Il regno dell’indefinito, dell’inconsistente contempla due dimensioni abitate contemporaneamente: quella di attivista e quella di performer. Sono specificazioni altrettanto vaghe, pretenziose, che di regola consistono nel berciare in piazza o sui social e, a tempo libero, nel prodursi in una serie di versi, di gesti, di giravolte infantili millantate per arte. Arte alternativa, fuori dagli schemi, scomoda al potere. Due esemplari di questo reame fatato, davvero sconfinato, li troviamo in un video su Instagram, corrispondono a tali Ilenia Caleo e Silvia Calderoni che volentieri caviamo fuori dall’anonimato, almeno per lo spazio di un articolo, immaginando che è tutto ciò cui aspirano queste aspiranti al Grande Fratello o Temptation Island; nel frattempo, si esibiscono in un insospettato Short Theatre, “festival di arti performative” (i gesti, i mugolii) da dove avvertono circa una folgorazione imprescindibile: “I confini sono una merda”.
È difficile riassumere lo sproloquio delirante e neanche mi provo: preferisco rifarmi all’autopercezione, “andare oltre i limiti convenzionali e gli stereotipi, attraversare linguaggi e formati”, siamo sempre in quota “faccio cose, vedo gente”, se le intercetta la Lella, conquistata dalla vacuità e vaghezza dell’eloquio, garantito che le candida. Che poi è il vero obiettivo, non dovesse arrivare il reality. La tesi è decrepita nella sua infantile fragilità, nella fuga da ogni realtà storica e contestuale: se c’è una invasione, basta cancellare gli Stati, “rompere e spaccare”, come salmodiano queste sventurate, le barriere che li delimitano (anche quelle naturali?) e tutto va a posto. Un po’ come il programma del Pd milanese che dice: certi quartieri sono ghetti? Via Padova è una enclave araba e magrebina? Benissimo, noi rendiamo l’intera metropoli una infinita via Padova e tutto è risolto, fine della realtà, della percezione, delle distinzioni, tutto via Padovah niente via Padova.
La sinistra ultracomunista lunare, ignara della propensione imperialistica, espansionistica delle dittature comuniste, a parole risolve tutto così: negando la ragione, rigettando la realtà. Le classi scolastiche sono diventate delle impraticabili Babele senza un linguaggio comune, senza una cultura condivisa, fatte di sottoculture in urto fra loro, la nativa, europea, italiana a soccombere per prima? Benissimo! La sinistra comunista parla generalmente di “bambini che non hanno colore” e sistema tutto. È la solita soluzione del tabula rasa che, applicata per qualsiasi cosa, non funziona per nessuna; e poco importa che la storia dell’umanità, su scala individuale come collettiva, sia storia di delimitazioni, di proporzioni, che la vicenda umana stia tutta nell’incessante travalicare quei confini per espandere dominio e dunque potere (c’è un magnifico piccolo libro al riguardo, “Una breve storia del potere” di Simon Heffer, lo edita Liberilibri), e “spaccare i confini” significa solamente, desolatamente, spaccare il termometro se hai la febbre: le attiviste performative non vogliono saperlo, la loro ricetta è di “andare oltre le convenzioni e rompere spaccare i confini”.
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Della logica, della cultura, della storia senz’altro. I confini “stanno uccidendo milioni di persone”. Non le invasioni spericolate, organizzate dalle mafie scafiste, dall’Islam di conquista, dai regimi che puntano a destabilizzare l’occidente, con i disperati tentativi di arginarle di conseguenza: i confini, punto. Che ci vuole? Beate queste che si percepiscono artiste e infilano il governo di estrema destra dappertutto, perfino, udite udite, nell’Unione Europea, come a dire che l’unico governo possibile è un governo del comunismo tribale, un governo che non c’è e per fortuna perché si risolverebbe in una dittatura globale, un falansterio burocratico senza vie di scampo e senza spazi esistenziali. Viene facile prendere in giro i vaneggianti, ma osservando queste eterne irrisolte ormai agée che sfarfallano di politiche genocidiarie, di Mediterraneo, “lo diciamo spesso, ah, eh”, di persone umane che muoiono per le crisi climatiche crisi economiche crisi sociali, così, senza un costrutto, senza una minima aderenza alla concretezza, di astrazione in astrazione, c’è da rabbrividire: come fanno a vivere di quello che fanno? C’è davvero chi le paga, le ascolta? Pochi, ma ci sono e sono quelli che li osservano a dimenarsi su un palchetto nel trionfo del disadattamento condiviso.
I commenti sotto al video sono irridenti e loro avvertono che, in nome della democrazia, sono pronti a cancellarli, ossia temono il riscontro della realtà. Ed è questo squilibrio inveterato a sconcertare, a indurre qualche brivido anche se ci siamo, dovremmo esserci abituati: “Commenti aggressivi, offensivi e svilenti da parte di profili di uomini chiaramente schierati (dalla parte del governo di estrema destra?). Che sorpresa. La lotta alla vostra ignoranza e alla vostra incapacità di avere rispetto ed empatia (per tuttx, non solo per chi sta dentro al sistema oppressivo di cui fate parte e ai confini che proteggete) inizia da qui e finisce per le strade di tutto il mondo, dove le attiviste e le ricercatrici e le artiste lavorano e hanno un contatto VERO e AUTENTICO con la realtà. Uscite dalla vostra bolla di privilegio, o avete troppa paura di scoprire che senza di quello non siete più nulla se non esseri umani di merda? Prima o poi vi estinguerete. Forza @leni_kall e grazie di tutto”.
Quanti sono i dissociati, gli alienati, gli inconcludenti, i desideranti? Sempre troppi, da sempre, ma si direbbe abbiano superato la quota fisiologica, forse per la mistura letale di una tecnologia alienante applicata all’ideologia alienante. Su questi conta il partito comunista per riprendere il potere e la chiesa cattolica li comprende, li adesca con un messaggio altrettanto spericolato e pericoloso: non ci sono le religioni, c’è un unico Dio che mette insieme tutti e noi dobbiamo consegnarci alla fazione più aggressiva, più violenta che lo impone.
Tutto di tutto per distruggere tutto, per insufflare la lotta rivoluzionaria al capitalismo climatico e dei confini. Tutto già detto, già sentito ma mai in un modo così psicotico. Allo Small Theatre, alle performance dei disperati possono entrare tutti? Senza pagare? Anche quelli delle destre estreme? Anche quelli con un machete? Non c’è limite al grottesco e all’improntitudine del sincretismo che si fa sincretinismo: spesso a vagheggiare un mondo “senza”, del tutto privo di limiti e di distinzioni, sono gli pseudoartisti che pretendono le sovvenzioni di Stato, le prebende istituzionali, il supporto della burocrazia. Ma una burocrazia senza un impero o uno Stato non esiste e uno Stato senza confini non si dà. Lo statalismo senza Stato è peggio che un’aporia, è un’allucinazione e qui di sconfinato c’è solo l’idiozia, che è pari all’ipocrisia. Non c’è niente nel creato che non abbia confini se non l’universo, ma all’interno del cosmo chi vive traccia i limiti. Quando l’occupatrice seriale Ilaria Salis sente bussare la polizia alla porta della suite che dimora insieme a un sottoposto, non dice prego entrate il mondo è senza confini. Dice state lì sulla soglia, qui non potete passare.
Max Del Papa, 22 settembre 2026
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