 4 marzo 2018. I risultati inattesi, e punitivi per costoro, li ha fatti sbracare, e scoprirne il lato nascosto: tornare al suffragio censitario. Ha cominciato un ex premier trombato a lanciare l’idea, ora lo seguono in molti, scrittori, filosofi, economisti, intellettuali, trovando locuzioni stravaganti per dire che solo gli ottimati (i fascisti dell’antica Roma), cioè solo loro, essendo colti, avrebbero diritto al voto, e non questi buzzurri giovani, ignoranti, incompetenti.

Che sia meglio la Cina? Almeno Xi Jinping si nomina 2.800 grandi elettori, li battezza gerarchi di regime, questi votano in nome dei 1,3 miliardi di cinesi, e nominano Xi “Timoniere” fino al 2046. Il sogno nascosto di ogni “antifascista non certificato”?

Riccardo Ruggeri, 5 novembre 2018