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Giorgia e Giorgetti: perché la “prudenza” può mandarci a sbattere

meloni giorgetti

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Come si sarà letto, la Germania ha stanziato 200 miliardi per mettere un tetto al costo di elettricità e gas per aziende e famiglie (13 centesimi per KWh al massimo per le aziende ad esempio).  Anche la Francia ha stanziato oltre 100 miliardi e si legge che in Giappone (dove pure il gas naturale è meno rilevante e non c’è stata la speculazione come in Europa) il governo stanzia l’equivalente di 180 mld di euro. Questi miliardi che vengono dati a famiglie e imprese sono ovviamente tutti a deficit. In Usa, il governo Biden ha messo a budget un deficit di oltre 1,000 miliardi di dollari e dentro ci sono sussidi di ogni genere che farebbero arrossire persino Cirino Pomicino.

Giorgetti e Giorgia invece si attengono alla prudenza estrema, come si legge nelle loro dichiarazioni, e stanziano solo 9,5 miliardi per fine anno e altri 23 miliardi per il 2023. Il deficit pubblico cala dagli anni spendaccioni del governo Conte/Pd (9% del Pil) e poi del governo Draghi (5,6%), che – va ricordato – aveva stanziato 53 miliardi per le bollette. Con il governo attuale il deficit cala al 4,5% e si stanzia da 3 a 4 volte (in proporzione) meno degli altri paesi. Saranno felici i burocrati di Bruxelles, un po’ meno gli italiani. 

Il problema è che l’inflazione reale in Italia è arrivata all’11,9% annuale e viene in larga parte dall’esplosione del costo di gas ed elettricità che stanno da una parte tagliando le gambe a interi settori industriali e dall’altra colpendo soprattutto le famiglie a basso reddito. Il consumo di gas a livello industriale è stimato ora in calo di oltre il 20%, il che significa che diverse aziende hanno ridotto la produzione. E le famiglie a basso reddito ricevono la mazzata dell’inflazione che è concentrata su energia e alimentari ed è molto superiore al 12% del paniere Istat. Quindi un’intera fascia della popolazione ora spende meno per altre cose, mentre l’aumento dei prezzi lo incassano in larga parte produttori esteri ed intermediari italiani in questi settori, come ad esempio Eni che farà circa 20 miliardi di utile.

In Germania invece chi importava e ancora importa in parte gas russo è Uniper a cui è stato imposto di non aumentare le tariffe e il governo l’ha poi salvata con 40 miliardi. I tedeschi sono in realtà molto populisti nei fatti, a differenza di noi austeri italiani che sacrifichiamo le famiglie per i profitti. Idem in Francia dove hanno tenuto l’inflazione sotto il 7% con misure di tipo “dirigista”, cioè il governo che impone calmieri ai prezzi. E lo stesso in Spagna. I veri liberisti fautori del libero mercato dell’energia li trovi solo in Italia, nel senso che il governo lascia “liberi tutti” di approfittare e speculare. 

Ad esempio, finora nel 2022 si sono consumati 54 mld di gas, ma se si guarda quanti ne sono stati scambiati sono 340 miliardi. Ogni metro cubo di gas è quindi passato di mano cinque volte, anche se in realtà non ci sarebbe alcun motivo industriale per fare tutto questo “trading” di una banale materia prima importata. In secondo luogo, se si guarda ai prezzi “doganali” che sono pubblici perché quando si importa si paga l’Iva e si dichiara il prezzo in dogana, il gas entrato in Italia è sempre stato comprato a meno di 90 euro per Kwh, ma come si sa alle imprese è stato fatto pagare anche 200 e persino 300 euro perché si usava il prezzo del mercato in Olanda, anche se il gas non veniva comprato a questo mercato del Ttf. Lasciando completa libertà a chi importava di giocare sui prezzi il prezzo di elettricità e gas per Kwh in Italia è stato in pratica il più alto del mondo. 

Finora quindi, abbiamo un governo che adotta un approccio da una parte di austerità (riduzione di deficit e meno soldi per le bollette che nel resto del mondo) e dall’altra di laissezfaire (assenza di misure di alcun genere) per il mercato dell’energia. Temiamo che con l’arrivo del freddo e della recessione questo approccio – che tra l’altro non corrisponde alle aspettative di chi ha votato – sarà perdente. Ci vuole più coraggio. 

Paolo Becchi e Giovanni Zibordi, 11 novembre 2022