Sulla questione scandalosa del molto presunto Dna di Chiara Poggi rinvenuto sui pedali della bici di Alberto Stasi registriamo la netta presa di posizione di Roberta Bruzzone. Secondo la criminologa, in estrema sintesi, ciò che gran parte dei media stanno divulgando da qualche giorno, sulla scorta di quanto esposto a chiare lettere dalla Procura di Pavia, sarebbe una bufala. Lo scrive sui social con la sua ben nota sicumera.
Così si è espressa la nostra eroina non appena è uscita la notizia: “Un risultato negativo ottenuto successivamente su un reperto consumato o impoverito non cancella automaticamente un precedente risultato positivo. Bisogna esaminare lo stato del reperto, i protocolli utilizzati, la qualità dei profili e la documentazione delle analisi. Tutte informazioni che erano nelle mani della difesa di Stasi già dall’inizio. Se la comunicazione del risultato è stata poco chiara, andava richiesto di spiegarla meglio all’epoca. Ma tra una spiegazione insufficiente e l’attribuzione di una condotta dolosa c’è un salto mortale carpiato che richiede prove, non insinuazioni. E alla fine di questa vicenda, forse, sarà il caso di rivalutare anche lo stato mentale di parecchi soggetti che oggi si stracciano le vesti gridando al complotto. Prima, però, rimettiamo le cose nel giusto ordine: reperti, metodi, riscontri. Poi le conclusioni”.
Successivamente la Bruzzone ha fatto proprie le assai suggestive conclusioni di Marzio Capra, consulente storico della famiglia Poggi, secondo cui le due contro analisi della discordia non sarebbero state realizzate il 20 settembre, così come confermato nella testimonianza dell’allora capitano Marino, colui che le realizzò in prima persona, bensì il 10 settembre.
In particolare colpisce il tentativo di far passare un concetto palesemente falso, come dichiarato da Milo Infante a Quarta Repubblica, secondo cui “tutte le informazioni erano nelle mani della difesa di Stasi sin dall’inizio”.
Toc toc Bruzzone, non solo i consulenti dell’attuale condannato ignoravano l’esistenza delle due contro analisi negative, ma persino il perito del giudice del primo grado, che richiese i dati grezzi dei test genetici, venne tenuto all’oscuro di ciò che aveva scoperto il capitano Marino. Non solo, dopo innumerevoli tentativi da parte della difesa di ottenere i medesimi dati grezzi, è solo grazie all’intervento della Procura di Pavia che nel novembre del 2025 che i Ris di Parma, comandati dal tenente colonnello Donghi, hanno finalmente consegnato ai magistrati la scottante documentazione.
Questi sono i fatti incontrovertibili, egregia Bruzzone, e a questo punto le chiacchiere stanno veramente a zero.
Claudio Romiti, 1° ottobre 2026
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