Il generale in pensione Gianpietro Lago, che succedette a Luciano Garofano al comando del Ris di Parma, ha rilasciato una intervista ad un inviato di Quarto Grado che è destinata a scatenare l’ennesimo putiferio sul caso di Garlasco.
Per sintetizzare, Lago ha premesso che non crede per principio alla possibilità che i suoi ex colleghi, con i quali ha lavorato per molti anni, possano aver commesso un qualche illecito. Inoltre, egli ha rivendicato la decisione di non consegnare alla difesa di Alberto Stasi i famosi dati grezzi relativi alla contestatissima analisi sul presunto Dna rinvenuto sulla bicicletta del “Biondino dagli occhi di ghiaccio” – per la cronaca reiterò il diniego per ben otto volte -. A precisa domanda ha poi risposto che oggi si comporterebbe alla stessa maniera, sebbene il suo successore si sia comportato in ben altro modo.
Dopodiché, sulla vicenda delle due corse negative che avrebbero fornito a Stasi un elemento molto forte anche nei processi che lo hanno visto soccombere, Lago ha fornito una spiegazione che per noi profani è sembrata molto simile alla supercazzola prematurata del celeberrimo conte Mascetti. Tuttavia, senza entrare nei meandri molto scivolosi della prova genetica, il suo commento finale, con tutta l’affetto che noi cittadini nutriamo nei riguardi degli appartenenti alla Benemerita, non è accettabile in uno Stato di diritto, in cui tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge, compresi coloro i quali indossano una divisa.
“Conoscendo le procedure che vengono applicate al Ris”, ha dichiarato l’alto ufficiale, “e lo scrupolo e le capacità delle persone che ci lavorano io lo escludo” che abbiano operato in malafede. “Quello di cui sono certo – tiene a sottolineare – è che queste persone sono sempre state leali ed intellettualmente oneste. Erano e sono disponibili a emendare anche a pagare i prezzi che devono pagare. Quello che è francamente disdicevole è una gratuita messa in discussione proprio di questo profilo personale di lealtà. Questi sono dei carabinieri. Non potete non può essere toccato questo aspetto. E se viene toccato, allora si abbia il coraggio di scrivere le cose, di affermare e di prendersi la responsabilità di quello che si dice”.
Ora, dato che i nostri valorosi carabinieri non sono intoccabili come i pasdaran, dato che le mele marce esistono ovunque, personalmente non possiamo accettare che, persino di fronte a ciò che sta facendo emergere una Procura della repubblica, e non una campagna scandalistica di un qualche giornaletto di provincia, il buon Lago ci esorti a fare un atto di fede a prescindere sulla condotta di chi, indossando una gloriosa uniforme, ha eseguito le traballanti analisi scientifiche nella prima indagine sulla tragica morte di Chiara Poggi. Questo presupposto di intoccabilità in un sistema democratico non dovrebbe mai valere per nessuno, egregio generale.
Claudio Romiti, 31 ottobre 2026
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